Georges Duby.
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La domenica di Bouvines. 27 luglio 1214.
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Traduzione di: Giorgia Vivanti.
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1984. Einaudi Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Scritto su commissione per una collana di vasta divulgazione, felice punto d'incontro di rigore storiografico e talento narrativo, "La domenica di Bouvines", dedicato a una celebre battaglia del 1214,  da molti considerato uno dei capolavori di Georges Duby. Quel fatidico giorno, nella piana di Bouvines, il re di Francia Filippo Augusto dovette suo malgrado affrontare, uscendone vittorioso, la terribile coalizione dell'imperatore Ottone, del conte di Fiandra Ferrando e del conte di Borgogna Rinaldo. Si tratt di una vittoria fondamentale, che avrebbe rinsaldato decisamente le basi della monarchia francese suscitando per la prima volta il sentimento dell'unit nazionale. Scandendo il saggio storico in tre tempi, l'evento, la messa a fuoco delle "forze storiche" in campo e la sua trasformazione in leggenda, il grande storico francese propone al lettore un approccio originale e complesso a quella memorabile giornata che avrebbe segnato per secoli il destino degli stati europei. La storia di una battaglia si trova cosi a essere riabilitata e profondamente rinnovata dall'analisi congiunta del contesto sociale, culturale e ideologico, e Bouvines ci appare come un microcosmo, una lente di ingrandimento la cui minuziosa scomposizione permette di cogliere la verit di un'intera epoca e un'intera societ.
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L'AUTORE.
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Georges Duby (Parigi, 7 ottobre 1919  Le Tholonet, 3 dicembre 1996)  stato uno storico francese specializzato nel Medioevo. Fu uno specialista in particolare dei secoli decimo, undicesimo, dodicesimo e tredicesimo nell'Europa occidentale.  stato associato alla cole des Annales, fondata nel 1929 da Marc Bloch e Lucien Febvre, a cui Fernand Braudel si associ in seguito.
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La domenica di Bouvines. Il 27 luglio dell'anno 1214.
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Il 27 luglio dell'anno 1214 cadeva di domenica. La domenica  il giorno del Signore e gliela si deve tutta intera. Ho conosciuto dei contadini che un poco ancora tremavano quando il cattivo tempo li obbligava a mietere di domenica: sentivano su di s la collera del cielo. I parrocchiani del tredicesimo secolo la sentivano molto pi minacciosa e il prete della loro chiesa non soltanto proibiva in quel giorno il lavoro manuale, ma cercava altres di convincerli a purificarsi integralmente per tutta la durata della domenica, di tenerli lontani in tal giorno da tre cose indegne: dal denaro, dal sesso e dallo spargimento di sangue. Per questo motivo a quel tempo di domenica nessuno maneggiava volentieri le monete, e per lo stesso motivo i mariti evitavano, se erano religiosi, di avvicinarsi troppo alle mogli, e gli uomini d'arme, di brandir la spada. Orbene, la domenica 27 luglio 1214, migliaia di guerrieri trasgredirono il divieto. Si batterono, e furiosamente, presso il ponte di Bouvines, in Fiandra. Li guidavano dei re, quello di Germania e quello di Francia. Incaricati da Dio di mantenere l'ordine del mondo, consacrati dai vescovi, mezzo sacerdoti essi stessi, pi di chiunque altro avrebbero dovuto rispettare le prescrizioni della Chiesa. Osarono nondimeno affrontarsi in quel giorno, chiamare alle armi i loro compagni, ingaggiare un combattimento, e non una semplice scaramuccia, ma una vera battaglia. Era, inoltre, la prima battaglia che un re di Francia osava ingaggiare da pi di un secolo. Infine, la vittoria che Dio concesse a coloro che amava fu strepitosa, pi di ogni altra di cui ci si ricordasse. Un trionfo degno di Cesare o dell'imperatore Carlo delle canzoni. Per tutti questi motivi i campi mietuti a met di Bouvines furono quel giorno teatro di un fatto memorabile. Gli eventi sono come la schiuma della storia, bolle grosse o piccole che si spaccano in superficie, e scoppiando suscitano turbini che si propagano pi o meno lontano. Questo evento ha lasciato tracce molto durature, che neppure oggi sono del tutto scomparse. Soltanto queste tracce gli danno vita, e senza di esse l'avvenimento non  nulla: di esse quindi questo libro intende essenzialmente parlare.
Vi sono due specie di tracce. Le une diffuse, mobili, innumerevoli, risiedono chiare o confuse, stabili o fugaci, nella memoria degli uomini del nostro tempo. Il ricordo di Bouvines non  andato completamente perduto perch fu tenuto vivo, conservato con cura. Rivedo una figura del mio primo libro di storia: una specie di grosso scarabeo, con fiori di giglio dipinti sulle elitre, che si dibatteva al suolo, la testa rinchiusa in una scatola di ferro, semimprigionato da un cavallo riverso, e da tutti i lati minacciato da punte e uncini. Mi spiegavano che era il re di Francia e che, nonostante tutto, avrebbe vinto. Quest'immagine la poterono vedere tutti i Francesi della mia et, quando avevano otto o dieci anni, e anche tutti coloro che furono scolari nei primi quarant'anni del ventesimo secolo e nell'ultimo quarto del diciannovesimo. In precedenza la parola Bouvines non aveva mai cessato di risuonare nei quartieri dei cavalleggeri, nei bivacchi della Grande Armata: era emblema di squadroni, parola d'ordine sussurrata dalle sentinelle, nome di vittoria che si inseriva, di generazione in generazione, fra Tolbiac e Marignano, in una lunga litania propiziatoria, esaltante, rassicurante, consolante. L'eco di queste fanfare patriottiche non si  ancora spento. Era ritornato pi vivo quando si fiss il piano di una collana dove, fra le trenta giornate che hanno fatto la Francia, figura, unico avvenimento militare fortunato con Poitiers, la domenica di Bouvines. Delle tracce attuali, estremamente tenui, ma che si integrano nella rappresentazione di un passato collettivo, sarebbe allettante redigere l'inventario, misurare, ai diversi livelli di una cultura, il vigore, la precisione e le risonanze affettive. Una tale indagine servirebbe di preparazione allo studio appassionante di una coscienza della storia, ma richiede metodi e strumenti che non mi sono familiari. Io, come storico, mi occupo delle altre tracce, quelle del secondo genere, quelle che noi chiamiamo documenti.
Anch'esse presenti e attuali, ma di una attualit, di una presenza materiale, e per conseguenza tangibili, delimitabili, misurabili. Tuttavia morte: sono le stratificazioni del ricordo. Esse costituiscono la base, solida ancora sebbene qua e l assai corrosa, piena di crepe, di sfaldature, di frane, sulle quali poggiano le altre tracce, quelle che vivono nelle memorie. Un repertorio, una miniera, un vivaio. Una riserva di materiali il cui numero  definito e non ha pi ormai alcuna probabilit di aumentare. In realt il lavoro degli eruditi  terminato. Pazientemente, essi hanno a poco a poco reperito tutte queste vestigia; le hanno raccolte, spolverate, imbalsamate, catalogate, etichettate, ordinate, affinch, rendendo imperitura testimonianza, fossero come il cenotafio dell'evento. Sono tutte consunte, rinsecchite, sdrucite, logore. Alcune sono poco leggibili, su altre si vede ancora l'impronta originale, molte altre non mostrano che i segni di una traccia ormai scomparsa. Per esempio: nell'anno 1214 si costru, nella cinta della citt di Arras, la porta di San Nicola. Per almeno quattro secoli, la gente che varcava questa porta poteva decifrarvi due iscrizioni. L'una, volta verso l'esterno, ricordava semplicemente, in latino, la data della costruzione e il nome del maestro d'opera. L'altra era in lingua francese, destinata quindi alla maggioranza. Essa dava il testo di un poema: quarantadue versi, rimati nel 1250, evocavano in quel luogo la memoria di un principe Luigi, il quale, al tempo in cui era stata costruita la porta, era signore di Arras e dell'Artois, e quella di suo padre, Filippo, il re buono. Quest'ultimo, si precisava, aveva avuto contrasti con le genti di fronte, i Fiamminghi, ma Dio lo aveva onorato ed egli era riuscto in meno di un giorno a cacciare dal campo Ottone, il falso imperatore, e a catturare cinque conti. In quel giorno erano stati presi o uccisi pi di trecento cavalieri. E questo era accaduto trentasei anni prima, tra Bouvines e Tournai, una domenica di luglio, cinque giorni prima dell'inizio di agosto. Questa pubblica proclamazione aggiungeva inoltre - ma qui il ricordo si faceva pi vago e la cronologia confusa - che un altro re di Francia, a poca distanza, aveva gi vinto un altro imperatore, chiamato lui pure Ottone, molto tempo prima, alla fine del decimo secolo. Monumento commemorativo, bollettino di vittoria simile a quelli del Carrousel, l'iscrizione di Arras si presentava alla vista di quanti uscivano dalla citt per andare verso il Nord. Ai confini del dominio capetingio, di fronte alla Fiandra, di fronte all'impero, essa erigeva come un trofeo: intendeva fissare per la posterit il ricordo ancor fresco in quei paraggi di una impresa gi vecchia, affinch il sentimento di una comunanza di interessi e di atti valorosi fosse ravvivato di generazione in generazione. Ma andava ancora pi in l: inseriva deliberatamente il trionfo di Bouvines nel solco di una lunga gloria militare, riunendo in una medesima celebrazione, dopo oltre duecentocinquant'anni, grazie all'omonimia dei due capi abbattuti, due vittorie di re che gi, incontestabilmente, ciascuno considerava quelle di una nazione. Inciso, come gli epitaffi, in ci che  pi solido e incorruttibile, il poema pretendeva durare sino alla fine dei tempi: mai l'evento sarebbe caduto nell'oblio. Nondimeno anche l'iscrizione era peritura: da lungo tempo  perduta. Ma se la pietra  scomparsa, il testo almeno dura ancora, perch almeno due uomini si preoccuparono di conservarlo: all'inizio del diciassettesimo secolo, al tempo di Peiresc e dei primi antiquari, quando una storia seria ed erudita era agli esordi e veniva ormai concepita come una scienza che doveva necessariamente poggiare su documenti sicuri. Lo scritto fu quindi copiato, parzialmente da Ferry de Locre, curato di Saint-Nicolas di Arras, che raccoglieva il materiale di una cronaca dei Belgi, e integralmente da un avvocato e scabino di Arras, Antoine de Mol, curioso del passato della propria citt. La testimonianza sfuggiva cos alla distruzione, e con essa tutta la zona, perfettamente circoscritta, della memoria di cui l'iscrizione della porta era stata depositaria da pi di tre secoli e mezzo. Salvataggio decisivo: le trascrizioni furono infatti pubblicate in due opere, stampate l'una nel 1611, l'altra nel 1616: due libri a dire il vero introvabili. Ma l'erudizione moderna  riuscita a rendere il documento pi accessibile. Nel 1856 Victor Le Clerc pubblic nuovamente il testo in una edizione critica secondo tutte le regole. Chiunque pu oggi leggerlo nel volume 23 della Histoire littraire de la France, pp. 433-36. La traccia ormai rimane, in mezzo ad altre, in numerose biblioteche, sul tale o talaltro scaffale, e a portata di mano per qualsiasi eventuale utilizzazione.  probabile che duri ancora per molto tempo, e senza dubbio molto pi a lungo persino dell'interesse che pu suscitare.
La sopravvivenza di Bouvines poggia su tracce di questa specie, molteplici e integrantesi, di diversa origine e di ogni tempo, che arrivano fino all'obelisco alto sei metri eretto nel 1863 nei pressi del campo di battaglia. L'elenco di tutti questi documenti  ormai redatto. Gi da molto tempo essi vengono interrogati: negli ultimi due decenni del diciannovesimo secolo e nei primi trentacinque anni del ventesimo, specialmente tra il 1881 e il 1888 e nel 1913-14, furono soprattutto richiesti dai migliori medievalisti della Francia, della Germania e dell'Inghilterra. La veracit di queste testimonianze fu allora rigorosamente comprovata. Tutto dunque  stato detto, e ben detto, sullo svolgimento della battaglia e sulla rete di intrighi di cui essa  nel medesimo tempo conclusione e inizio. La qual cosa ci dispensa di esaminar qui ancora una volta, con lo stesso spirito, queste fonti di informazione e di proseguirne l'indagine: non ne verrebbe fuori niente di nuovo. Il lettore consulti questi libri, in maggioranza antichi, ma istruttivi e quasi tutti di piacevole lettura. Se ha fretta, faccia riferimento alle pp. 166-202 del volume terzo della grande Histoire de France diretta dal Lavisse, uscita nel 1901.  un'ottima sintesi. I soli ritocchi necessari, tanto riguardo ai metodi del combattimento quanto al calcolo degli effettivi, dovranno essere ricavati dallo studio di J. F. VERBRUGGEN, De Krijgskunst in West Europa in de Middleeuwen, pubblicato nel 1954.
Io, per, vorrei considerare le tracce dell'avvenimento con uno sguardo diverso. Per la storia positivista - quella cui ho accennato, e che non  per nulla trascurabile - la battaglia di Bouvines si inseriva chiaramente nella dinamica di una storia del potere. La giornata formava una specie di nodo, pi voluminoso di altri, in una catena ininterrotta di decisioni, esitazioni, successi e sconfitte, allineati tutti su di un solo vettore, quello dell'evoluzione degli Stati europei. Tale visione assegnava allo storico due obbiettivi: stabilire prima di tutto ci che era veramente accaduto in quella localit il 27 luglio 1214, esaminare quindi a tal fine i documenti come farebbe un giudice istruttore: scovarvi la menzogna, farne scaturire la verit, porre a confronto i testimoni, ridurne le contraddizioni e, per ricostituire gli anelli mancanti, vagliare tutte le ipotesi, scegliere le pi sicure e infine collocare il fatto vero al suo giusto posto, nella sua posizione di risultato e di causa, fra tutti gli annessi e connessi. Due obbiettivi, a dir vero, inaccessibili. Poich, ben lo sappiamo, tutti quelli che assistono a una battaglia, quand'anche si trovino in luogo molto elevato, sono come Fabrizio del Dongo a Waterloo: non vedono che scompiglio e confusione; nessuno ha mai scorto, n mai scorger nella sua totale realt, quel turbinio di mille azioni concatenate che, nella pianura di Bouvines, quel giorno, tra le dodici e le cinque del pomeriggio, inestricabilmente si mescolarono; e poich le cause e gli effetti di questa battaglia sono, nel pieno senso della parola, innumerevoli, rimangono per ci stesso inafferrabili nella loro rispettiva importanza. Ora lo sforzo per avvicinarsi a questi due obbiettivi obbligava all'astrazione, vale a dire a trattare l'avvenimento del 1214 alla stregua di un avvenimento odierno. Tesa in una volont ostinata di puntuale esattezza, questa storia, non voleva essere scientifica, trascurava in effetti di evitare controsensi e anacronismi. Poich, attenta unicamente all'azione politica, alle sue motivazioni e alle sue conseguenze, essa inconsciamente era incline a vedere Filippo Augusto un po' come Corneille vedeva Pompeo, cio come una volont di fronte ad altre volont, un desiderio di fronte ad altri desideri, nella immutabilit della natura umana. Essa non notava tutti i sottili sviluppi che avevano insensibilmente modificato in Europa, nel corso di venti generazioni, il comportamento delle genti e il significato dei loro atti: modificazioni lentissime che, per esempio, impediscono di confondere il cavaliere di Bouvines con un corazziere di Reichshoffen.
Questo  il motivo che mi induce a considerare tale battaglia e la memoria da essa lasciata da antropologo, cio a tentare di vederle entrambe immerse in un complesso culturale diverso da quello che oggi regola il nostro rapporto con il mondo. Tale proposito obbliga a tre procedimenti concomitanti. Dato che i segni dell'avvenimento non potrebbero costituire l'oggetto di una giusta interpretazione senza essere innanzitutto ricollocati nel sistema di cultura che a suo tempo ne ricevette l'impronta, occorre in primo luogo riferirsi a tutto ci che di tale cultura si sa per altre vie, al fine di esaminare criticamente le testimonianze da allora in poi pervenuteci. Ma inoltre, poich l'avvenimento  in se stesso straordinario, le tracce eccezionalmente profonde che ne restano rivelano ci di cui, nella vita comune, non si parla o si parla troppo poco; esse radunano, in un punto preciso del tempo e dello spazio, un fascio di informazioni sul modo di pensare e di agire, e pi precisamente, poich si tratta di un combattimento, sulla funzione dei militari e su coloro che nella societ dell'epoca erano incaricati di svolgerla. Bouvines  un luogo di osservazione straordinariamente favorevole per chi tenti di abbozzare una sociologia della guerra alla soglia del tredicesimo secolo nell'Europa nordoccidentale. Infine queste tracce informano anche in altro modo sull'ambiente culturale in cui l'evento si comp e poi sopravvisse al momento saliente. Esse mostrano come la percezione del fatto vissuto si propaghi in onde successive che, a poco a poco, nello spiegarsi dello spazio e del tempo, perdono ampiezza e si deformano. Oserei quindi osservare altres - ma in tal caso si tratterebbe da parte mia solo di un abbozzo, anzi di una proposta di ricerca - l'azione che gli elementi immaginari e l'oblio esercitano su una notizia, l'insidiosa penetrazione del meraviglioso, del leggendario e, in una lunga sequela di commemorazioni, il destino di un ricordo in seno a un insieme in movimento di rappresentazioni mentali.
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Con tale intenzione ritengo che la cosa migliore sia all'inizio presentare nuda al lettore la traccia dell'avvenimento pi immediata, pi nitida e ampia: ce la offre la cronaca in prosa di Guglielmo il Bretone.
Il testo proviene dalla corte del re di Francia, d la relazione ufficiale del combattimento e s'inserisce in tal modo in una tradizione storiografica a quel tempo quasi secolare, che ha le radici nell'abbazia di Saint-Denis. Nella cripta del monastero, sulle fondamenta di un santuario del quale si raccontava che Cristo in persona fosse venuto a edificarlo, presso il sepolcro di un santo protettore che molti considerano ancora, nonostante le critiche dei dotti, il discepolo di san Paolo, si allineavano i sarcofagi di Dagoberto, di Pipino il Breve e dell'imperatore Carlo il Calvo, di Ugo Capeto, insomma di quasi tutti i re dei Franchi. Questa necropoli offriva la straordinaria immagine della continuit monarchica, nella successione delle tre dinastie merovingia, carolingia e capetingia. Pi ancora che a Reims, la citt del battesimo e della consacrazione, la potenza regale ha la sua vera base in queste tombe. Dopo la cerimonia dell'unzione le insegne del potere venivano riposte nell'abbazia, e il re, quando doveva guidare l'esercito per difendere il regno, veniva a prendervi lo stendardo del santo patrono, l'orifiamma. Quando Suger, amico d'infanzia del nonno di Filippo Augusto, il re Luigi sesto, fu investito a Saint-Denis, agli inizi del dodicesimo secolo, della dignit abbaziale, sua prima cura fu di far conoscere solennemente quale funzione egli giudicava essere la pi importante del suo monastero. Per affermarlo in modo clamoroso agli occhi del mondo prese a ricostruire la sua chiesa in modo sontuoso. In una sintesi magistrale, donde scatur l'arte gotica, quest'arte regale - arte di Francia - come a quel tempo si diceva, egli volle associare l'estetica imperiale della regione della Mosa a quella della Neustria e alle innovazioni formali che avevano cominciato a manifestarsi nel Sud della Gallia: la nuova basilica esprimeva cos la riunione di tutto il reame sotto l'autorit di un sovrano proclamato diretto erede di Carlomagno. Nel medesimo tempo, allorch i Capetingi sceglievano di stabilirsi a Parigi piuttosto che a Orlans, loro principale residenza, Suger trasfer da Sant-Benot-sur-Loire a Saint-Denis-en-France la missione di celebrare con la parola scritta la gloria dei monarchi. Egli stesso redasse la biografia di Luigi VI. Una vita quale allora si componeva per commemorare i santi e i re, questi sacri personaggi, questi eletti da Dio, dotati di virt soprannaturali e del magico potere di guarire i malati. Dopo di lui i monaci di Saint-Denis si sentirono obbligati a raccontare, per la posterit e per l'edificazione dei suoi discendenti, come l'uomo del quale conservavano la corona e del quale avevano ricevuto la spoglia mortale per circondarla di perpetue e salutari preghiere, avesse al suo tempo assunto il magistero regale in tutta la sua pienezza.
Agli inizi del regno di Filippo Augusto si assistette alla diffusione dell'attivit degli scrittori. E ci perch l'autorit del re di Francia non cessava di rafforzarsi, ma anche perch tutti i principi dell'Occidente comprendevano allora sempre pi, data la rapida espansione della cultura scritta, che il panegirico assicurava prestigio e poteva servire come arma efficace nella rivalit sempre pi aspra che metteva di fronte degli Stati consolidati. Pertanto la Histoire des rois des Francs fu compilata a Saint-Denis, tra il 1185 e il 1204. Si pu ritenere che vi lavorasse uno scrittore sobrio, esatto, chiamato Rigord. Prima di entrare nel monastero - e fu forse la ragione per cui vi entr - Rigord, che veniva dal Mezzogiorno, aveva certamente cominciato a scrivere un racconto delle gesta del sovrano regnante, e continu nell'abbazia, fino al 1206. Delle Gestes de Philippe Auguste Rigord present una prima stesura nel 1196, e una seconda quattro anni dopo. A tale data il bretone Guglielmo viveva in stretta intimit con il re, lo serviva fedelmente, si recava a Roma per delicati negoziati a proposito del divorzio di Filippo e del suo secondo matrimonio, si guadagnava la totale fiducia del suo signore che lo incaricava dell'educazione del suo bastardo, Pierre Charlot. Saliva rapidamente di grado.
Guglielmo  uno di quei nuovi ricchi della cultura come ne conosciamo molti e a quell'epoca abbondavano. La via migliore per chi, di bassa estrazione, volesse elevarsi nella scala sociale, era quella di introdursi in una scuola e imparare a parlare bene e a scrivere. I principi avevano grande necessit di persone che sapessero queste cose, e le retribuivano bene. In realt le scuole preparavano solo al mestiere ecclesiastico. Quelle dei monasteri erano chiuse. Restavano le scuole delle cattedrali e dei capitoli, ma non si aprivano se non ai chierici. Si era quindi obbligati a entrare nella Chiesa, liberi poi d'allontanarsene un po', quando pi tardi si diventava contabile, consigliere, medico o giullare, come accadeva a quei numerosi disertori degli studi, allettati dai buoni profitti, che i prelati si sforzavano invano di trattenere al servizio esclusivo di Dio. A dodici anni, Guglielmo aveva gi lasciato la Bretagna, dove si imparava poco e male, per il paese francese, dove si insegnava di pi. Studi dapprima a Mantes, poi nelle migliori scuole, quelle di Parigi. Sembra ritornasse al paese natale in cerca di fortuna, ma senza successo. Fra i trenta e i quarant'anni la sorte infine gli arrise: riusc a introdursi nella cappella reale, dove prosperavano molti suoi condiscepoli. Questa dimestichezza con la preghiera e con tutte le attivit che richiedevano un po' d'istruzione poteva condurre ai posti pi redditizi. Un bell'avvenire era assicurato a chi vi si dimostrava docile e intelligente: il Capetingio dominava l'alto clero e aveva pieno potere di collocare vantaggiosamente'chi sapeva compiacerlo. Tutti avevano perci il diritto di sperare in una gradita prebenda di canonico quando si avvicinavano alla sessantina; se sapevano ben destreggiarsi potevano persino diventare vescovi. Cos fece Guglielmo. Dopo il 1200 e la sua missione romana egli si rende indispensabile. Il re lo vuole ovunque al suo fianco.  presente all'assedio di Chteau-Gaillard. Come cappellano la sua principale funzione  di cantare in coro insieme con gli altri quella continua preghiera che deve accompagnare la persona regale e iscrivere ognuna delle sue gesta nelle modulazioni di un salmo appropriato. A Bouvines, in piena mischia, continua a cantare dietro le spalle di Filippo. Ed  qui che si rivela. Egli per primo fa del combattimento del giorno un avvenimento. Nella cerchia del re la vittoria in effetti apparve subito di tale importanza che, per soddisfare il suo signore, Guglielmo ne redasse immediatamente un resoconto smisurato. Anzi, egli volle situare la sua narrazione direttamente nel seguito della cronaca di Rigord, che un altro monaco aveva per sommi capi continuato sino al 1210. Si procur il testo a Saint-Denis, l'abbrevi e colm l'intervallo riferendo alcuni fatti rilevanti che ricordava e dei quali il suo signore poteva gloriarsi. Compose cos un'intera storia del regno, e si verific in tal modo un passaggio meritevole di grande attenzione: l'impresa storiografica passa dalle mani dei monaci a quelle di un chierico, e da un'abbazia alla casa stessa del re. Segno, questo, della stabilit di un potere che in parte si svincola dalle celebrazioni liturgiche e comincia a secolarizzarsi. Di tale spostamento  pure testimonianza la parte assegnata alle armi nel racconto stesso. Il monaco Helgaud, autore di una vita del re Roberto il Pio, centocinquanta anni prima non si era interessato che di preghiere, elemosine, pellegrinaggi e miracoli, lasciando ad altri la cura di raccontare le guerre. Guglielmo il Bretone, invece, non parla quasi d'altro, e nel suo libro intende soprattutto celebrare Buovines. Si diffonde infatti su questa sola giornata pi a lungo che non sui cinque anni precedenti. Tutto il resto non  per lui che premessa a quanto considera la realizzazione. Pertanto decide di terminare con l'anno 1214, cio con lo choc dell'avvenimento, la prima versione della sua opera.
Egli ci lascia cos un racconto che  sicuramente manipolato e mette sempre l'accento su ci che pu esaltare la gloria capetingia: onesto, del resto, quanto  possibile esserlo allorch si  servitore e si pensa alla propria vecchiaia; circostanziato, preciso, chiaro e non ingombrato oltre misura dalla retorica, dalla preoccupazione di piacere e di ostentare cultura classica. In una parola, la testimonianza migliore. Lo scritto  in latino, lingua dei dotti, lingua dei preti - perch la casa del re, dell'unto del Signore, consacrato come un vescovo,  prima di tutto una cappella. In questa forma ecclesiastica i religiosi di Saint-Denis accolsero lo scritto per inserirlo nella grande compilazione che di regno in regno continuavano a elaborare. Ma nel 1274, l'abate del monastero decise di farlo tradurre in lingua volgare, con tutto il complesso storiografico entro cui era stato inserito il racconto di Guglielmo. Segno di un altro cambiamento culturale, questa nuova preoccupazione di offrire a un pubblico pi largo, a tutti i curiosi che non avevano frequentato le scuole, questa storia ufficiale della regalit. Io ho voluto presentare qui il testo di questa traduzione, perch si tratta di una prosa mirabile, gustosa, e di un'azione piena di vita, e l'ho leggermente adattata perch sia facilmente comprensibile, senza peraltro che perda il sapore.
Ma perch ciascuno sia in grado di seguire lo spettacolo  necessario presentarne prima gli attori, allestire uno scenario, riassumere in un brevissimo prologo l'intreccio, del quale nel racconto non si parla e che nondimeno conduce al mattino di Bouvines.
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L'evento.
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La messa in scena.
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Come  d'uso nel teatro antico tutte le parti sono affidate a uomini. Ma, essendo lo spettacolo militare, tutti i personaggi sono realmente maschili. Ci si aspetterebbe forse di scorgere qui, sia pure nell'atmosfera sfumata dello sfondo, gruppi di quelle donne di condizioni diverse che, come  noto, seguivano in quel tempo tutte le armate, quelle dei crociati come le altre. Le donne sono assenti. Per Guglielmo e per quanti lo ascoltano Bouvines  davvero un fatto serio, una battaglia, una solennit, una cerimonia in un certo senso sacra. La sua immagine, come quella delle solenni liturgie, non potrebbe essere che virile: Guglielmo e tutti gli scrittori che per primi fissarono il ricordo dell'avvenimento sono gente di chiesa. Per loro la donna non  altro che un ornamento futile e mondano, un elemento secondario di un gioco, dei divertimenti che piacciono ai giovani; o, meglio, essa  una lusinga pericolosa, una insidia tesa dal demonio, strumento di tentazione, occasione di peccato. Nessuna figura femminile, di conseguenza, sta dalla parte del bene, quella della vittoria, quella del re di Francia. Le rare donne che compaiono si trovano tutte dall'altra parte. Il Bretone, nella sua cronaca in prosa, presenta una sola donna: la contessa madre di Fiandra. Essa  come la matrona del campo avversario, l'anziana signora della stirpe cattiva, poich da lei si trasmise la dignit di cui si fregia il principale nemico di Filippo, il re buono. Pi che un po' strega, viene rappresentata come un'indovina che ha commercio con gli spiriti e maneggia sortilegi.  nata in Spagna e, come tutte le donne che provengono da quelle contrade che la presenza dei Mori e degli Ebrei ha corrotto, infettato, reso strane e demoniache, alla perversit naturale del proprio sesso aggiunge la pratica degli incantesimi. Essa inganna, per essere, alla fin fine, ingannata lei stessa. Nella Philippide - nient'altro che l'ampliamento in rima della sua cronaca - Guglielmo parla ancora due volte di donne, ma sempre in maniera nascosta. Una delle due allusioni  in apparenza cortese, ma che significato ha?  forse un elogio? Un segno di asservimento alle mode aristocratiche che lentamente vanno insinuandosi nell'austero ambiente della corte capetingia? Oppure un modo di suggerire, quasi di sfuggita, che dal lato del nemico non c' che leggerezza? All'inizio del combattimento il cavaliere fiammingo Giovanni Buridano va gridando intorno, per accendere i cuori: Ciascuno pensi alla sua bella! L'altra allusione ha invece chiaro intento peggiorativo. Se Guglielmo il Bretone dice qualche cosa di quella dama che il traditore della vicenda, il conte di Boulogne, si porta dietro, non come sua sposa, ma come concubina, e che inoltre  la sorella del pi odioso dei capi di bande, l'avventuriero Ugo di Boves,  proprio per sottolineare la perfidia di quanti combattono il re di Francia. Essi si abbandonano alla dissolutezza: sono degli scostumati.
Presenti sempre sono invece i cavalli. Nessuno  designato col proprio nome, ma se ne esaltano le prodezze e sono oggetto di compassione, e uno di essi, il destriero dell'imperatore Ottone,  uno dei protagonisti pi importanti. La sua morte risveglia pi echi, e in apparenza suscita pi dolore, che non la sofferenza sopportata dalla maggior parte degli uomini feriti in battaglia. Sono presenti anche altri personaggi, invisibili, ma si ha la sensazione che nel mondo dell'al di l costituito dalle percezioni siano tra i pi attivi. I santi non figurano nella cronaca, tutti per sanno che essi sono tra i combattenti, venuti alla riscossa di quanti li onorano, san Dionigi per primo, patrono accreditato del regno, e un altro ancora, Lamberto, patrono di Liegi: l'avversario degli avversari del Capeto. Se Guglielmo fa volteggiare Pallade al di sopra della mischia,  per mostrare che ha letto i classici: la dea  un accessorio della scena, ma Dio, beninteso,  presente, come pure il Nemico, il Diavolo.
Tuttavia sono guerrieri quelli che riempiono l'intera scena: nel culmine dell'azione, saranno tutti in armi, la folla appare nettamente divisa in due parti: gli uni combattono a piedi, gli altri a cavallo. Due parti ineguali. I primi sono di gran lunga i pi numerosi, ma sono i secondi a venire illuminati in pieno. In realt, questa distinzione tra soldati a piedi e soldati a cavallo che, nella battaglia,  a un tempo la pi evidente e determinante, non corrisponde esattamente alla divisione che, nello spirito dei contemporanei, isola dal volgo, dal popolo, dai poveri, dai villani, i soldati a cavallo, cavalieri per eccellenza. Divisione fondamentale in funzione della quale, in quell'epoca e in Francia, da almeno due secoli, viene regolata ogni concezione della societ. Essa risponde alla teoria dei tre ordini che fu per la prima volta attuata subito dopo l'anno mille, nelle cerchie dotte dell'alto clero, e pi precisamente dai vescovi pi infervorati nel sostenere lo scosso prestigio della magistratura regale. Da allora non v' dubbio che la volont divina non abbia separato gli uomini in tre categorie rigorosamente chiuse, ognuna delle quali incaricata di una determinata funzione, e la cui pacifica unione, con uno scambio di reciproci servizi, fonda la base dell'ordine sociale. Una di tali sezioni, la pi folta,  chiamata a lavorare, a mantenere con il proprio lavoro la gente degli altri due ordini nell'ozio e in quegli agi che permettono agli uni e agli altri di adempiere in pieno la propria specifica missione. A lato dei privilegiati si allineano da una parte coloro che pregano e la cui funzione  fondamentale, poich attirano sul popolo nel suo complesso i favori del cielo; dall'altra quelli che fanno la guerra: i cavalieri. Predestinati, grazie alla virt particolare che vien loro dal sangue degli antenati, essi hanno ricevuto verso i vent'anni delle armi che i preti hanno benedetto e che essi non dovrebbero usare se non per delle cause giuste, la difesa dei chierici, dei monaci e del popolo privo d'armi, e la diffusione della fede cristiana. In conformit a tale ideologia dominante, a tale visione sacra dell'armonia del corpo sociale, soltanto gli appartenenti all'ordine dei cavalieri avrebbero diritto al completo equipaggiamento del guerriero, il cui emblema rimane la spada, la lunga spada della tradizione franca, ma il cui elemento pi importante, quello di cui i progressi dell'arte militare, nel corso del dodicesimo secolo, hanno confermato la decisiva efficacia,  il cavallo da battaglia. Ora, sul campo di Bouvines, se tutti i militi appiedati sono invero gente di bassa estrazione, e se tutti i veri cavalieri combattono sempre a cavallo - a meno che il loro destriero, sventrato, sia stato messo fuori uso - si vedono pure cavalcare militi che non appartengono all'ordine cavalleresco, e che nondimeno, quando si trovano nel campo vittorioso, sono detti valorosi. Sono i cosiddetti sergenti, cio ausiliari presi dal popolo, ma che i principi, per essere meglio serviti, hanno iniziato all'equitazione. Nulla pu confonderli coi combattenti nobili, sebbene siano equipaggiati pi o meno come loro. Per affrontare il nemico, hanno abbandonato la cotta di tela, che permette di cavalcare agevolmente e senza fatica - quella che portano gli esploratori; e hanno modellato il proprio corpo, per proteggerlo dai colpi violenti, dentro un involucro di metallo.
Sono rarissime le vestigia di equipaggiamenti militari risalenti tale periodo. Infatti da lunghissimo tempo i morti non si portavano pi le armature nella tomba, luogo privilegiato per le scoperte archeologiche, e neppure si conservavano in un canto delle dimore dei signori le armi invecchiate. Esse servivano a forgiarne subito di nuove, tanto era raro a quell'epoca il ferro. Di conseguenza tutto quanto si pu sapere degli strumenti da combattimento proviene solo da immagini, e questa testimonianza  poco sicura, perch  difficile assegnare una data precisa alla maggior parte delle opere dipinte e scolpite, e non si pu mai dire se l'artista ha tentato di riprodurre fedelmente ci che vedeva, o se ha copiato modelli antichi. Nondimeno, da quanto appare nei sigilli, nelle miniature, in qualche bassorilievo e l'oreficeria dei reliquiari, si pu tracciare la figura dei combattenti di Bouvines. La prima impressione  quella di un'estrema disparit: da un uomo all'altro l'armatura varia in tutto e per tutto, e tale diversit dipende in primo luogo dall'ampissima gamma dei beni posseduti; ciascuno infatti si equipaggia a seconda dei propri mezzi e quanto pi pu. Si aggiunga che, per tutti gli uomini che vi incontriamo - salvo per alcuni, legati alla Chiesa, come Guglielmo il Bretone e il clero che con lui si trova al fianco del re di Francia - la guerra  la vita medesima: a un tempo una missione fondamentale, il pi ardente fra tutti i piaceri e la principale occasione di guadagnare denaro. La difesa iniziale, l'investimento che essi considerano il pi necessario e redditizio, consiste nell'equipaggiamento militare. Essi non sanno infatti immaginare un impiego delle proprie risorse pi utile dell'acquisto di strumenti atti a meglio dominare l'avversario e, pi ancora, a meglio proteggere se stessi dai pericoli. Si d il caso che l'alba del tredicesimo secolo sia un momento, in questa parte del mondo, in cui la circolazione della moneta si va intensificando e dove, per l'azione reciproca delle istituzioni signorili e degli scambi, il denaro arriva sempre pi abbondante nelle mani di quanti sono dediti alla guerra: nobili e gente dei borghi mercantili dove viene reclutata la maggior parte dei sergenti. Le spese per la guerra crescono cos di continuo e, per pi di un secolo, un tale afflusso di mezzi monetari incrementa l'allevamento dei cavalli di qualit e stimola il progresso della metallurgia del ferro. La fabbricazione delle armi  in quel tempo, come in tutto il corso della storia degli uomini, uno dei settori di punta del progresso tecnico. E in realt la relazione della battaglia di Bouvines rievoca alcune recenti innovazioni.
Alcune armi favoriscono l'attacco. Al vecchio apparato di offesa del soldato a cavallo, alla lancia e alla spada lunga, create soprattutto per disarcionare il nemico e per stordirlo nell'urto delle cariche alternantisi, si sono ora aggiunti strumenti uncinati e aguzzi pi aggressivi, e anche pi perfidi, e per questo ritenuti ignobili, malefici. Guglielmo il Bretone ne parla un po' come parla delle donne, li colloca tutti dalla parte del male e del diavolo. Si vedono nel campo avversario, e quasi sempre tra le mani del combattente plebeo, il fante, o del combattente dannato, il mercenario. Le nuove armi sono effettivamente pericolose, ma anche efficaci. Troppo, anzi: non fanno onore e scombinano le regole del gioco. Infatti le armi uncinate distruggono l'ordine sociale, perch permettono ai guerrieri di classe inferiore di tirar gi di sella gli uomini di rango pi elevato, di gettarli nella polvere agganciandoli dalle parti sporgenti della corazza. Sono l'immagine stessa, desolante, di ogni sovversione; tanto pi che tra gli interstizi dell'armatura i coltelli bene affilati possono insinuarsi, giungere sino alla carne viva e trafiggerla; cio uccidere, cosa che di norma non si fa tra cavalieri. Nondimeno il perfezionamento degli strumenti aggressivi ha dato il via immediatamente all'invenzione di mosse di parata, ma non  cos progredito come quello degli accessori per schivare i colpi. I principi, nelle battaglie, sono certo preoccupati di vincere, per con il minor danno possibile. In primo luogo hanno, come tutti, paura di morire: loro prima cura  perci di proteggersi. Al tempo di Bouvines, i principali miglioramenti sono quindi stati rivolti a rafforzare l'armatura. Questa, sino a poco tempo prima, copriva la testa, il busto e le cosce, ma lasciava vulnerabili braccia, gambe, basso ventre, volto e collo. Allo scopo di ridurre tali deficienze della difesa, si sono applicati nuovi accessori. Al vecchio usbergo, alla lunga cotta aperta di sottili maglie di ferro, si aggiungono ora maniche e gambiere di metallo che avvolgono le braccia fino oltre il polso, e le gambe fino alle caviglie; estesa fin verso la gola, mediante ci che viene chiamato ventaglia, una calotta protettrice ripara la nuca e il mento. A poco a poco essa tende a scomparire sotto l'elmo che scende verso la parte inferiore del volto, prende la forma di un cilindro chiuso, munito soltanto di qualche fenditura per vedere e respirare. Si sono in tal modo ridotti tutti gli spiragli attraverso i quali pu entrare la morte. Chi vuole uccidere deve mirare attentamente alle occhiere, e frugare nell'interno dell'inguine attraverso le aperture che separano le brache dall'usbergo, sgusciare con cura quei pezzi strettamente legati, il che diviene veramente un'opera d'artista. Cos l'armatura moderna d sicurezza, permette maggiore audacia, consente di inseguire pi oltre la gloria, senza troppo tremare. Da questo progresso tecnico ha origine un cambiamento di morale e insensibili spostamenti nella gerarchia della virt. Ci rende possibile, nella cavalleria, la lenta manifestazione del coraggio: novit del dodicesimo secolo. Ma questo bell'equipaggiamento che d sicurezza, queste armi che creano gli eroi, bisogna avere i mezzi per procurarseli.
Infatti, a mano a mano che si perfeziona, l'armatura costa sempre pi cara. Proprio in questo periodo la maggior parte dei cavalieri, anche se le loro rendite in denaro si accrescono incessantemente, stentano a procurare al proprio figlio, allorch ha terminato il tirocinio, quanto c' di meglio nell'equipaggiamento del guerriero. La riserva monetaria  troppo esigua, le armi conservate in casa sono superate: si potrebbe, s, usarle, ma il gioco diventerebbe pericoloso, e troppo temerario cercare di esser prode. Bisogna allora rinunciare alla gloria? Se ci si rivolge al signore del feudo, di cui uno dei principali doveri e il pi sicuro sostegno del prestigio  quello di armare, nel tempo prescritto, i figli dei suoi vassalli, lo si vede anche lui badare alla spesa: egli deve equipaggiare i propri figli e perci fa a lungo il sordo. Sono quindi gi numerosi, nel regno di Francia, i giovani di buona famiglia che mordono il freno e invecchiano aspettando indefinitamente l'occasione di essere armati cavalieri: battono impazienti alla porta dell'ordine. La loro armatura, la loro condizione, il titolo dato loro di scudieri o paggi (e che essi ostentano per non venire confusi con la gente del volgo che, naturalmente, non  armata, per affermare la propria predisposizione per nascita a diventare un giorno, per buona sorte, cavalieri) sono quegli stessi - sino ad allora provvisori - dati agli adolescenti, che seguivano i combattenti adulti, di cui portavano le bardature, apprendendone il mestiere, facendo le prime prove sotto i loro occhi. Ed  veramente soprattutto il caro prezzo delle nuove armi che, sul campo di Bouvines, rende pi eterogenea la massa degli uomini che fanno la guerra. Non parliamo dei fanti, classe dei poveri, la maggior parte dei quali  stata prelevata dai comuni per ordine del principe, dei disgraziati, dei figli di nessuno, degli attaccabrighe, meno svelti di altri a nascondersi in tempo: i vicini li hanno indicati, equipaggiati come capita: per proteggere il proprio corpo non hanno che uose, una casacca di cuoio, al massimo un copricapo di ferro. Sono loro, quelli destinati a morire. Quanto ai cavalieri, siano o non siano nobili, molti portano ancora il vecchio elmo aguzzo raffigurato negli arazzi di Bayeux, dal largo nasale, e alla meglio si riparano dietro al proprio scudo per proteggere dai colpi bassi membra e ventre. Soltanto i ricchi riescono a essere ben protetti. Pi sono potenti, pi il loro feudo  redditizio, pi sono massicci e impacciati nei movimenti, e meno si vede il loro volto. Di quei principi che arrivano al punto di corazzare il proprio cavallo, non si vede neppur pi la pelle; ci che li rende realmente irriconoscibili. Donde l'importanza dei segnali di adunata, le grida, la bandiera tenuta alta presso ogni comandante, le figure araldiche cucite sulle sopravvesti militari, specie di cotte di leggero tessuto svolazzante sulle corazze, ma che si strappano in fretta, diventano presto stracci e cos sbrindellati fanno di chi le indossa degli ignoti. Gli sbagli sono frequenti. Quando un cavaliere si fa prestare da un altro nel folto della mischia una delle sue sopravvesti, cambia ci che costituisce la sua identit, lo si pu prendere per uno pi o meno temibile di quanto sia in realt, e gli avversari quando egli si avvicina scoprono stupiti che si tratta di uno pi valoroso o pi codardo o pi odiato. Ognuno  quindi obbligato a urlare il proprio nome attraverso i fori dell'elmo. Qualsiasi mischia  un guazzabuglio di emblemi, un frastuono di chiamate e d'invettive e, nella polvere delle biade calpestate, un turbinio di segni ingarbugliati.
Imprigionati nelle corazze tintinnanti e coperti di quei colori sbrindellati, i personaggi, a prima vista, apparivano ammucchiati in una massa confusa, che a fatica si poteva calcolare. Quanti sono? Il racconto di Guglielmo fornisce alcuni dati numerici, ma sono tutti parziali. Indagando le altre fonti gli eruditi si sono azzardati a valutare gli effettivi. Queste stime, molto diverse fra loro, rimangono tutte incerte. Ecco qui, proposte da J. F. Verbruggen, quelle fissate pi di recente e anche le pi sicure: Filippo Augusto avrebbe richiamato per la battaglia almeno milletrecento cavalieri, forse altrettanti sergenti a cavallo e da quattro a seimila fanti. Sull'altro fronte c'era un numero di cavalieri indubbiamente un po' superiore, e di certo molta pi milizia appiedata. In totale, sul terreno dello scontro quattromila cavalieri all'incirca e, press'a poco, tre volte tanto gli appiedati. In questa folla le testimonianze pi precise, e particolarmente i documenti contabili, le liste dei prigionieri - compilate con molta cura, perch si trattava di denaro - e di quanti si fecero garanti dei riscatti, permettono di distinguere col loro nome un po' meno di trecento persone: tranne quattro eccezioni, sono nomi di cavalieri. Gi l'ho detto: la cavalleria soltanto si colloca sulla scena in primo piano: tutto il resto sono comparse. Tuttavia il corpo stesso dei cavalieri resta quasi interamente nell'ombra. Tanto pi che i trecento patronimici reperiti autorizzano al massimo a situare i designati in un lignaggio, in un feudo, in un territorio, in una provincia. Dell'uomo non dicono niente. In definitiva, dall'ombra viene fuori appena un pugno di persone. Eccoli, allineati in due campi, come negli scacchi - il gioco dei principi di quel tempo, gioco permesso perch  d'intelligenza e non di azzardo, e non conduce a tentare Dio. I bianchi e i neri: e con ci intendiamo i combattenti del bene e del male; cos ci mettiamo realmente nella giusta luce del racconto, nel simbolismo manicheo che domina in quell'epoca tutte le rappresentazioni mentali.
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FILIPPO sta per compiere cinquant'anni, il che vuol dire che, per quel tempo, egli entra decisamente nella vecchiaia. Trentacinque anni prima, i grandi del regno lo hanno acclamato nella cattedrale di Reims, i prelati gli hanno cosparso il corpo di olio della santa ampolla, consacrandolo, nel pi vero senso della parola, e infondendogli, come avviene con i vescovi, la potenza divina e tutte le virt ch'essa conferisce. A tale data, il re Luigi settimosuo padre, non era ancora morto, ma, ormai stremato, non si sentiva pi in grado di agire. Sopravvisse qualche mese all'elezione e all'incoronazione del figlio primogenito, ma questi gi da quel giorno era diventato a pieno titolo re: a quattordici anni. A questo ragazzo mal pettinato spettava ormai interamente il compito di guidare verso la salvezza il popolo dei Franchi, di mantenerlo con lo scettro e la spada nella pace e nella giustizia. Pertanto da trentacinque anni Filippo, ogni primavera, monta a cavallo e conduce i suoi alla battaglia. Li trascina in un seguito di scaramucce il cui esito dovrebbe essere, nel periodo della mietitura e della vendemmia, un'assemblea di arbitrato, di lunghe discussioni, che placherebbero per un momento le discordie di continuo risorgenti nel mondo dei principi, a vantaggio del popolo di Dio, cio della Chiesa e dei poveri. Nel 1190 si  avventurato molto pi lontano, fino in Terra Santa, come gi aveva fatto suo padre, sperando di liberare il Santo Sepolcro, appena riconquistato dagli infedeli. Non ha potuto prendere Gerusalemme, ma ha assolto coraggiosamente il suo voto durante l'assedio di San Giovanni d'Acri, perdendovi la salute. L'autunno successivo ha lasciato l'esercito crociato,  tornato in patria attraverso l'Italia, passando da Roma, Siena, Milano, ha valicato le Alpi prima delle grandi nevicate, mezzo cieco, pi rabbioso, pi ansioso di quando era partito. Aveva allora venticinque anni. Lentamente ha dominato la propria nevrosi. Al tempo di Bouvines i suoi ammiratori e adulatori parlano di lui come di un bell'uomo, dalla figura prestante, dal volto ridente, calvo, rubicondo, cui piace bere e mangiar bene. Questo buontempone  considerato previdente, ostinato... pronto nei giudizi e disinvolto; i servi di una ideologia della regalit che vuol mostrare nel sovrano il vero amico del popolo lo presentano come uno che si compiace di consultare gli umili, cio che diffida dei grandi e cerca fuori dell'alta aristocrazia appoggi pi saldi. Si  sposato tre volte. Una morbosa avversione lo ha allontanato, la sera stessa delle nozze, dalla sua seconda moglie Ingeborg di Danimarca. Si  presto preso un'altra donna, malgrado la Chiesa. A questa unione adulterina si prestarono docilmente i vescovi, ma il papa la condann e colp con gravi sanzioni il re, che non cedette. Nel 1214 quella che a Roma era considerata la sua concubina  morta ormai da tredici anni. Da qualche mese soltanto Ingeborg  uscita dal monastero in cui sino ad allora l'aveva tenuta il marito e vive a corte, da regina. Sul salterio che usa per le preghiere ha notato che il 27 luglio 1214 Vinse Filippo, il re di Francia, in battaglia, il re Ottone, il conte di Fiandra e il conte di Boulogne e molti altri baroni. Soltanto altre due date sono scritte sul margine di quel libro stupendo, in ricordo di speciale suffragio, o di ringraziamento, ed  questo il segno pi significativo della risonanza che ebbe l'avvenimento.
Dopo Ugo Capeto tutti i re di Francia hanno potuto, ancora in vita, associare al potere un figlio che poi raccolse la successione senza difficolt. Anche a Filippo, sesto di questa discendenza maschile, la figliolanza non.manca: senza tener conto di un bastardo datogli da una giovane della nobilt di Arras e che diventer vescovo di Noyon, ha due figli e una figlia. I due minori, frutto del matrimonio adulterino, sono stati legittimati per decisione pontificia. Luigi, il primogenito, Filippo si  ben guardato di farlo re, pur cominciando a sentire la fatica delle continue cavalcate. Per l'utilizza, giacch il principe Luigi, signore dell'Artois, eredit della madre, ha sempre servito fedelmente e sempre pi spesso sostituisce il padre alla testa dell'esercito quando si tratta di fare la guerra lontano da Parigi. L'associazione preliminare del figlio primogenito alla dignit regia non  infatti pi una necessit. Da lungo tempo ormai i principi di Francia non si ribellano pi contro il padre. La dinastia capetingia  saldamente unita, pi di ogni altra, e si  decisamente affermata l'idea che la corona si trasmetta regolarmente di padre in figlio in ordine di primogenitura. Una canzone di gesta, Le Couronnement de Louis, composta verso il 113 7, gi sosteneva che l'ereditariet era cosa ovvia, quand'anche il figlio del re fosse imbecille, e che la consacrazione altro non era se non una prova supplementare dell'elezione divina. Ora Filippo ha quest'altra fortuna: gli  appena nato a Poissy un secondo nipote, e sar san Luigi (l'altro, Filippo, morr nel 1218). L'avvenire della dinastia  assicurato.
Il re porta il soprannome di Augusto. Glielo aveva dato Rigord, allo scopo di celebrare in tal modo colui che aveva accresciuto il dominio regio, triplicandone di colpo l'estensione. Ma un senso pi grave pesa su questo epiteto: evoca Cesare, non ci si pu ingannare. Suona come una pretesa all'Impero. Roma appartiene per diritto al re di Saint-Denis gi diceva Le Couronnement de Louis; non bisogna lasciarla ai Tedeschi. Il Capetingio, che da poco tempo sa di essere il pi potente sovrano della cristianit, afferma allora persino la propria volont di iscriversi nella discendenza di Carlomagno, di non ammettere sopra di s alcuna potenza temporale e di pretendere alla guida suprema del popolo cristiano. Gi cento anni prima Suger lavorava a questa presa di possesso del retaggio carolingio, quando immaginava di riunire intorno all'abbazia di Saint-Denis, cio della monarchia parigina, tutti gli emblemi culturali dell'impero franco. Il vivissimo impulso del progresso economico da cui l'Ile-de-France traeva profitto pi di qualsiasi altra provincia, che incrementava lo sviluppo di Parigi e innalzava al massimo la rinomanza della citt regale, sosteneva l'edificio cos costruito sul piano dell'ideologia e dei simboli. La politica matrimoniale dei sovrani valse a puntellarlo pi saldamente. Queste unioni intendevano collegare in modo pi stretto al ceppo carolingio la discendenza di Ugo Capeto: cosa importante in un tempo in cui si pensava che tutti i carismi derivano dalla razza. Il sangue di Carlomagno scorre in realt pi puro nelle vene di Filippo Augusto, la cui madre proveniva dalla casa di Champagne. Isabella di Hainaut, la sua prima moglie, era anch'essa una carolingia, e il principe Luigi, suo figlio,  quindi ancor pi vicino di lui stesso agli antenati che un tempo furono a capo dell'Impero. Questi matrimoni spiegano indubbiamente che nel momento in cui ci troviamo il sangue reale viene a un tratto ad assumere una posizione centrale nel sistema di simboli sul quale si fonda l'immagine della monarchia. Lo si vede da parecchi indizi: dalla nuova cura che i laboratori di scrittura al servizio del sovrano mettono nel redigere precise genealogie; pure dal fatto che, dopo Filippo Augusto, i figli secondogeniti del monarca, anche se privi della sacra unzione, saranno essi pure sepolti nella necropoli di Saint-Denis, dove riposavano fino ad allora solo le spoglie dei re e delle regine. Discendente, senz'ombra di dubbio, dai pi lontani avi merovingi, presentati essi stessi, da tutta una rete di leggende ampiamente diffuse, come i discendenti dei Troiani, cio dei fondatori di Roma, il Capetingio  destinato a dominare il mondo. Alla soglia del tredicesimo secolo si odono i professori delle scuole parigine, che Filippo protegge e a cui presta ascolto, proclamare ad alta voce che la Provvidenza ha voluto trasferire prima dalla Grecia a Roma, poi da Roma a Parigi la sede eccelsa del sapere. Il re, ormai vicino alla vecchiaia, che guida a Bouvines l'esercito di Dio,  altrettanto persuaso che il movimento della storia, con un analogo trasferimento, designa lui pi di chiunque altro a distruggere l'eresia e a mantenere nell'ordine divino tutta la cristianit cattolica e romana.
La persona di Filippo, luogotenente delle potenze celesti, e l'orifiamma, sacro oggetto tenuto davanti a lui per significare la presenza al suo fianco di san Dionigi, protettore del regno, costituiscono sullo scacchiere di Bouvines il centro eccezionale del campo dei bianchi. Questo campo,  riunito saldamente in un sol corpo da una vasta rete di relazioni ordinate gerarchicamente. Pi stretti intorno al re di Francia, e come torri della sua difesa, si trovano gli uomini del suo lignaggio. Non certo il figlio primogenito, che in quel momento conduce in nome suo la guerra nel Sud, n il cadetto, troppo giovane. Ma i due cugini germani, l'uno poco pi anziano di lui, l'altro di poco pi giovane: ROBERTO, conte di Dreux, PIETRO di Courtenay, conte d'Auxerre, che pi tardi cinger il diadema imperiale di Costantinopoli. Anche un altro capetingio  presente: EUDES, duca dei Borgognoni, signore di uno dei cinque grandi principati regionali il cui nome tramanda ancora, in seno al regno, il ricordo delle comunit etniche del lontanissimo Medioevo. Anche lui ha la stessa et del re.
Nella gerarchia delle dignit vengono poi i conti: RODOLFO, conte di Soissons, cognato di Roberto di Dreux; GIOVANNI, conte di Beaumont; GUALTIERO di Chtillon, conte di Saint-Pol, nipote del conte di Dreux e cugino di Filippo Augusto; il conte di Guines, ARNOLFO, dianzi ancora nemico del re di Francia, che l'anno precedente ne aveva devastato le terre, ma che ora ha cambiato bandiera e questa volta sono stati i Fiamminghi in quella medesima stagione a saccheggiargli e bruciargli le propriet. Possiamo collocare qui, quantunque non portino titolo comitale, MATTEO di Montmorency, la cui moglie, figlia del conte di Soissons,  nipote di Roberto di Dreux; un suo parente, il visconte di MELUN; GIOVANNI di Nesle, nipote del conte di Soissons, cognato del conte di Saint-Pol, che  pure castellano di Bruges, quindi a un tempo feudatario in Piccardia e in Fiandra, ma che sta fedelmente dalla parte dei Francesi. Tutti questi uomini appartengono alla generazione del sovrano. Uno solo, in questo grado della gerarchia, fa la figura di un giovincello, ed  il conte di Bar, ENRICO, che viene detto giovane perch non  ancora sposato, ma che in realt  appena succeduto a suo padre. Questo ragazzo meno maturo combatte tra i cavalieri della guardia del corpo del re.
Il gruppo dei cavalieri riunito intorno allo stendardo con i gigli, e le cui cavalcature si stringono ai fianchi del cavallo regale,  formato dai pi vecchi camerati di Filippo, amici di sempre, che ridono e bevono con lui, gente per la maggior parte della sua et. Hanno funzioni di caposervizi sia nel palazzo che fuori, e sono tutti cugini: BARTOLOMEO di Roye, GUALTIERI il Giovane, GIOVANNI di Rouvray, GUGLIELMO di Garlande, PIETRO Mauvoisin, GERARDO La Truie sono lorenesi, che agiscono sull'esempio del conte di Bar. Matrimoni antichi e recenti legano, da vicino e da lontano, tutti questi uomini al ceppo capetingio e a tutte le famiglie comitali: Garlande, per esempio, , per via di sua moglie, nipote di Roberto di Dreux, cognato del conte di Saint-Pol, ed  suocero del conte di Beaumont. GUGLIELMO di Barres, il Barrese, come pure vien chiamato, appare come l'uomo forte del gruppo, celebre in tutte le corti dopo che a San Giovanni d'Acri e davanti all'esercito crociato ha giostrato contro Riccardo Cuor di Leone, re d'Inghilterra e fiore della cavalleria. A Guglielmo  affidata la carica di siniscalco. Egli  il braccio destro del re e, da pi di trent'anni, lo accompagna in tutte le cavalcate.
I pochi cavalieri di cui Guglielmo il Bretone cita ancora i nomi, e dei quali alcuni, che recano stendardo, guidano la propria compagnia, hanno quasi tutti il proprio feudo nella regione piccarda, come TOMMASO di Saint-Valry, UGO e GUALTIERO di Fontaines, PIETRO Tristan, UGO e GIOVANNI di Mareuil; oppure anche intorno a Soissons, come i fratelli di Condune. Due soli Normanni, ma da lunga data feudatari del re di Francia, STEFANO di Longchamp, lo sfortunato, e GUGLIELMO di Mortemer.
Figurano tra i combattenti due prelati della santa Chiesa, armati come cavalieri. Il primo, vescovo di Beauvais, FILIPPO, fratello del conte di Dreux, per il quale l'impresa  una irresistibile tentazione di dar sfogo a vecchi rancori, malgrado la sua condizione di ecclesiastico se la gode un mondo, non gi con la spada, perch rischierebbe di versar sangue, e non ha il diritto di farlo, ma semplicemente con la mazza. Il secondo, frate GUERRINO, eletto di Senlis,  designato per occupare questa sede episcopale, pur non essendo ancora consacrato. Tale dignit ricompensa un lungo servizio presso il re. Cavaliere dell'ordine degli Ospitalieri, e quindi tecnico dell'arte militare, egli ha, dopo la nomina, costantemente aiutato Filippo, suo cadetto di otto anni minore, con i consigli e con le armi.  il Nestore di questa Iliade.
Guglielmo il Bretone nomina un solo sergente: PIETRO della Tournelle (un fenomeno: non sembra essere di sangue nobile, e tuttavia  cos prode che sarebbe degno di appartenere alla cavalleria), e un solo fante che, al contrario, ben rappresenta la sua condizione: la naturale bassezza d'animo lo porta a sfregiare vergognosamente con il coltello il volto del conte di Fiandra. Vediamo tuttavia gli appiedati ordinarsi in grandi masse, che per in un certo senso rappresentano delle persone: i COMUNI. Si tratta di leghe che in qualche borgata e in alcuni gruppi di villaggi riuniscono gente del popolo intorno a determinati privilegi, il cui prezzo per  costituito da certi doveri; il re Filippo ne ha create alcune e ne ha confermate altre, attendendo in cambio da esse il servizio d'armi. Infatti in caso di pericolo, tutti gli uomini validi del gruppo comunale sono mobilitati. Per operazioni militari pi lontane gli appartenenti ai comuni debbono pagare una quota, fornire un numero fisso di guerrieri, o una somma di denari, per assoldare chi li sostituisca. Alcune liste, compilate nel 1204, in testa al pi antico registro oggi conservato dell'amministrazione capetingia, enumerano trentanove comuni, disseminati dall'Artois al Poitou, dalla Normandia a Sens. A Bouvines ce ne sono diciassette e rappresentano citt episcopali: Noyon, Soissons, Amiens e Beauvais, insieme a borghi mercantili: Arras, Montdidier, Montreuil, Hesdin, Corbie, Roye, Compigne, e infine federazioni di comunit paesane: Bruyres, Cerny, Crpyen-Laonnais, Grandelain, Vailly, e un'altra ancora di cui manca il nome.
Tutti questi attori, grandi e piccoli, famosi o anonimi, sono coinvolti in un intreccio di molteplici solidariet concatenate tra loro in modo da formare le maglie di una coerenza simile a un tessuto fittissimo. In primo luogo legami familiari: nonostante le prescrizioni esogamiche, che la Chiesa, in nome di una concezione dell'incesto smisuratamente ampia, intendeva allora far rispettare, questi legami fanno dell'intera cavalleria, attraverso la filiazione o il matrimonio, come un solo parentado. In secondo luogo: legami complementari dell'omaggio del vassallo che spingevano a rispettare la fede giurata, a evitare soprattutto la fellonia e la confisca del feudo, con cui viene punita. Pi determinante ancora, la lunga amicizia nata sin dall'infanzia e alimentata durante gli anni di noviziato alla corte di un comune signore, consacrata un giorno di Pentecoste, nelle feste della vestizione collettiva, e nutrita, per molti anni, con i piaceri della caccia e della guerra, con la gioia di partire insieme all'alba, e con quella connivenza che permette di catturare le belle prede che la sera si spartiscono tutti insieme trincando. Amicizia interrotta certo da screzi, impazienze e sfide, ma che costituisce tuttavia la vera coesione dei gruppi intorno a ogni stendardo. Contano pure i rapporti di vicinato, il sentimento di appartenere allo stesso paese che bisogna difendere insieme e di cui si deve tener alta la reputazione. Costoro radunano cavalieri e scudieri intorno all'uomo che, nella regione, porta il titolo comitale o vi comanda la fortezza pi importante e alimentano anche il cameratismo tra le bande comunali. Un conglomerato di nuclei duri, che l'amicizia dei capi, degli uomini della stessa et e spesso dello stesso sangue, salda gli uni agli altri: questo  l'esercito del re di Francia. I guerrieri che lo formano vengono per la maggior parte dai paesi vicini al luogo della battaglia: dall'Artois, dalla Piccardia, dai dintorni di Soissons, di Laon, della Thirache. Dall'Ile-de-France e dal Vexin, invece, nessun comune, poich non si doveva lasciare Parigi indifesa, e pochi cavalieri: molti guerreggiano in questo momento nel Mezzogiorno, al seguito di Simone di Montfort in zona albigese, o dietro al principe Luigi ai confini dell'Angi. Sono pure presenti la cavalleria di Borgogna, al seguito del suo duca, e quella della Champagne, che per non  guidata dal proprio conte, allora un bambino di dodici anni. Quanto ai Borgognoni e a quelli della Champagne, Guglielmo il Bretone non nomina nessuno: per lui sono gi stranieri. Poco numerosi i Normanni poich il ducato, da poco tempo annesso al dominio reale,  ancora infido, e i suoi guerrieri potrebbero facilmente fare dietro front. Non un cavaliere, non un sergente, non un fante che venga dal sud della Loira: questo paese  un altro mondo. L'esercito regio, a Bouvines,  per prima cosa quello della vecchia Francia: in pratica  l'armata franca.
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Di primo acchito, il campo avversario appare molto meno omogeneo.  travagliato da intrighi, oppresso dalle censure della Chiesa romana, corrotto, coperto dall'ombra del male. Gi, di fronte al re dei bianchi, il re dei neri ha due volti. Uno dei due rimane mascherato, quello di GIOVANNI SENZATERRA, re d'Inghilterra. Per  quello vero: Giovanni, da lontano, dirige tutto il gioco. Ultimo figlio di Enrico Plantageneto, e perci privato dell'appannaggio, donde il suo soprannome,  di due anni soltanto pi giovane del re Filippo. Malvisto, non ha mai smesso di tradire, di complottare, prima contro il padre, poi contro il fratello Riccardo Cuor di Leone, portando da quel momento il suo omaggio al re di Francia che lo provocava ridendo in cuor suo. Nonostante tutto Riccardo, sul letto di morte, ingiunse ai baroni d'Inghilterra di giurare fedelt a Giovanni. Questi divenne finalmente re a trentadue anni e, cosa per cui prima moriva d'invidia, padrone degli immensi feudi che il padre e la madre Eleonora possedevano sul continente: la contea d'Angi, culla della famiglia, il ducato di Normandia, una fortuna, un terribile peso che gravava su Parigi, e infine il ducato di Aquitania. Instabile, incapace di perseguire a lungo un disegno militare - e per questo si scherniva la sua molle spada - molto pi crudele e traditore di quanto si potesse perdonare ai principi del suo rango, di una sessualit rovinosa -  forse ancora la molle spada? - Giovanni Senzaterra ha violato incessantemente tutti i divieti della morale cristiana e dell'etica cavalleresca. Discendente di Melusina, portatore di un sangue diabolico, lo si dice marcio di dentro, invasato, reso folle da sortilegi e malefici. Per l'inglese Fouques Fitz-Warin il re Giovanni fu uomo senza coscienza, cattivo, irritante, odiato da tutta la gente per bene, e servile. Se sentiva parlare di qualche bella dama o damigella, moglie o figlia di un conte, di un barone o di altri, la voleva far sua, e con promesse o con doni adescarla o prenderla con la forza. Quest'uomo tragico e capriccioso non merita la minima indulgenza. Fu scomunicato per quattro anni per aver trattato le abbazie inglesi come le spose dei suoi vassalli. Fu gettato l'interdetto sul regno, vi fu sospesa ogni celebrazione liturgica, con grande smarrimento di tutto un popolo sbigottito che sollecitava il suo re a emendarsi. Ci che egli ha fatto l'anno precedente, riconciliandosi a parole con il papa. Nel luglio 1214 Giovanni Senzaterra  lontano da Bouvines parecchie giornate di corriere; fa la guerra sulla Loira, nella terra dei suoi avi, nel paese che  veramente suo. Eppure  proprio la sua volont, e molla della battaglia sono i quarantamila marchi d'argento distribuiti a nome suo.
Un altro re, su quello stesso campo, tiene il suo posto. Un re ci vuole, ed  quello di Germania, OTTONE di Brunswick.  nipote del re Giovanni, figlio di sua sorella e del duca di Sassonia, il Guelfo Enrico il Leone. Un uomo decisamente pi giovane, del quale non si sa con precisione quando  nato: alcuni dicono nel 1182, in Normandia, altri verso il 1175 in Germania. Certo  che fu allevato nella casa di Riccardo Cuor di Leone. Superbus et stultus, sed fortis, superbo e stolto, ma coraggioso, dice di lui la cronaca di Ursperg. Suo fratello si trovava in Terra Santa, cinquanta cavalli con centocinquantamila marchi d'argento arrivavano con lui dalla Normandia, il re Riccardo aveva amicizie in Renania e un odio immenso verso l'attuale re di Germania, lo Hohenstaufen Filippo di Svevia, per tutti questi motivi l'arcivescovo di Colonia nel 1198 fece eleggere Ottone da alcuni principi tedeschi, e poi lo fece incoronare ad Aquisgrana. Per dieci anni l'antire del partito guelfo guid incerte spedizioni a cavallo contro il rivale. Nel 1208 la sorte gli arrise. Dopo l'assassinio di Filippo di Svevia egli ne spos la figlia, prese al proprio servizio i suoi consiglieri, li rimpinz di denaro inglese, si fece eleggere una seconda volta, e l'anno seguente scese in Italia per rivendicare il diadema imperiale cui davano diritto il suo titolo di re di Germania, il suo sangue e il nome stesso che portava, quello di secondo restauratore dell'Impero d'Occidente. Egli circu il papa che, imprudentemente, dimenticando che anche lui era della razza di Melusina, quindi a priori traditore, lo incoron. E subito trad. Per essersi scagliato contro la politica italiana della Santa Sede fu scomunicato in due riprese, nel 1210 e nel 1211, e il 27 luglio 1214 lo  ancora. Per consiglio di Filippo Augusto, il papa ha fatto eleggere in Germania un altro re contro di lui:  lo Staufen Federico, incoronato, a quindici anni, nel 1213, nella cattedrale di Magonza. Contestato nel suo regno, perseguitato dalla vendetta divina invocata sul suo capo dal vescovo di Roma, l'imperatore scomunicato e deposto si trova a Bouvines perch i denari del re d'Inghilterra ancora una volta lo hanno allettato. Ma  venuto anche perch sa di incontrarvi il proprio nemico, il pi accanito, principale ostacolo al proprio trionfo, il re Filippo di Francia, i cui intrighi minano da tutte le parti il suo potere, e del quale non ignora le pretese a erigersi ad autentico erede di Carlomagno. Ottone si fa circondare da quelli della sua casa, dalla fanteria abbondante e valorosa che  riuscto ad assoldare nei paesi del Reno e della Mosa, dove i soldati di ventura formicolano. Dalle regioni dell'Impero dove non si ama il Ghibellino, dalla vecchia Sassonia, dalla Bassa Lorena lo hanno raggiunto alcuni grandi feudatari: il duca di BRABANTE suo suocero - ma pure il genero di Filippo Augusto, e pieno di incertezze, pronto a tirarsi indietro, il conte barbuto d'Olanda, quattro altri conti sassoni e renani, i pi fedeli, e ognuno si trascina dietro la sua forte schiera di cavalieri.
Accanto ad Ottone di Brunswick stanno altri tre principi, ma non dell'Impero. Sono alleati del re di Germania per particolari circostanze, non per parentela, n per amicizia, n per fede di vassalli. Li hanno uniti a lui soltanto l'odio per Filippo Augusto e i sussidi del re d'Inghilterra. Figlio naturale di Enrico secondo e fratellastro di Giovanni Senzaterra, il conte di Salisbury, GUGLIELMO detto Lunga Spada,  lo spadaccino della famiglia. Vent'anni prima, Riccardo Cuor di Leone lo aveva una volta incaricato di organizzare i tornei nel regno d'Inghilterra, ed egli era riuscto a vincere i campioni. Nel 1214 questo bravaccio  in declino. Invece il conte di Fiandra, FERRANDO,  un giovane impetuoso di ventott'anni. Figlio del re del Portogallo, ha ricevuto la contea dal signore di sua moglie e non si  mai consolato di aver dovuto, due anni prima, subito dopo il matrimonio, per essere autorizzato a rendere omaggio al re di Francia e ricevere l'investitura del suo feudo, cedere al suo nuovo signore, come tassa di successione, le castellanie di Aire e di Saint-Omer. Da quel momento ha assolto male il suo compito di feudatario; il re Filippo ha devastato, l'anno precedente, la sua terra, ed egli lo odia. Il terzo conte  quello di Boulogne, RINALDO di Dammartin. Di una famiglia che deteneva uno dei forti castelli dell'Ile-de-France, suo nonno aveva coperto la carica di camerario nella casa capetingia. Lui stesso era stato allevato li. Della medesima et di Filippo Augusto, fu suo compagno d'infanzia e dalle sue mani ricevette le armi della cavalleria. Nel fervore della giovinezza trad una prima volta l'amico, suo padrino e signore, e fu naturalmente accolto a braccia aperte dal re d'Inghilterra. Dove avrebbe potuto andare? La corte del Plantageneto era l'asilo di tutti i transfughi, gi suo padre vi si era ritirato. Ciononostante Filippo gli concesse di nuovo ben presto la sua amicizia e, per vincolarlo, gli fece sposare la propria cugina, Maria di Chtillon. Ma nel 1190 Rinaldo ripudi questa sposa: una preda magnifica si profilava all'orizzonte, una ricchissima ereditiera: la vedova, gi matura, del conte di Boulogne; tutti i giovani di alto lignaggio la bramavano e facevano la ruota davanti a lei; Rinaldo la conquist, in barba ad Arnolfo di Guines, e cos divent conte. Questa caccia meravigliosa fu l'origine di un cumulo di violenti rancori - di quegli odi che si tramandano di famiglia in famiglia, alimentati sovente dagli insuccessi di una politica matrimoniale e in gran parte responsabili del comportamento dei cavalieri - che gli aizz contro non soltanto il conte di Guines ma anche quello di Saint-Pol e tutta la famiglia di Dreux. Tale animosit spiega in gran parte l'atteggiamento del conte di Boulogne verso la casa di Francia: d'allora in poi egli vi si sente circondato da insidie. Questo bel ragazzo, valorosissimo cavaliere, signore del porto pi comodo per passare in Inghilterra, allevatore dei migliori destrieri, signore dei mari freddi e delle grandi pescherie di aringhe, che a Bouvines, in cima all'elmo, ostenta due fanoni di balena, si  a lungo barcamenato fra i due reami. Dieci anni prima serviva ancora validamente Filippo Augusto in Normandia, lo aiutava a prendere Chteau-Gaillard; il re di Francia lo ricopriva di favori, faceva sposare la propria nipote al fratello di Rinaldo, fidanzava con la figlia di quest'ultimo il suo secondo figlio appena nato, Filippo Hurepel. Boulogne ne valeva ben la pena. E tuttavia, da cinque anni, Rinaldo di Dammartin, sicuro ormai dell'inimicizia capetingia, si frappone fra il re Giovanni, Ottone e tutti quelli che Filippo ha danneggiato e che si stringono in alleanza contro di lui.
Di tutta la cavalleria, raggruppata dietro ogni stendardo tanto nel campo dei coalizzati come nell'altro, meglio di tutte si vede quella di Fiandra: essa ha fornito la maggior parte dei prigionieri di Bouvines, e la minuziosa contabilit dei riscatti ne fa conoscere i nomi. Ne emergono alcune figure: GUALTIERO di Ghistelle, BURIDANO di Furnes, ARNOLFO d'Audenarde, che si  opposto nel 1212 al matrimonio di Ferrando con l'ereditiera della contea e lo si vede sovente in Inghilterra. Un posto a s ha UGO di Boves.  figlio cadetto di un ramo cadetto di una famiglia piccarda, quella dei signori di Marie e di Coucy, i cui capi, a Bouvines, stanno dalla parte capetingia, ed  in cerca di fortuna. Ha ucciso uno dei prevosti del re Filippo, e perci ha dovuto scappare. Ma dove? Presso Giovanni Senzaterra.  l'economo dei tesori inglesi: distribuisce doni e paghe. Agli occhi di tutti  il re dei mercenari.
Questi ultimi appaiono in piena luce nel campo del male, nella parte maledetta, e in quella soltanto. Spalleggiando i fanti del re di Germania e le forti bande dei comuni fiamminghi, i BRABANTINI combattono a piedi, in compagnie compatte, in falangi fitte quali sanno formare questi professionisti della guerra dove si uccide. Dio li odia, e se ne vendicher. Due anni pi tardi finir per impadronirsi di colui che li paga, Ugo di Boves, e lo far annegare in mare. Per il momento, il racconto lo mostra al servizio particolare di Rinaldo di Boulogne, uomo perverso e magnifico che apertamente si trascina alle calcagna delle concubine; dei briganti si fa baluardo, quasi l'ultimo rifugio della sua malvagit.
Molteplici solidariet, le stesse, uniscono saldamente, tanto tra i combattenti del male quanto tra quelli del bene, le cavallerie regionali, le guardie del corpo dei gentiluomini a cavallo, le compagnie dei comuni e quelle dei mercenari. Sono blocchi saldi, ma senza un vero legame reciproco. In quel giorno e in quel luogo li hanno radunati soltanto l'attrattiva del lucro, il rancore, la brama di regolare vecchi conti, la preoccupazione di schivare vendette gi predisposte. Cos appaiono i neri: imperfettamente uniti dalle contraddizioni della loro causa. Sono i bianchi che giocano davvero. E vincono.
 
La scena  a Bouvines, presso il ponte. Ponte di capitale importanza. Solo attraverso questo e la carreggiata che di qui va verso Tornai e lo Hainaut a est, verso Arras e la Piccardia a sud, era possibile a quell'epoca superare il vallone della Marcq, larga frattura ingombra d'acque stagnanti che si apriva fra gli altopiani; un passo difficile, soprattutto quando ha molto piovuto nell'inverno e nella primavera, come nel 1214. In questo punto di attraversamento, fissato in quella localit fin dalla preistoria, un villaggio di cui sono signori i monaci di Saint-Amand, un boschetto, una cappella, e non molto distante, in margine ai poderi, un monastero, Cysoing, di fondazione carolingia. Passare il ponte, tagliarlo, significava erigere dietro di s uno sbarramento sicuro. Si era al riparo, e da quel momento ci si poteva fermare, accampare, riprender forze, scorgere chi s'avanzava, cosa che due giorni prima nello stesso luogo gi aveva fatto Filippo Augusto. Ma davanti al ponte si estende a levante un altopiano, largo una lega e lungo cinque.  delimitato da boschi sulle pendici scoscese. Il centro  occupato da appezzamenti di terra fertile coltivata a grano che si  cominciato a mietere il 27 luglio, e che si presta ad ampie galoppate. Questa localit, piccarda per l'aspetto del paesaggio, apparteneva allora alla contea di Fiandra. A qualche chilometro, dal lato est, passa sull'Escaut la frontiera tra il reame di Francia e l'Impero; poco oltre, dal lato ovest, si trova l'Artois, dove il re Filippo  a casa sua, in quella che fu l'eredit della sua prima moglie, e ora  il feudo del suo primogenito. A Bouvines, le terre fiamminghe, imperiali e capetinge s'incontrano.
Qui stanno per essere troncati di colpo, fra mezzogiorno e le cinque del pomeriggio, i nodi pi stretti degli intrighi politici che, da qualche tempo, s'intessono in Europa. Rancori e cupidigie di capi di bande, passioni personali, affari di famiglia, ripudi, adulteri, affronti mal digeriti, promesse non mantenute, amicizie tradite, sete di arraffare, di superare gli altri, di mettersi un rivale ai piedi per la soddisfazione di rialzarlo con aria bonacciona, sono i veri moventi di questi conflitti. I quali per l'interesse di una stirpe, di una casa, di un patrimonio, aizzano gli uni contro gli altri uomini iracondi e scaltri, avidi e munifici, che, fin dall'infanzia, da quando sono usciti dal mondo delle donne, si affrontano ovunque in continua competizione. Bouvines  veramente prima di tutto un duello fra gelosi, venuti li per il piacere di azzuffarsi. Ma  lecito tuttavia parlare a tal riguardo anche di politica. Poich in Occidente il lento movimento per uscire dallo stato selvaggio e di miseria ha portato a poco a poco a rafforzare determinate potenze feudali.  data loro la possibilit di prelevare denaro in sempre maggiore abbondanza nelle fiere, nei porti, nelle grandi citt e sulle rotte commerciali, gli istituti religiosi e i negozianti, che hanno bisogno di pace, a loro non rifiutano mai prestiti. Serviti da chierici che imparano a fare i conti e a tenere i registri, e che, per formazione intellettuale, sono in grado di avere idee meno logore su quello che  la sovranit, alcuni principi, eredi dell'antica facolt di giudicare e di punire in tutta una regione, sono giunti a recuperare prerogative che la disgregazione cosiddetta feudale aveva da lungo tempo rese vane. I tumulti che ad ogni primavera fanno uscire da ogni castello, con il pretesto dell'onore, piccoli sciami di cavalieri predoni, che vanno alla caccia di qualsiasi occasione per rapinare, cominciano a essere un po' frenati dalla mano di un conte, di un duca o di un re. Un tal capo ha ormai la possibilit di far rispettare la morale del vassallaggio e gli obblighi del feudo, di meglio legare alla propria persona i feudatari minori, di riunire per il bene comune tutta la cavalleria di un paese, di imporre i propri arbitrati, di punire i felloni, di comandare da lontano per mezzo di intermediari stipendiati e di farsi obbedire perch offre di pi e pu pagare dei soldati. L'orizzonte di quest'uomo  cos molto meno limitato di un tempo. Il suo comportamento non differisce da quello dei signorotti della sua banda. La brama di potenza e l'invidia ne dettano quasi tutte le decisioni. Ma i suoi avversari, signori di principati come il suo, sono dello stesso stampo. Cos, senza cambiare andamento, la guerra assume un'altra dimensione.
Al tempo in cui siamo, al vertice delle preoccupazioni di questi principi stanno cinque questioni importanti. Tre concernono l'intera cristianit. Di accentuata tinta religiosa, sono volti alla periferia. Il problema della Terra Santa  da lungo tempo il pi presente agli spiriti, perch rimane aperto e s'inasprisce. N la crociata del 1190, n la Quarta, quella del 1204, che devi negli straordinari saccheggi di Costantinopoli, sono riuscte a sottrarre Gerusalemme agli infedeli. Il papa intende risolvere prima di tutto tale faccenda, non pensa ad altro. Pertanto lo si vede intento fino alla spossatezza a placare ogni discordia in seno al popolo di Dio:  necessario che i cavalieri smettano di lottare tra di loro, di divertirsi a distruggersi, perch si possa correre tutti insieme ad attaccare i miscredenti e vincerli. Un altro problema connesso a questo: contenere in Ispagna la pressione dei Mori,  stato adesso risolto con una battaglia: Las Navas di Tolosa. E pure con un'altra battaglia, a Muret,  stata risolta la terza questione della cristianit, quella dell'eresia, della maledizione albigese, infezione interna che minacciava la fede. Rimangono due altri conflitti, in cui la religione interviene solo in superficie, come arma, come pretesto o come giustificazione. Tali conflitti impegnano le quattro principali potenze dell'Europa cristiana: il papa, l'imperatore, il re di Francia e il re d'Inghilterra. Sono conflitti molto antichi. Ingarbugliati l'uno con l'altro sino a confondersi sono entrati, negli anni che precedono Bouvines, e per effetto del progredire di ogni cosa, nella loro fase pi acuta.
La concentrazione dei poteri si  verificata all'unisono nei principati e nella Chiesa. La Chiesa, alle soglie del tredicesimo secolo, assume definitivamente la figura di una monarchia, la pi solida di tutte. Ma di una monarchia il cui capo, successore di san Pietro, pretende di dominare il mondo e, in nome del primato spirituale, di guidare, di rimproverare, di punire, di deporre, se occorre, tutti i principi della terra. Lotario di Segni che nel 1198, a trentasette anni, divenne papa sotto il nome di Innocenzo terzo , pi dei suoi predecessori, convinto della preminenza della sede romana, ed  pi che mai armato per renderla effettiva. I suoi legati sono sparsi ovunque e si cacciano negli intrighi dei principi, esaltando la pace nell'interesse della crociata. Da san Pietro, vale a dire dal papa, parecchi sovrani hanno riavuto in feudo il proprio principato. Ultimo fra tutti, Giovanni Senzaterra. Tuttavia, di fronte al vescovo di Roma, si erge l'imperatore, il cui magistero  del pari universale: consigliato da uomini che hanno appreso il diritto romano alle scuole di Bologna, egli si considera e vuole essere l'erede dei Cesari. Il papa crea l'imperatore. Investito del potere di legare e di sciogliere, egli pu anche deporlo. Ma l'imperatore, dopo Carlomagno e dopo Ottone il Grande, si considera anch'egli incaricato da Dio di epurare quando  necessario la curia romana, di scacciare eventualmente un papa indegno, di proteggere in ogni caso quel signorotto contestato che , nella citt e intorno ad essa, il sovrano pontefice. Tanto l'ascesa delle potenze e il consolidamento di ideologie che si affrontano, quanto gli interessi italiani del papato hanno inasprito da cinquanta anni una rivalit secolare. Contro i discendenti di Federico Barbarossa, che rivendicano la corona germanica, il diadema imperiale e il dominio dell'Italia del Nord, e uno di loro, inoltre, detiene il reame di Sicilia avuto in eredit, Innocenzo terzo ha sostenuto in Germania i Guelfi, loro rivali, puntando su Ottone di Brunswick.  ben noto il suo smacco e il suo voltafaccia. Le scomuniche da lui scagliate contro Ottone rivelano il dispetto di un giocatore che riprende le sue carte. Nel 1214, contro il nipote di Giovanni Senzaterra, gioca ormai la carta, truccata, di Federico di Hohenstaufen.
A questo punto i suoi intrighi si collegano a quelli di Filippo Augusto, e questo primo conflitto raggiunge l'altro. Si  aperto da un secolo e mezzo, e si fa sempre pi aspro. Le relazioni tra il Capetingio e il suo pi ricco vassallo, difficili da quando il duca di Normandia  diventato re d'Inghilterra, si sono fatte fortemente tese allorch il Plantageneto, conte d'Angi, ha esteso il suo potere prima sul principato anglonormanno, e poi sull'immenso ducato di Aquitania. Da allora il re di Parigi dovette accanirsi a smembrare una potenza smisurata, che rischiava di eclissare la sua. Dopo l'assunzione al trono, Filippo non ha avuto altro scopo. Per meglio raggiungerlo si  affrettato a tornare dalla Terra Santa, si  riaccostato a Staufen, si  affannato ogni estate a condurre la guerra qua e l contro Riccardo Cuor di Leone, che fino alla morte fu sempre in vantaggio. Ma poi, di fronte a Giovanni, la molle spada, il re di Francia si sente in posizione migliore: si vale in pieno del diritto feudale. Alla prima occasione Giovanni Senza-terra  condannato per fellonia dalla corte capetingia, che decreta la confisca dei suoi feudi. Filippo si affretta a eseguire la sentenza, riesce a impadronirsi della Normandia e dell'Angi, e per questo viene detto Augusto. Il re d'Inghilterra, pur diseredato, tiene duro e attira a s tutti i baroni francesi che si sono allontanati dal loro signore per paura, per dispetto o nella speranza di farlo cantare. Raccoglie anche da tutte le parti il danaro di cui  piena l'Inghilterra, grazie al quale si pu combattere una guerra pi aspra. Senza curarsi degli anatemi con cui lo fulmina il papa, egli lo prende dalla Chiesa inglese. Sa effettivamente attizzare i rancori di Rinaldo di Boulogne e di Ferrando di Fiandra, conduce Ottone dove vuole, guadagna alla propria causa tutti i cavalieri bisognosi dei Paesi Bassi con la promessa di un lauto compenso e l'esca del saccheggio. Ecco cos riunita un'importante forza militare che dal Nord minaccer il suo rivale. Quanto a lui, suo padre  dell'Angi e la madre  dell'Aquitania, attaccher dal Sud.
Nell'anno 1213 si collocano le pedine. Filippo si accorda con Innocenzo terzo. Per compiacerlo, richiama Ingeborg presso di s. Il papa dichiara decaduto il re Giovanni e consegna l'Inghilterra al Capetingio, che si prepara a passare il mare. Allora il conte Ferrando getta la maschera e diserta. Non pi spedizione oltre Manica: Giovanni Senzaterra, all'ultimo momento,  venuto a strisciare davanti agli inviati del Santo Padre. L'oste del re di Francia devaster quindi la Fiandra. Scorreria a scopo di rapina, come  costume, ma che fa sentire a Filippo quanto sia coriaceo l'avversario: egli incendia Lilla, poi Cassel e Douai, perde per la flotta e la citt di Tournai, mentre Ferrando e Rinaldo spingono i loro cavalli sin nei dintorni di Arras. Nel febbraio del 1214 si ha notizia che Giovanni  sbarcato a La Rochelle, con numerose truppe e con le mani piene di denari: vuole riprendersi l'Angi. Ma l'avvicinarsi di Filippo Augusto, che gli si  precipitato contro, basta a farlo scappare nel Saintonge. Il re di Francia  troppo prudente per inseguirlo. Alla fine di aprile lascia a Chinon il figlio Luigi con la giovane cavalleria e parte verso il Nord per affrontare l'altro pericolo. Chiama a raccolta i suoi in Piccardia, nel Ponthieu, nell'Artois: si andr ancora una volta, questa estate, a saccheggiare le campagne fiamminghe. Ai primi di luglio Ottone lascia Aquisgrana. Il 12  a Nivelle. Il 21 arriva dall'Inghilterra il denaro per le paghe. Due giorni dopo Filippo cavalca da Pronne a Douai. La sua armata si accampa il 25 a Bouvines e l'indomani entra a Tournai. Proprio quel mattino Ottone, il conte di Fiandra e il conte di Boulogne si trovano a Mortagne, alla confluenza della Scarpe e dell'Escaut, a tre leghe di distanza verso il Mezzogiorno. Il re di Francia scopre allora dove stanno esattamente i suoi nemici. Riunisce il consiglio: i suoi cugini, il duca, i conti, i cavalieri della sua guardia del corpo dicono a turno la propria opinione. Prevale quella di non avventurarsi pi oltre, su un terreno difficile, mentre si ha dietro di s una compagnia cos potente, ma di ritirarsi all'alba dalla parte della Francia. Prudentemente l'armata passer il ponte di Bouvines. Si fermer verso Lilla, al riparo delle paludi, per fiutare il vento.
 
Questo prologo era necessario. Ascoltiamo adesso il principale testimonio.



La giornata



Ci conviene ormai descrivere, meglio che potremo, la gloriosa vittoria del buon re Filippo.
Nell'anno dell'Incarnazione 1214 [era il tempo in cui, come si  detto, il re Giovanni d'Inghilterra guerreggiava nel Poitou, nella speranza di recuperare la terra che aveva perduto, e poi era fuggito, lui e tutto il suo oste, all'avvicinarsi di monsignor Luigi], Ottone l'imperatore, dannato e scomunicato, che il re Giovanni d'Inghilterra aveva trattenuto al suo soldo contro il re Filippo, radun il suo esercito nello Hainaut, al castello di Valenciennes, nella terra del conte Ferrando, che a lui si era alleato contro il signore di cui era vassallo. Il re Giovanni gli mand, a sue spese, e pagandoli, nobili combattenti e cavalieri di grande prodezza, Rinaldo, conte di Boulogne, Guglielmo Lunga Spada, conte di Chester, il conte di Salisbury, il duca di Limburgo, il duca di Brabante, che aveva sposato la figlia di Ottone, Bernardo di Ostemale, Othe di Tecklembourg, il conte Corrado di Dortmund e Gerardo di Randerode, e molti altri conti e baroni di Germania, del Brabante, dello Hainaut e della Fiandra. A sua volta, il buon re Filippo radun quanti cavalieri pot trovare al castello di Pronne: suo figlio Luigi in quello stesso momento stava guerreggiando nel Poitou contro il re Giovanni e aveva con s gran parte della cavalleria di Francia.
Il giorno dopo la festa di Santa Maddalena, il re mosse da Pronne ed entr a viva forza nella terra di Ferrando; pass attraverso le Fiandre bruciando e devastando ogni cosa a destra e a sinistra, e giunse in tal modo fino alla citt di Tournai, che i Fiamminghi avevano preso con l'inganno l'anno prima e gravemente danneggiata. Ma il re vi invi frate Guerrino e il conte di Saint-Pol che la ripresero abbastanza facilmente. Ottone mosse da Valenciennes e giunse a un castello chiamato Mortagne. Questo castello l'aveva preso con la forza e distrutto l'oste del re Filippo, dopo aver preso Tournai, distante appena sei miglia.
La prima settimana dopo la festa di San Filippo e di San Giacomo, il re si propose di attaccare i nemici, ma i baroni lo dissuasero perch le vie di accesso erano strette e difficili da raggiungere. Per questo, su consiglio dei baroni egli mut proposito e ordin di tornare indietro e di entrare per altra via pi agevole nella contea di Hainaut e di distruggerla da cima a fondo. Il giorno dopo (la sesta calenda di agosto), il re mosse da Tournai e se ne stette a riposare, lui e il suo oste, in quella notte in un castello di nome Lilla. Ma le cose andarono diversamente da quanto si era proposto, perch Ottone part in quella stessa mattina dal castello di Mortagne e cavalc pi che pot dietro il re, con i battaglioni in assetto di guerra. Il re non sapeva n assolutamente immaginava che i suoi nemici lo inseguissero in quel modo. Avvenne per caso, o come Dio volle, che il visconte di Melun si staccasse dall'oste del re, e con altri cavalieri armati alla leggera cavalcasse verso la zona donde veniva Ottone. Lasci l'oste e cavalc dietro di lui anche frate Guerrino, l'eletto di Senlis (cos lo chiamiamo perch era frate professo dell'ordine ospitaliero di San Giovanni e ne portava sempre l'abito), uomo saggio, di grande prudenza e di sorprendente preveggenza per le cose a venire. Questi due si distaccarono dall'oste di circa tre miglia e cavalcarono insieme finch salirono su di un alto poggio, donde poterono chiaramente distinguere i battaglioni del nemico, che si affrettavano ad avanzare ed erano tutti in ordine di combattimento. Quando se ne accorsero, l'eletto Guerrino immediatamente si affrett a ritornare dal re; ma il visconte di Melun rest dov'era con i suoi cavalieri armati assai alla leggera. Appena giunto presso il re e i baroni, l'eletto Guerrino annunci loro che i nemici stavano rapidamente avanzando con i battaglioni in ordine di combattimento, e che egli aveva visto i cavalli bardati, gli stendardi spiegati, i sergenti e gli appiedati in prima linea, certo segno, questo, di battaglia.

Udito ci, il re comand che tutto l'esercito si fermasse, poi mand a chiamare i baroni e si consigli con loro sul da farsi, ma essi non erano troppo d'accordo di accettare la battaglia e pensavano fosse meglio cavalcare oltre. Arrivati a un fiumicello, Ottone e la sua gente lo attraversarono a poco a poco, perch il passo era difficile; e, varcatolo, finsero di muoversi verso Tournai. Allora i Francesi cominciarono a dire che il nemico se ne andava verso Tournai. Ma frate Guerrino sentiva che era vero il contrario e gridava e affermava sicuro che bisognava battersi o andarsene con danno e disonore. Alla fine l'opinione dei pi prevalse su quella di uno solo. Si rimisero in cammino e cavalcarono fino a un ponticello chiamato ponte di Bouvines [tra la localit di Sanghin e il villaggio di Cysoing]. La maggior parte dell'oste stava gi al di l del ponte; il re si era disarmato, ma il ponte non l'aveva ancora oltrepassato, come i nemici credevano. Il loro proposito era questo: se il re avesse traversato il ponte si sarebbero gettati subito su quelli che vi stavan passando, e li avrebbero uccisi e trattati secondo il proprio arbitrio.
Mentre il re si riposava un poco all'ombra di un frassino, perch era gi abbastanza tribolato e dal cavalcare e dal portare armi (era un luogo, quello, assai vicino a una piccola cappella fondata in onore di san Pietro) giunsero all'oste i messaggeri di coloro che stavano nell'ultimo battaglione. Gridavano con urli orrendi che i nemici stavano arrivando e si accingevano a combattere duramente contro quelli dell'ultimo scaglione; che il visconte di Melun e i suoi, tutti armati alla leggera, e i balestrieri che ne raffrenavano l'orgoglio e ne sostenevano l'attacco, erano in grande pericolo e che non avrebbero potuto opporsi a lungo al loro forsennato ardire. Allora l'oste cominci ad agitarsi e il re entr nella cappella, di cui sopra abbiamo parlato, e fece una breve orazione a Nostro Signore. Quando ne usc si fece armare in fretta e vivacemente mont sul destriero. Esultava come se andasse a nozze o a una festa cui fosse invitato. Allora si cominci a gridare nei campi: All'armi, baroni! all'armi! Presero a squillare trombe e bccine, presero a ritornare i battaglioni che gi avevano passato il ponte. Allora si richiam l'orifiamma di Saint-Denis, che veniva portata in testa al battaglione avanzato, davanti a tutti gli altri. Ma poich non ritornava abbastanza in fretta, non si rimase ad attenderla: il re torn per primo cavalcando a gran corsa e si pose in prima linea, di modo che nessuno si frapponeva fra lui e il nemico.
Quando Ottone e i suoi videro che il re era ritornato, cosa che non avrebbero pensato, furono sbalorditi e invasi da improvvisa paura. Allora si volsero a destra, dirigendosi verso occidente, e si sparpagliarono tanto che occuparono la pi gran parte del campo. Si fermarono verso settentrione avendo in tal modo direttamente sugli occhi la luce del sole, in quel giorno pi caldo e ardente di quanto fosse stato prima. Il re ordin i suoi battaglioni e li sistem tra i campi direttamente contro il nemico verso il mezzogiorno, fronte a fronte, in modo che i Francesi avevano il sole alle spalle. Cos furono scaglionati i battaglioni e ripartiti nella stessa misura da una parte e dall'altra. Nel mezzo di questo ordine stava il re, nella prima linea dello schieramento: gli erano accanto Guglielmo di Barres, fiore dei cavalieri, Bartolomeo di Roye, uomo anziano e saggio, Gualtieri il Giovane, ciambellano, uomo saggio e valoroso cavaliere di maturo senno, Pietro Mauvoisin, Gerardo La Truie, Stefano di Longchamp, Guglielmo di Mortemer, Giovanni di Rouvray, Guglielmo di Garlande, Enrico conte di Bar, uomo giovane d'anni e vecchio di coraggio, nobile per energie e virt (era cugino del re e aveva ricevuto recentemente la contea dopo la morte del padre), e molti altri valorosi cavalieri qui non nominati, di straordinario coraggio e provetti nelle armi. Tutti costoro furono messi nel battaglione del re perch particolarmente atti a proteggerlo, per la loro grande lealt e la fama della loro somma prodezza. Dall'altra parte c'era Ottone in mezzo alla sua gente; egli aveva fatto innalzare come insegna un'aquila dorata su di un drago attaccato a un'alta pertica.
Prima che cominciasse la battaglia, il re ammon i baroni e la sua gente; e bench essi avessero gi coraggio e volont di far bene, tenne loro un breve sermone con queste parole: Signori baroni e cavalieri, la nostra fiducia e la nostra speranza sono riposte tutte in Dio. Ottone e i suoi sono scomunicati dall'Apostolo nostro padre, perch sono nemici e distruttori delle cose della santa Chiesa. I denari che ricevono e con i quali sono pagati, sono acquistati con le lacrime dei poveri e con le rapine ai chierici e alle chiese. Ma noi siamo cristiani e seguiamo le regole della santa Chiesa, e bench peccatori come gli altri uomini, ci sottomettiamo tuttavia a Dio e alla sua santa Chiesa. Noi la custodiamo e difendiamo secondo il nostro potere, e perci dobbiamo affidarci coraggiosamente alla misericordia di Nostro Signore, che ci conceder di prevalere sui nostri nemici [e i suoi] e di vincere. Quando il re ebbe cos perorato, i baroni e i cavalieri gli chiesero la benedizione [e lui, la mano alzata, preg per attirare su di loro la benedizione del Signore]; fecero squillare trombe e campane: poi assalirono i nemici con meraviglioso e straordinario ardimento.
In quest'ora e in questo posto erano dietro il re il suo cappellano, che scrisse questa storia, e un chierico, i quali, non appena udirono il suono delle trombe, cominciarono a salmodiare e a cantare ad alta voce il salmo: Benedictus Dominus Deus meus, qui docet manus meas ad proelium ecc. tutto sino alla fine; e dopo: Exurgat Deus, tutto sino alla fine, e Domine, in virtute tua laetabitur Rex. E cantarono meglio che poterono, pur gravemente impediti da lacrime e singhiozzi. Poi, con pura devozione, richiamarono alla memoria davanti a Dio l'onore e la franchigia di cui la santa Chiesa aveva goduto sotto il potere del re Filippo, e d'altra parte la vergogna e i rimproveri di cui soffriva e aveva sofferto a causa di Ottone e del re Giovanni d'Inghilterra. Costui con doni e con promesse aveva messo contro il re, e nel suo stesso reame, tutti questi nemici, e alcuni di loro si battevano contro il signore di cui erano vassalli, per la salvezza del quale avrebbero piuttosto dovuto combattere contro chiunque.
Il primo attacco non avvenne nel posto dove si trovava il re, perch, prima che quelli del suo scaglione e quanti gli erano dintorno, cominciassero la pugna, alcuni gi si battevano contro Ferrando e i suoi nella parte destra del campo, all'insaputa del re. Il primo fronte del battaglione dei Francesi era posto e ordinato nel modo pi sopra descritto e occupava mille e quaranta passi del campo. In questo battaglione c'era frate Guerrino, l'eletto di Senlis, tutto armato, non certo per combattere, ma per ammonire e per esortare i baroni e gli altri cavalieri a onorare Dio, il re e il reame, e a difendere se stessi. C'erano Eudes, duca di Borgogna, Matteo di Montmorency, il conte di Beaumont, il visconte di Melun e gli altri nobili combattenti, e anche il conte di Saint-Pol, che alcuni avevano sospettato si fosse talvolta accordato con il nemico. E poich egli in realt pensava che taluni avessero tale sospetto, disse a frate Guerrino che il re avrebbe trovato in lui in quel giorno un utile traditore. In quello stesso battaglione c'erano centottanta combattenti provenienti dalla Champagne, nell'ordine stabilito dall'eletto Guerrino: ne mise dietro alcuni che erano davanti, perch li sapeva vili e d'animo tiepido, e quelli che capiva arditi e animosi, nel valore dei quali aveva fiducia e certezza, li pose nel primo scaglione, e cos parl loro: Signori cavalieri, il campo  grande, allargate le file, onde il nemico non vi accerchi; poich non  giusto che uno si faccia scudo dell'altro. Ordinatevi in modo che possiate combattere tutti insieme in uno stesso momento e su un unico fronte. Detto ci, mand avanti centocinquanta sergenti a cavallo per dare inizio alla battaglia, secondo il consiglio del conte di Saint-Pol. Ci fece con l'intenzione che i nobili combattenti di Francia, pi sopra citati, trovassero il nemico alquanto scosso e turbato.
Ma i Fiamminghi e i Germanici, che fremevano dalla voglia di combattere, grandemente si sdegnarono di essere sfidati da sergenti e non da cavalieri. Perci non si degnarono di spostarsi, ma li attesero e accolsero con acredine. Uccisero e ferirono gran parte dei loro cavalli ma di colpiti a morte ve ne furono soltanto due. Erano sergenti nativi della vallata di Soissons, assai prodi, pieni di ardimento, che si battevano a piedi non meno valorosamente che a cavallo.
Gualtiero di Ghistelle e Buridano, cavalieri di nobile prodezza, esortavano quelli del loro scaglione alla battaglia, rammentando loro la prodezza degli amici e degli avi. Sembrava non avessero paura maggiore di quanta ne avrebbero provata giostrando in un torneo. Quando ebbero disarcionato e abbattuto alcuni dei predetti sergenti, li lasciarono e si rivolsero all'altra parte nemica per combattere contro i cavalieri. Si diressero contro di loro alcuni appartenenti al battaglione della Champagne, e li attaccarono con non minor valore che in precedenza. Spezzatesi le lance, sguainarono le spade e si scambiarono incredibili colpi. Nella mischia sopraggiunsero Pietro di Remy e quelli della sua compagnia: s'impossessarono a forza di Gualtiero di Ghistelle e di Giovanni Buridano e se li portarono via. Ma uno dei loro cavalieri (il suo nome era Eustachio di Malenghin), pieno di orgoglio, si mise a gridare forte: Morte, morte ai Francesi! e i Francesi lo accerchiarono. Uno lo ferma e gli stringe la testa tra il petto e il gomito, gli strappa l'elmo dal capo; un altro lo colpisce con un coltello tra il mento e la ventaglia sino al cuore e gli fa sentire con gran dolore quella morte che con grande orgoglio aveva minacciato ai Francesi. Ucciso cos Eustachio di Malenghin, e presi prigionieri Gualtiero di Ghistelle e Buridan, i Francesi raddoppiarono l'ardimento, vinsero ogni paura e misero in atto tutte le loro forze, sicuri com'erano della vittoria.
Dopo i sergenti a cavallo che l'eletto aveva mandato avanti per cominciare la battaglia, si mosse il conte Gualtiero di Saint-Pol, con quelli del suo seguito, tutti cavalieri scelti e di nobile prodezza. Fieramente si gett tra i nemici, come un'aquila affamata si getta su uno stormo di colombi. Non appena piomb nel folto della mischia molti ne colp e da molti fu colpito. E qui apparvero il coraggio e la forza del suo fisico: abbatteva tutti quelli che colpiva, uccideva uomini e cavalli senza distinzione e di nessuno si impadroniva. Colp talmente e massacr, coi suoi, a destra e a sinistra, che pot inoltrarsi oltre la turba dei nemici, per ributtarsi poi da un'altra parte e accerchiarli come in mezzo alla battaglia.
Dopo il conte di Saint-Pol si spinse innanzi il conte di Beaumont, con altrettanto straordinario ardimento; Matteo di Montmorency e i suoi, il duca Eudes di Borgogna, che aveva molti valorosi cavalieri fra la sua truppa, tutti si gettarono con ardore nella pugna, avidi di combattere e diedero ai nemici una strabiliante battaglia. Il duca di Borgogna, che era uomo corpulento e di temperamento flemmatico, cadde a terra, poich il suo destriero era stato ucciso sotto di lui. Quando la sua gente vide che era caduto, gli si radun intorno, e lo fece montare in fretta su di un nuovo cavallo. Rimontato, egli molto si dolse per tale caduta e disse che avrebbe vendicato quella vergogna: brand la lancia, diede di sprone e si gett in preda all'ira nel pi folto dei nemici. Non si curava di vedere dove colpiva, n chi incontrava, ma sfogava la sua rabbia egualmente contro tutti, come se ciascuno dei nemici gli avesse ucciso il cavallo.
Da un'altra parte si batteva il visconte di Melun, che aveva nella sua truppa cavalieri ben noti e provetti nelle armi. Attacc i nemici su di un altro fronte, nella stessa maniera del conte di Saint-Pol; li trafisse da parte a parte e ritorn per altra via in mezzo alla battaglia. In questa mischia Michele di Harmes fu colpito da una lancia tra lo scudo e l'usbergo e in mezzo alla coscia. Rimase attaccato agli arcioni della sella e fu gettato a terra, lui e il cavallo. Ugo di Maleveine e molti altri furono scaraventati a terra, poich i loro cavalli erano stati uccisi; ma si rialzarono con grande energia e, a piedi, si batterono con egual prodezza come a cavallo.
Il conte di Saint-Pol, che con tanta forza e tanto a lungo si era battuto ed era gi prostrato per i molti colpi dati e ricevuti, si ritir dalla mischia per rinfrescarsi, riprendere fiato e ritrovare un po' del suo equilibrio. Volse la faccia verso i nemici. Mentre cos si riposava, scorse uno dei suoi cavalieri talmente accerchiato dai nemici che non si poteva vedere un varco per raggiungerlo. Quantunque non avesse ancora ripreso fiato, il conte si allacci l'elmo, chin la testa sul collo del cavallo, l'abbracci fortemente con le braccia, poi diede di sprone, e pass attraverso tutti i nemici fino a che non raggiunse il suo cavaliere. Allora si drizz sulle staffe, sguain la spada e distribu colpi tali da rompere e scompaginare la turba dei nemici con prodigioso coraggio. Liberato il cavaliere dalle loro mani, con gran pericolo personale, fosse ardimento o fosse follia, ritorn al suo battaglione e fu di nuovo tra la sua gente. Come successivamente testimoniarono coloro che ci videro, corse allora gravissimo pericolo di morte: in un medesimo momento fu colpito da dodici lance, e nondimeno, per virt del suo supremo eroismo, nessuno pot far cadere n lui n il cavallo. Come ebbe data questa meravigliosa prova di coraggio e si fu un po' rinfrancato con i suoi cavalieri che nel frattempo si erano riposati, si un a loro, e, chiusosi nell'armatura, si rilanci nel folto dei nemici.
In quel punto e in quell'ora, cos fervido ed aspro era il combattimento dall'una e dall'altra parte (durava gi da tre ore), che Pallade, dea della guerra, volteggiava nell'aria al di sopra dei combattenti come ancora ignorasse a chi avrebbe concesso la vittoria. Alla fine scaric tutto il peso della battaglia su Ferrando e sui suoi; Ferrando fu steso a terra, e straziato da enormi ferite, fu preso e legato, insieme con molti dei suoi cavalieri. Cos a lungo si era battuto che era mezzo morto e, non potendo continuare a lottare, si arrese a Ugo di Mareuil e a suo fratello Giovanni. Non appena Ferrando fu preso, tutti i suoi partigiani, che si battevano in quel lato del campo, o fuggirono, o rimasero uccisi, o furono fatti prigionieri.
Mentre Ferrando veniva cos ridotto alla sconfitta, ritorn l'orifiamma di Saint-Denis, seguita dalle legioni dei comuni, specie da quelle di Corbie, d'Amiens, di Arras, di Beauvais, di Compigne, che gi erano avanzate quasi sin presso le tende, e che accorsero al battaglione del re, l dove si scorgeva l'insegna regia col campo azzurro e i fiori di giglio d'oro. Lo stendardo era in quel giorno portato da un cavaliere di nome Galon di Montigny, valorosissimo e fortissimo, ma non ricco. Le legioni comunali oltrepassarono tutti i battaglioni dei cavalieri e si misero davanti al re, proprio di fronte a Ottone e a quelli del suo battaglione. Ma costoro, cavalieri di grande ardimento, li fecero tosto indietreggiare fino alle truppe del re Filippo, li sparpagliarono a poco a poco e vi passarono in mezzo sinch furono vicini allo scaglione del re. Quando Guglielmo di Barres, Guido Mauvoisin, Gerardo La Truie, Stefano di Longchamp, Guglielmo di Garlande, Giovanni di Rouvray, Enrico conte di Bar e gli altri nobili combattenti che nel battaglione del re avevano lo speciale incarico di proteggerlo, videro che Ottone e i Teutoni del battaglione tendevano ad avanzare in direzione del re e che non avevano altra mira che la sua persona, si fecero avanti per affrontare i Teutoni e frenarne il forsennato impeto. Lasciarono cos il re, per il quale temevano, dietro le spalle. Mentre essi combattevano contro Ottone e i Germani, i fanti, che precedevano questi ultimi, raggiunsero all'improvviso il re, e, con lance ed uncini di ferro, lo sbalzarono da cavallo sbattendolo a terra. Se il sovrano valore e l'armatura speciale di cui era rivestito non l'avessero difeso, lo avrebbero ucciso sul posto. Ma alcuni cavalieri rimasti con lui, e Galon di Montigny, che spesso girava lo stendardo per invocare soccorso, e Pietro Tristan che, spontaneamente disceso dal suo destriero, si par davanti al re per difenderlo, sgominarono e uccisero tutti i sergenti appiedati del nemico. Il re si rialz e rimont a cavallo con incredibile agilit. [Non appena fu rimontato sul suo destriero, e i fanti che lo avevano sbalzato da cavallo furono tutti uccisi, il battaglione del re si radun intorno allo scaglione di Ottone]. Allora incominci una mirabolante pugna, l'uccisione e l'annientamento di uomini e di cavalli da una parte e dall'altra, perch combattevano tutti con prodigioso valore. Qui fu ucciso, proprio davanti al re, Stefano di Longchamp, cavaliere prode e leale e di assoluta fedelt: fu colpito da una coltellata fino al cervello attraverso la occhiera dell'elmo. I nemici del re usarono in questa battaglia un'arma ancora non vista in quei tempi: avevano coltelli lunghi e affilati a tre lame, taglienti dalla punta al manico, e si servivano in combattimento di tali coltelli a guisa di spade e di brandi. Ma, grazie a Dio, i brandi e le spade dei Francesi, e il loro valore, che non venne mai meno, ebbero il sopravvento sulla crudelt dei nemici e delle loro nuove armi. Si batterono infatti con tale fermezza e cos a lungo, che costrinsero a indietreggiare e a ritirarsi tutto il battaglione di Ottone. Arrivarono fino a lui e cos vicino, che Pietro Mauvoisin, pi bravo nelle armi che nella conoscenza del mondo, lo afferr per il freno e presunse di poterlo trar fuori dalla mischia. Ma si accorse che non poteva fare come voleva, a causa dell'incalzare dei suoi, riuniti e intorno a lui serrati. Gerardo La Truie, che gli era dappresso, gli diede col coltello [che teneva sguainato in mano] un colpo in mezzo al petto, e quando vide che non poteva trafiggerlo [per lo spessore delle impenetrabili armature di cui sono muniti i guerrieri del nostro tempo], per riparare lo sbaglio del primo gli inferse un secondo colpo. Credeva di colpire il corpo di Ottone, e incontr invece la testa del cavallo alto levata, gli assest un colpo dritto nell'occhio, e il coltello, spinto con grande maestria, gli si immerse fino alle cervella. Il cavallo, percosso da quel gran colpo, si spavent e prese ad agitarsi violentemente, girandosi dalla parte donde era arrivato. Ottone mostr cos la schiena ai nostri cavalieri e immediatamente si diede alla fuga, lasciando come preda al nemico l'aquila, lo stendardo e quanto si era portato sul campo. Quando il re lo vide scappare, disse alla sua gente: Ottone fugge, da oggi in poi non lo si vedr pi in faccia. Ma non fugg a lungo, che il cavallo gli cadde morto. Allora gli fu portato fresco fresco un secondo cavallo, e quando fu rimontato in sella riprese a fuggire a pi non posso, perch pi non riuscva a resistere al valore dei cavalieri di Francia: Guglielmo di Barres l'aveva gi ben due volte preso per il collo, ma non pot tenerlo bene, perch il cavallo era forte e si agitava, e spessa era la mischia dei suoi uomini.
A quest'ora e in questo punto, mentre Ottone fuggiva, la battaglia era estremamente aspra ed accanita, da una parte e dall'altra. I cavalieri di Ottone si battevano strenuamente e avevano gettato a terra Guglielmo di Barres, che era andato pi avanti degli altri, ed avevano ucciso il suo cavallo. Infatti il giovane Gualtieri, Guglielmo di Garlande [le lance spezzate e i brandi intrisi di sangue] e Bartolomeo di Roye, valoroso e saggio cavaliere [e gli altri che erano con lui], giudicarono e dissero cosa pericolosa lasciare indietro cos solo il re che se ne veniva dietro di loro allo scoperto. Per tale motivo non vollero gettarsi nella pugna tanto avanti quanto il Barrese, che era appiedato e, come suo costume, si difendeva dai nemici con estremo valore. Ma poich un uomo solo, a piedi, non pu reggere a lungo contro siffatta moltitudine, alla fine lo avrebbero certo ucciso o fatto prigioniero, se Tommaso di Saint-Valry, nobile cavaliere, valentissimo nelle armi, non lo avesse raggiunto con altri cinquanta cavalieri e duemila sergenti appiedati, e non lo avesse liberato dalle mani dei nemici.
Qui si ricominci il combattimento: mentre Ottone fuggiva, energicamente si battevano i nobili cavalieri del suo battaglione, il valorosissimo Bernardo di Ostemale, il conte Othe di Tecklembourg, il conte Corrado di Dortmund, Gerardo di Randerode, e molti altri forti e arditi guerrieri, che Ottone aveva particolarmente scelto per il loro grande coraggio, onde gli stessero vicino per proteggere la sua persona. Tutti costoro si battevano con meraviglioso eroismo, soverchiavano e uccidevano i nostri. Nondimeno i Francesi ebbero il sopravvento, e presero prigionieri i sopraddetti conti e Bernardo di Ostemale e Gerardo di Randerode. Il carro sul quale stava lo stendardo fu fatto a pezzi, il drago fu infranto e l'aquila dorata portata innanzi al re: aveva le ali divelte e lacerate. Cos il battaglione di Ottone, dopo che lui era fuggito, fu completamente sconfitto.
Il conte Rinaldo di Boulogne, che aveva sempre sostenuto l'azione dei suoi uomini, si batteva ancora fieramente e nessuno riuscva a vincerlo e a sopraffarlo. Usava nella battaglia un'arte nuova: aveva disposto una doppia fila di sergenti appiedati e bene armati, riuniti e stretti in cerchio alla maniera di una ruota: in tale anello non c'era che un solo varco attraverso cui poteva passare, quando voleva riprendere fiato o quando era troppo incalzato dai nemici: ci fece parecchie volte.
Questo conte Rinaldo, il conte Ferrando e l'imperatore Ottone, come si seppe poi dai prigionieri, avevano giurato, prima dell'inizio della battaglia, che non si sarebbero voltati n a destra n a sinistra, n si sarebbero battuti se non contro lo scaglione del re; e avrebbero ucciso il re non appena lo avessero preso, con l'idea che, ci fatto, avrebbero potuto facilmente imporre la propria volont su tutto il reame. Per tale giuramento, non vollero mai affrontare alcun battaglione all'infuori di quello del re. Ferrando, che aveva giurato la stessa cosa, si prov ad avanzare decisamente verso il re, ma non vi riusc, perch la compagnia dei militi della Champagne gli si par davanti, e lo affront con impeto tale da render vano il suo proposito. Anche il conte Rinaldo schiv gli altri schieramenti e gi all'inizio della pugna si diresse verso quello del re avanzando dritto contro di lui. Ma poi, quando gli fu vicino, fu preso da un senso di orrore e da una naturale paura del suo legittimo signore (cos credono alcuni). Si volt quindi da un altro lato della mischia e si batt contro il conte Roberto di Dreux, che stava nel medesimo battaglione accanto al re in una folta turba.
Il conte Perron d'Auxerre, cugino del re, si batteva valorosamente per lui, mentre il figlio Filippo, cugino della moglie di Ferrando da parte di madre, si batteva dall'altra parte contro il proprio padre e contro la corona di Francia: il peccato e il Maligno avevano talmente accecato alcune anime che, quand'anche avessero avuto padre, fratelli e cugini dalla parte del re, non avrebbero perci, per timore di Dio, rinunciato a combattere e, fosse stato loro possibile, avrebbero cacciato nell'onta e nella confusione lo stesso loro legittimo signore e i parenti che, per legge di natura, avrebbero dovuto amare.
Il conte Rinaldo non era dapprima molto d'accordo sulla battaglia, sebbene poi si battesse valorosamente e pi a lungo di ogni altro, ma energicamente la sconsigli, come uno che ben conosceva l'ardimento e la prodezza dei cavalieri di Francia. Per questo Ottone e i suoi l'avevano sospettato di tradimento, e se egli non avesse consentito a combattere lo avrebbero preso e messo in ceppi. Rinaldo fece parola di ci a Ugo di Boves poco prima che la battaglia avesse inizio: Ecco, - disse, - la battaglia che tu lodi e consigli e che io non lodo n consiglio. Ne risulter che tu fuggirai da codardo e malvagio e io mi batter con pericolo della vita, ben sapendo che rester o morto o prigioniero. Detto ci, and nel posto stabilito al suo battaglione e si batt pi arditamente e pi a lungo di qualunque altro della sua parte.
Nel frattempo i ranghi dei sostenitori di Ottone cominciarono a diradarsi, poich il duca di Lovanio, il duca di Limburgo e Ugo di Boves erano gi scappati, e cos gli altri, a gruppi di cinquanta, a gruppi di quaranta, in turbe di vario numero. Ma ancora si batteva il conte Rinaldo e con tanta energia che nessuno poteva strapparlo dalla pugna. Non aveva con s che sei cavalieri che non lo volevano abbandonare e combattevano con lui con tutte le loro forze. Ed ecco un sergente prode e ardito, si chiamava Pietro della Tournelle, si batteva a piedi perch i nemici gli avevano ucciso il cavallo, dirigersi verso il conte: gli solleva la gualdrappa del destriero e dal di sotto cos abilmente colpisce l'animale che gli riesce di immergere la spada nelle budella fino al sottocoscia. Accortosi di tale colpo, uno dei cavalieri, che si batteva accanto a lui, trattenne il conte per il freno e con gran fatica e contro la sua volont lo cacci fuori dalla mischia. Il conte allora prese a fuggire a pi non posso, e Quenon di Condune e il di lui fratello Giovanni lo inseguirono e lo fecero cadere a terra. Il cavallo stramazz morto, e il conte fu rovesciato in modo che la coscia destra gli rimase sotto al collo dell'animale. Ma ad impossessarsi del conte sopravvennero Ugo e Gualtiero di Fontaines e Giovanni di Rouvray. Stavano discutendo su chi si sarebbe tenuto il prigioniero, quando giunse da un'altra parte Giovanni di Nesle. Costui era un cavaliere bello e grande e grosso ma il suo coraggio non rispondeva n alla bellezza n alla prestanza fisica: in tutta la giornata non si era battuto contro alcuno. Sorse una disputa tra lui e i suoi cavalieri e coloro che tenevano il conte, perch egli, pur senza ragione, voleva acquistarsi qualche merito nella cattura di un cos grand'uomo. Infine avrebbe loro strappato il conte Rinaldo, se non fosse sopraggiunto l'eletto Guerrino. Appena il conte lo vide, gli rese la spada e si consegn a lui, pregandolo di risparmiargli almeno la vita. Ma prima che l'eletto intervenisse tra i cavalieri che disputavano, un giovane di nome Commotus, dotato di gran forza e d'indomito coraggio, strapp l'elmo dalla testa del conte e lo fer gravemente al capo, e infine, sollevatogli un lembo dell'usbergo, pens di cacciargli il coltello nel ventre; ma il coltello non penetr perch le brache di ferro erano strettamente attaccate all'usbergo. Mentre, cos stringendolo, lo sforzavano ad alzarsi da terra, il conte si guard intorno e scorse Arnolfo di Audenarde e alcuni cavalieri che si affrettavano a portargli soccorso. Come li vide venire verso di lui si lasci cadere a terra fingendo di non poter pi restare in piedi, sperando che Arnolfo lo liberasse. Ma quelli che gli erano intorno gli menavano grandi colpi, obbligandolo infine a montare su di un ronzino, mentre Arnolfo e tutti i suoi venivano presi e fatti prigionieri.
Dopo che tutti i cavalieri della parte avversa furono o uccisi, o fatti prigionieri o scappati, e tutto il seguito di Ottone ebbe abbandonato il campo, rimasero ancora settecento sergenti appiedati, prodi e arditi, nativi del Brabante, che i cavalieri si erano messi davanti come muro e difesa contro la forza del nemico. Il re che ben li scorse, mand contro di loro Tommaso di Saint-Valry, cavaliere nobile e degno di lode [e anche un po' istruito]. Questo Tommaso aveva fra la sua truppa cinquanta cavalieri valorosi e leali, nativi del suo paese, e duemila sergenti appiedati. Non appena lui e la sua gente furono bene organizzati, si gettarono su di essi come il lupo affamato fra le pecore. Bench estremamente affaticati, lui e la sua gente, dal molto combattere della giornata, li sconfisse e li fece prigionieri con meravigliosa prodezza. Ed ecco ora un fatto ben degno di stupore: quando, dopo tale vittoria, ebbe contato tutti i suoi uomini, Tommaso di Saint-Valry trov che ne mancava uno solo: cercato, costui fu rinvenuto tra i morti; fu portato allora negli alloggiamenti e consegnato ai medici, che lo curarono e lo guarirono in breve tempo.
Il re non volle che i suoi dessero la caccia ai fuggiaschi, pi di mille, per il pericolo rappresentato dai passaggi poco noti, e perch stava calando la notte, e anche perch i principi e i ricchi catturati non riuscssero per caso a scappare, o fossero strappati con la forza ai loro custodi. Cosa, questa, che il re temeva assai. Risuonarono allora trombe e bccine per richiamare quanti ancora davan la caccia al nemico. E quando ogni compagnia fu di ritorno, con grande gioia ed esultanza si avviarono tutti agli alloggiamenti.
[O mirabile clemenza del principe! O nuova inaudita piet di quel secolo!] Ritornati, re e baroni alle tende, la sera stessa il re fece venire al suo cospetto tutti i nobili fatti prigionieri nella battaglia. Erano in numero di trenta: cinque conti, e gli altri venticinque di tale nobilt che ciascuno portava in battaglia il proprio stendardo; e lasciamo da parte gli altri prigionieri di minore dignit. Quando furono tutti davanti a lui, per la sua grande generosit e piet, concesse loro la vita, sebbene quelli del suo reame e i suoi vassalli, che avevano cospirato contro di lui e giurato la sua morte, facendo il possibile per ucciderlo, fossero colpevoli e degni di venire decapitati secondo le leggi e i costumi del paese. [Tanto era in realt inflessibile il suo rigore contro i ribelli, quanto e anche pi fioriva in lui la clemenza per chi si sottometteva. Era infatti sempre sua massima aspirazione il risparmiare i sottomessi e l'abbattere i superbi]. Essi furono messi in catene e in ceppi e caricati su carrette per essere condotti in prigioni di luoghi diversi. Il giorno dopo il re part e ritorn a Parigi.
Quando fu a Bapaume gli fu detto, verit o menzogna che fosse, che il conte Rinaldo doveva aver mandato un messaggio ad Ottone, lo avvertiva e consigliava di ritornare a Gand, e l ricevervi i fuggiaschi e ricostituire le sue forze allo scopo di riprendere la battaglia con l'aiuto di quelli di Gand e degli altri nemici del re. Sentito questo, il re fu preso da straordinaria ira contro il conte. Sal nella torre dove erano imprigionati Rinaldo e il conte Ferrando, i due pi importanti tra i suoi prigionieri e, mosso com'era dall'ira e dal rancore, prese a rinfacciare a Rinaldo tutti i benefici che gli aveva fatto, e gli disse come, essendo vassallo, lo aveva creato di nuovo cavaliere; come, essendo povero, lo aveva reso ricco. E lui, in cambio di tutti questi benefici, gli aveva reso male per bene. Lui e suo padre, il conte Aubry di Dammartin, erano infatti passati al re Enrico d'Inghilterra, e si erano con lui alleati a danno del re e del reame. Poi, dopo questo misfatto, quando volle ritornare a lui, il re gli perdon e lo reintegr nella sua grazia e nel suo affetto; gli rese la contea di Dammartin, che pi non gli spettava di diritto, per il fatto che il padre, il suddetto conte Aubry, l'aveva disonorata e perduta per condanna, quando si era alleato col nemico ed era morto in Normandia al suo servizio. E nonostante tutto ci il re gli diede la contea di Boulogne. Dopo tutti questi benefici, Rinaldo ancora una volta lo abbandon, si alle con il re Riccardo d'Inghilterra, e gli fu contro finch visse Riccardo. Quando questi mor, Rinaldo torn a lui, e lui gli ridiede la sua amicizia, e oltre alle due contee concessegli in precedenza, gliene don ancora altre tre, quella di Mortain, quella di Aumale e quella di Varennes. Dimenticando tutti questi benefici, Rinaldo gli sollev contro tutta l'Inghilterra, tutta la Germania, tutta la Fiandra, lo Hainaut e tutto il Brabante, e nell'anno precedente si era impossessato di parte delle sue navi nel porto di Damme, e, per giunta, con gli altri nemici aveva giurato solennemente la sua morte e si era battuto con lui corpo a corpo sul campo di battaglia. E pi ancora. Dopo che il re, nella sua misericordia, gli ebbe risparmiata la vita, dimenticando i suoi misfatti, per colmo di malvagit, indusse l'imperatore Ottone e gli scampati dallo scontro, a radunare i fuggiaschi e ricominciare a combattere contro di lui. I benefici che ti ho fatto, tu me li hai ricambiati con tanto male - disse ancora il re -, ma io non ti toglier la vita perch gi te l'ho risparmiata; ti metter invece in una prigione tale che non riuscrai mai a scappare, prima di avere espiato tutto il male che mi hai fatto.
Il re, com'ebbe cos parlato al conte Rinaldo, lo fece portare a Pronne e mettere in una prigione fortificata e legare con robuste catene di ferro unite e saldate con meravigliosa abilit. La catena che univa l'una all'altra era cos corta che il prigioniero non poteva fare neanche mezzo passo: nel mezzo di questa ne era saldata un'altra lunga dieci piedi, la cui estremit era legata a un grosso tronco che due uomini stentavano a spostare ogni volta che il prigioniero doveva muoversi per i suoi bisogni corporali. Ferrando fu condotto a Parigi e portato in una nuova torre alta e fortificata, fuori delle mura della citt, detta la torre del Louvre.
Il giorno stesso della battaglia, Guglielmo Lunga Spada, conte di Salisbury, fu consegnato al conte Roberto di Dreux, affinch lo restituisse al re Giovanni d'Inghilterra suo fratello, in cambio del proprio figlio che del re era prigioniero, come si  detto sopra. Ma il re Giovanni, che aveva in odio la propria carne, come aveva dimostrato uccidendo il nipote e tenendo per venti anni prigioniera la sorella di Arturo, Eleonora, si rifiut di far liberare il proprio fratello in cambio di uno straniero. [Questo fa pensare alla lince di Merlino. Merlino, parlando del padre, da lui paragonato a un leone, diceva: da lui nascer una lince capace di cacciarsi dappertutto, fautrice della rovina della propria razza. Per causa sua la Neustria perder le sue due isole e sar spogliata della sua dignit esteriore]. Una parte dei prigionieri fu rinchiusa nei fortini del Corpo di Guardia del grande ponte e di quello piccolo; e gli altri furono mandati in diverse prigioni del reame.
[Quanto giusti, o Signore, perfetti, irreprensibili, sono i tuoi giudizi, tu che sconvolgi i disegni dei principi e rendi vani i piani dei popoli! Tu che tolleri i mali per volgerli in bene, che rimandi la vendetta per lasciar tempo ai malvagi di convertirsi, che permetti siano corretti, con una verga degna e meritata, quelli che rifiutano le penitenze. Tu, che quando i malvagi minacciano di sterminare i buoni, sempre volgi al contrario i loro progetti].
I nemici del re catturati in battaglia non avevano soltanto cospirato contro di lui, ma anche indotto, con doni e promesse, ad unirsi e ad allearsi con loro uomini che appartenevano al re, come Herv, conte di Nevers, e tutti i nobili d'Oltre Loira, tutti quelli del Manceau, dell'Angi e del Poitou, all'infuori soltanto di Guglielmo des Roches, siniscalco dell'Angi, e Johel di Mayenne. Il visconte di Sainte-Suzanne e molti altri avevano gi promesso il loro favore al re d'Inghilterra, ma segretamente per timore di re Filippo, fin quando non fossero certi dell'esito della battaglia. I nemici del re, assolutamente sicuri della vittoria, si erano gi spartito e diviso l'intero reame di Francia, e l'imperatore Ottone ne aveva promesso a ciascuno la sua parte: il conte Rinaldo di Boulogne doveva avere Pronne e tutto il Vermandois; Ferrando, Parigi; gli altri, altre citt e altri paesi. Quanto al conte Rinaldo e al conte Ferrando, non manc alla promessa, perch Ferrando ebbe Parigi e Rinaldo Pronne, ma a loro vergogna e confusione, non a loro gloria ed onore.
Tutto quello che abbiamo detto e riferito sulla loro presunzione e sul loro tradimento fu riportato al re da quegli stessi che ne erano partigiani e ne avevano trasmesso il consiglio: noi non vogliamo dire nulla su costoro e su quanto hanno fatto che sia contro la nostra coscienza, sebbene siano nemici del reame, tranne quanto crediamo sia la pura verit.
Come era noto, la vecchia contessa di Fiandra, zia del conte Ferrando di Spagna, figlia del re del Portogallo, e pertanto chiamata regina e contessa, volle conoscere lo svolgimento e la fine della battaglia. Interrog la sorte, secondo il costume degli Spagnoli che volentieri si servono di quest'arte, ed ebbe questa risposta: Si combatter. Il re sar abbattuto in battaglia e calpestato e schiacciato dai piedi dei cavalli e non avr sepoltura. E Ferrando sar ricevuto a Parigi dopo la vittoria da un grande corteo. Tutto ci pu essere una risposta secondo verit a chi ben intenda; tutto avvenne proprio come la sorte aveva predetto nel suo duplice significato, secondo il costume del diavolo, che alla fine delude sempre coloro che lo servono, mascherando con fallace ambiguit ci che vale quanto una incerta sentenza.
Chi potrebbe dire o descrivere a voce, o immaginare, o scrivere su tavolette o pergamene [gli applausi, i rallegramenti, gli inni trionfali, le infinite danze di gioia delle popolazioni] l'immensa festa che tutto il popolo faceva al re, al suo ritorno in Francia dopo la vittoria? I chierici cantavano nelle chiese dolci e incantevoli canti in lode di Nostro Signore; le campane suonavano a festa nelle abbazie e nelle chiese; i monasteri erano dentro e fuori solennemente parati di drappi di seta; le strade e le case delle ricche citt erano adorne di cortine e di lussuose guarnizioni; le vie e i sentieri cosparsi di fronde di alburno, di verdi alberi e di fiorellini novelli; tutto il popolo, di elevata e di bassa condizione, uomini, donne, vecchi e giovani accorrevano in folla ai passaggi e agli incroci delle strade; si riunivano contadini e mietitori, i rastrelli e le falci sulle spalle (era il tempo in cui si tagliava il grano) per vedere e insultare Ferrando in catene, che poco tempo prima quand'era in armi, incuteva loro alquanto timore. Contadini, vecchie e bambini non si vergognavano di schernirlo e di insultarlo. Avevano trovato come pretesto per prenderlo in giro il significato del suo nome che poteva riferirsi sia a un uomo che a un cavallo. Volle il caso che due cavalli di un colore chiamato ferrand lo trasportassero su una lettiera di strame e perci gridavano per scherno che due ferrati portavano un terzo ferrato e che Ferrando era in ferri, quel Ferrando che poco prima, infuriato, aveva pestato i piedi per impazienza e orgogliosamente si era ribellato al suo signore. Tanta festa fecero al re, e di tanta vergogna ricoprirono Ferrando, finch questi giunse a Parigi. Tutti i borghesi e l'universalit degli scolari [popolo e clero] andarono incontro al re [con inni e cantici] e mostrarono l'immenso giubilo del loro cuore con manifestazioni esteriori; fecero straordinari festeggiamenti e celebrarono solenni cerimonie. Non bastava loro il giorno, magnifiche feste facevano anche di notte, con grandi luminarie; ci fu ugual luce di notte come di giorno; e la festa cos continu senza interruzione sette giorni e sette notti. [Particolarmente gli scolari non cessavano, instancabili, di mostrare, con grande dispendio di denaro, il proprio giubilo con banchetti, cori, danze e canti]. Pochi giorni passarono e quelli del Poitou, che in segreto avevano cospirato contro il re, furono enormemente spaventati dalla fama di una cos grande vittoria, e si adoperarono in tutti i modi per riconciliarsi con il re. Ma il re, che tante volte ne aveva sperimentato gli imbrogli e la slealt, e ben sapeva che il loro amore e il loro favore non davano frutti, e sempre finivano in risentimenti e in danni contro il proprio signore, li respinse e rifiut di accordarsi con loro, ma radun l'esercito ed entr rapidamente nel Poitou, dove si trovava il re Giovanni. Quando le truppe giunsero a un castello chiamato Loudun, castello ricco, fortificato e ben difeso, il visconte di Thouars, uomo saggio e potente, e gli uomini pi eminenti di tutta l'Aquitania inviarono al re un loro messaggero e lo supplicarono di volerli reintegrare nella sua grazia e nel suo affetto, o almeno di conceder loro una tregua. E il re che, secondo il suo costume, aveva sempre pi caro vincere i nemici con la pace che con la guerra, ricevette il visconte di Thouars con animo benigno, per la preghiera del conte Perron di Bretagna, cugino del re, che aveva sposato la nipote del visconte.
Giovanni d'Inghilterra, che si trovava allora a quindici miglia dal castello dov'era il re, non sapeva che fare n che ne sarebbe stato di lui, non avendo luogo o rifugio dove poter riparare al sicuro, e non osava n attenderlo, n uscir contro di lui in battaglia. Infine invi messaggeri al re per trattare in qualche modo la pace, o per lo meno ottenere una tregua. I messaggeri da lui inviati furono Mastro Roberto, legato della corte di Roma, e il conte Renoul di Chester, e molti altri uomini. Tanto fecero, il legato e gli altri messaggeri, che il re, nella sua gran bont, gli accord una tregua che sarebbe durata cinque anni, nonostante avesse nel suo esercito duemila e pi cavalieri, senza contare un gran numero di altri combattenti e di sergenti appiedati e a cavallo, per cui avrebbe potuto facilmente e in poco tempo prendere tutta l'Aquitania e il re d'Inghilterra e tutta la sua gente.
Fatto tutto ci, il re torn in Francia. Qui, nella sedicesima calenda di novembre, vennero a parlamentare con lui la moglie di Ferrando e i Fiamminghi. Allora il re concesse, contro l'opinione e il desiderio dei suoi, di restituire Ferrando, alla condizione per che gli dessero in ostaggio per cinque anni Godefroy, figlio del duca di Brabante, demolissero a proprie spese tutti i castelli e le fortezze di Fiandra e del Hainaut, e pagassero un riscatto per Ferrando e ogni altro prigioniero in proporzione alla quantit dei loro misfatti. Cos Ferrando e tutti gli altri furono liberati dalla prigionia. Quanto al conte Herv di Nevers e agli altri, suoi vassalli, che aveva sospettati del crimine di cospirazione e tradimento, il re non volle in altro modo vendicarsi se non facendoli giurare sui santi che da allora in poi sarebbero stati prodi e leali verso di lui e la corona di Francia.
Il 16 delle calende del marzo seguente ci fu un'eclissi totale di luna che cominci al primo canto del gallo e dur fin dopo l'alba del giorno seguente.
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Qui finisce il testo di Guglielmo il Bretone contenuto nel manoscritto latino 592. della Bibliothque Nationale di Parigi. Il seguito degli avvenimenti del regno di Filippo Augusto fu aggiunto da un monaco di Saint-Denis.
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Nel tempo in cui il re Filippo si batteva in Fiandra contro Ottone e gli altri nemici, messer Luigi, suo figlio, combatteva, come abbiam detto, in Angi contro re Giovanni e gli abitanti del Poitou. Prima ancora di arrivarvi, costrinse il re Giovanni ad abbandonare l'assedio del castello della Roche-aux-Moines e via lo cacci per sua vergogna con tutto il suo oste. E poich il padre e il figlio ottennero in uno stesso momento, grazie all'aiuto di Nostro Signore, queste due vittorie, il re fond presso la citt di Senlis una abbazia detta la Vittoria, dell'ordine di San Vittore di Parigi, in memoria e rimembranza di cos grandi vittorie loro concesse da Dio.
 
 
 
Commento


La pace

Il racconto di Guglielmo il Bretone non  l'unica testimonianza. Altre, contemporanee o appena posteriori, ma indipendenti, lo completano e invitano a correggerlo in qualche punto. Sono meno sviluppate e differiscono in quanto non riflettono il punto di vista della corte di Francia e pongono la battaglia in un'altra luce. Per interpretare correttamente la traccia ufficiale dell'avvenimento  utile interrogare queste relazioni, anch'esse molto dirette. I testi da ricordare sono quattro, di cui tre scritti in latino. Il pi fedele  la Relatio Marchianensis de Pugna Bovinis, composta, come indica il titolo, nel monastero vicino a Marchiennes, e senza dubbio mentre era ancora viva l'eco dell'avvenimento. Fu pubblicata da Waitz, nei Monumenta Germaniae Historica, secondo un manoscritto della biblioteca di Douai. Le righe, con cui termina una prima aggiunta apposta, dal 1165 al 1214, alla cronaca di Fiandra detta Flandria Generosa, offrono anch'esse un resoconto quasi immediato dell'avvenimento; difatti apparentemente l'autore di questa continuazione fu spinto a mettersi all'opera proprio dalla fama di Bouvines, avendo la battaglia ravvivato dappertutto il gusto di scrivere la storia. Era certamente anche lui un monaco, un cistercense dell'abbazia di Clairmarais, presso Saint-Omer; in ogni caso egli propendeva per la parte francese. Si sa da Aubry des Trois Fontaines che un arcidiacono di Liegi fu del pari molto scosso dall'eco destata dalla vittoria capetingia, se prese a raccontare quel che sapeva di curioso sul suo tempo. Questo canonico  forse l'autore di una vita di sant'Odilia, che mor nel 1219; l'ultima parte di questa opera - la sola conservata perch Gilles, dell'abbazia d'Orval nella diocesi di Treviri, l'incorpor verso il 1250 nella sua storia dei vescovi di Liegi - celebra il trionfo riportato a Steppes presso Montenaaken, nel 1213, da san Lamberto, il quale concesse la vittoria ai suoi protetti, gli abitanti di Liegi, contro il duca di Brabante. Ma riferisce anche, nella scia di questo successo, la battaglia di Bouvines. La quarta testimonianza  in lingua volgare.  una cronaca degli anni 1185-1217, redatta dopo il 1220 per Roberto di Bthune da uno dei suoi fedeli, che forse non era chierico. Questo scrivano della casa, come se ne trovavano persino nell'ambiente di signori assai da poco, aveva gi redatto una Histoire des ducs de Normandie et des rois d'Angleterre, dove parlava molto di Giovanni Senzaterra, di cui il suo padrone era stato alle dipendenze. Intraprese poi questa altra opera, pi aperta ai fatti della Francia e che concede largo spazio alla giornata di Bouvines.
Il contributo di questi scritti permette di leggere meglio quello di Guglielmo il Bretone. Perch questa lettura non sia scorretta occorre per prima di tutto che in precedenza siano collocate al loro giusto posto le istituzioni, le usanze, un sistema di immagini mentali e di precetti che, in quella parte del mondo, alle soglie del tredicesimo secolo, costituivano il quadro dell'azione militare. Un quadro le cui fondamenta erano state poste pi di due secoli prima. Chi voglia ben comprendere ci che  avvenuto sul campo di Bouvines il 27 luglio 1214 deve volgere lo sguardo verso quel lontano passato.
 
Da sempre, lungo tutti i millenni che vanno a perdersi nella notte preistorica, la guerra - gli scritti della gente colta le danno al tempo di Bouvines il nome, germanico e latinizzato, di werra - era stata una buona cosa. Era l'occupazione normale degli uomini in condizione di farla. Rinasceva ogni anno con la bella stagione, e gli dei la benedicevano. Svolgeva una primordiale funzione economica, importante almeno quanto quella del lavoro produttivo: era necessario combattere per proteggere le risorse della comunit, grande o piccola che fosse, della trib, del clan, del gruppo familiare. Combattere significava pure accrescere queste risorse, come con la raccolta delle erbe e dei frutti selvatici o con la caccia, andando a impadronirsi altrove di tutto ci che si poteva portar via: abbigliamento, viveri, bestiame, ragazzi e ragazze. La pace era quindi solo un'interruzione fortuita, imposta dalle circostanze, l'esaurirsi delle forze, la rarefazione delle prede, il cattivo tempo - una temporanea tregua, un intervallo, durante il quale i trasferimenti di ricchezza a cui la guerra normalmente dava luogo prendevano un altro corso, la forma del dare e ricambiare doni, dello scambio matrimoniale, del commercio.
Ora, all'avvicinarsi dell'anno mille, nell'Occidente cristianizzato la guerra fu di colpo considerata malvagia. Cambiamento sconvolgente! Nel pensiero degli alti ecclesiastici prese radice un'altra concezione della pace, collocandosi al centro di una immagine globale del cosmo, della societ umana e della salvezza, perno dello sforzo dei vescovi e degli abati dei pi grandi monasteri per rinnovare il mondo, per riportare le strutture dell'universo visibile alla forma esemplare delle intenzioni divine. Si avvicinava il millennio della passione del Cristo. Bisognava concludere con il cielo una nuova alleanza. Tutti gli uomini, e non pi soltanto i monaci, questi spregiatori della vita secolare, dovevano fare penitenza, purificarsi dai peccati carnali, astenersi dalla violenza e dallo spargere di sangue umano, rinunciando al tempo stesso al denaro e alla concupiscenza. Lo spirito d'aggressione e tutte le attivit ad esso connesse furono da allora condannate, annoverate fra i peccati. Buona, giusta, normale era la pace; la pace era l'ordine delle cose, la pace era Dio stesso. Non  facile valutare ci che questo concetto poteva avere di sconvolgente, tutto un sistema di valori ne veniva radicalmente e definitivamente rovesciato. (E non per caso questo mutamento si  prodotto nel momento preciso in cui le relazioni mercantili in Europa cominciavano a svilupparsi in maniera decisiva: alla rapina succede il commercio, fondato sulla pace dei mercati e delle fiere, sulla diffusione delle monete d'argento, tutte timbrate con la croce, quella stessa croce che segnava ai crocevia l'ingresso nelle aree di salvaguardie, che, sui vestiti dei crociati, stava a significare che la loro persona era particolarmente protetta contro qualsiasi attacco. Ma in tal modo s'introduceva una contraddizione nella ideologia della Chiesa. Questa infatti veniva a frenare contemporaneamente il gusto del saccheggio e quello del dono gratuito, il senso della liberalit e del disinteresse: virt queste strettamente congiunte nella morale dei guerrieri con l'aggressivit. La Chiesa si piegava a poco a poco a tollerare il lucro, ad assolverlo. Ha inizio a questo punto il lungo movimento che alla fine avrebbe condotto gli ecclesiastici a patteggiare con gli uomini d'affari e a santificare il profitto).
Bisognava per arrendersi all'evidenza: Dio non regna quaggi senza spartizioni. Turbato  sulla terra il suo ordine - come lo  a volte nel cielo dal passaggio di quelle meteore che vengono a sconvolgere il corso regolare delle stelle. Una visione dualistica dell'universo domina in quel tempo ogni pensiero. Nella creazione, nella costituzione dell'uomo, sono mescolate due nature, quella spirituale e quella materiale. Lo spirito e la carne. Questa, umidiccia, notturna, serpentiforme,  la nutrice dei vizi - primo fra tutti l'orgoglio, che  rifiuto della luce. In essa mette anche radici il desiderio di arraffare e maltrattare.  questa la vera opposizione tra pace e guerra: la prima viene dallo spirito, l'altra dalla carne e dal sangue. Coloro che vogliono realizzare il Regno devono quindi adoperarsi a ridurre la parte delle armi, maledetta quanto quella del denaro e del sesso. Ma per questo bisogna che essi stessi combattano, e qui vediamo sorgere un'altra contraddizione, ancor pi profonda. Poich Dio non  soltanto l'Agnello. Dobbiamo anche rappresentarcelo come un capo d'armata - cosa che ci autorizzano a fare numerosi passi della Scrittura - come un terribile re che brandisce la spada: quest'immagine s'impone facilmente in quanto viene ad accordarsi con quelle della morale precristiana, di un'etica propria dello strato sociale allora dominante, da cui provengono tutte le alte autorit della Chiesa: il gruppo dei condottieri di guerra. Cos la mentalit militare in quell'epoca compenetra in profondit tutta l'iconografia del cristianesimo; mostra nell'Eterno il Signore che scaglia la folgore e pone, sulle pagine delle Apocalissi, la spada fra i denti del Cristo. Contro le forze avverse che resistono ai suoi decreti Dio impegna un quotidiano combattimento, dirige attacchi, assedia fortezze, calpesta i nemici atterrati. Il buon cristiano deve schierarsi nella sua formazione di battaglia e sotto il suo stendardo; gli si richiede di lottare con lui e di aiutarlo con le armi a difendere i deboli, a vendicare le ingiurie, a reprimere la miscredenza. Tuitio, ultio, dilatatici, difendere, vendicare, estendere il dominio della vera fede: ecco i tre aspetti di un'azione che  anche quella del buon Dio. Un'azione militare. Siccome il mondo  imperfetto, la pace non pu essere instaurata senza la guerra.
Condotta con questa mira, la guerra ridiventa giusta, e combattere non  pi peccato. Ben l'hanno detto i Padri della Chiesa. Per esempio Isidoro di Siviglia: Giusta  la guerra quando  condotta per ricuperare i propri beni e per respingere gli aggressori in virt di un editto. Perch Dio si  scelto i suoi luogotenenti sulla terra: sono i re, che la consacrazione compenetra della sua potenza.  certo che ogni uomo pu legittimamente - la chiosa del decreto 23 l'afferma in modo netto - lottare per la propria difesa, vendicarsi personalmente, e la provvidenza allora sosterr il suo diritto. Nondimeno tocca al re pacifico di mantenere nell'ordine l'esercizio di queste vendette private, di proporre il suo arbitrato prima che gli avversari vengano alle mani, di presiedere assemblee di conciliazione, di eseguirne le sentenze, la spada in pugno, e di accorrere, se chiamato, alla riscossa delle vittime troppo deboli per vendicarsi da sole. Soccorrere tutti coloro che sono oppressi dalle forze maligne  la sua missione principale, quella che le formule di benedizione, nel cerimoniale della consacrazione, assegnano alla sua spada, al suo stendardo, invocando il Dio degli eserciti. Le spedizioni da lui guidate con questo fine sono santificate, incensate, benedette. Nel 1066, quando il duca di Normandia Guglielmo, portando al collo uno scapolare di reliquie, mosse guerra al re degli Inglesi, il papa stesso gli ordin di prendere arditamente le armi contro lo spergiuro e gli mand il vessillo di San Pietro, la cui virt doveva proteggerlo da qualsiasi pericolo. Presentata come una risposta alla rottura della pace, a quella frattura dell'ordine universale che tutti i buoni cristiani debbono adoperarsi a ridurre, l'azione militare dei capi legittimi dei popoli , per essere esatti, consacrata. Essa  opera di pace, e poich la pace  il Cristo, opera di fede. Riforma della pace e dell'istituzione della santa fede, lo storico Rodolfo il Glabro a met del secolo undicesimo, esprime in modo chiarissimo l'indissociabile alleanza. La pace  una questione di fede e, di conseguenza, una questione della Chiesa. Tuttavia, onde sia rispettato l'ordine del mondo, la funzione della Chiesa si limita a sostenere per mezzo della preghiera l'istituzione sulla quale, secondo l'intenzione divina, poggia ogni impresa pacifica, la regalit.
Ma pu accadere che i re, e quella specie di re che in Francia, dopo la fine del decimo secolo, sono diventati i signori dei grandi principati regionali, si dimostrino incapaci di adempiere il loro compito. Si rompono allora le dighe e dilagano i tumulti. Un tale cedimento e il conseguente irrompere del disordine, della cattiva guerra e di quella inquietudine cui essa si accompagna, l'eresia, i prelati l'avvertirono, all'appressarsi dell'anno mille, nel sud della Gallia, nelle province pi lontane dai palazzi dove vivevano i sovrani. Essi si sentirono allora in obbligo di assumersi la responsabilit della pace, di far proprio ci che avrebbe dovuto rimanere missione regale. A tal fine organizzarono, con l'appoggio dei principi locali, una serie di concili. Prese cos inizio il movimento per la pace di Dio. Nelle assemblee che lo lanciarono si form a poco a poco quella rappresentazione globale della societ umana cui ho accennato, che suddivideva gli uomini in tre ordini, incaricati ciascuno separatamente delle tre funzioni fino ad allora svolte dalla regalit. Classificare separatamente religiosi, guerrieri, e lavoratori era rendere manifesta la realt dei rapporti sociali. Effettivamente, al termine di una evoluzione secolare che aveva modificato a un tempo la tecnica del combattimento, i rapporti politici e le relazioni tra uomo e uomo, il popolo dei lavoratori contadini si trovava in quel momento senz'altro sottoposto, nel quadro del feudo, allo sfruttamento dei padroni, mentre il mestiere del militare era ormai monopolio di un piccolo numero di cavalieri, i soli muniti di armi efficaci. Nel momento stesso in cui si veniva precisando il servizio d'armi dovuto al principe della regione, in ragione dell'omaggio e del feudo, da parte di quegli specialisti della guerra che i dialetti volgari chiamavano cavalieri, tale concezione dell'ordine sociale intendeva proteggere con una pace particolare, che non era pi quella insufficiente del re, ma quella di Dio, tutti i cristiani senz'armi, quindi vulnerabili, vale a dire i monaci, i chierici e la massa dei poveri. In compenso riservava ad alcuni ricchi la pratica della guerra. In tal modo la nuova ideologia stabiliva un limite fra la competenza delle armi, quindi del male, e il resto. Essa segnava con precisione i confini sociali, cercando di bloccare qui, con una barriera di interdetti, il traboccare delle violenze, chiamando su quanti avessero osato violare questi tab la vendetta del Dio onnipotente. In tal modo la cavalleria si trovava accantonata, contenuta, ma come isolata, respinta fuori legge, abbandonata ai fermenti della malvagit.
Presto per la Chiesa vide che era suo dovere non lasciare in preda alle forze sataniche quegli uomini violenti e saccheggiatori, pericolosi si, ma battezzati. Essa volle aiutarli a salvare l'anima, e tent di addomesticarli. Quelle armi, che essi soli avevano diritto di portare e parevano l'emblema della loro preminenza, dei preti si misero a benedirle, riprendendo a tale scopo le formule della consacrazione della spada regale. E ci per convincere i membri dell'ordine dei guerrieri a fare la guerra, come un tempo s'impegnavano a fare, i re, solamente per difendere i deboli, vendicare i crimini impuniti ed espandere il cristianesimo. Di tutti coloro che la nascita, la virt del sangue e la ricchezza collocavano tra i cavalieri, la Chiesa intendeva cos fare delle specie di re, in ogni caso gli ausiliari della nuova pace da essa predicata, la pace di Dio. I combattenti della guerra giusta, della guerra santa. Nel 1095 tutti li mobilitava per liberare il sepolcro del Cristo, togliendo i freni alla loro aggressivit, ma a patto che si riversasse al di fuori della comunit cristiana, nella lontana e salutare avventura della crociata. Gi molto prima, fin dal secondo decennio dell'undicesimo secolo, si erano instaurate delle consuetudini che, in un grande slancio di penitenza collettiva, alla vigilia del millennio della passione, imponevano ai cavalieri particolari astinenze, analoghe alle restrizioni alimentari e sessuali e ad esse legate. Applicando il concetto della guerra giusta distinguevano, nel comportamento del combattente rispetto agli altri guerrieri di vocazione, il lecito dall'illecito, il puro dall'impuro. Il bianco e il nero. In ogni diocesi i cavalieri furono invitati ad assemblee, in cui tutti s'impegnavano con giuramento a rispettare analoghe regole: per esempio, a non attaccare l'uomo d'armi che, durante la Quaresima, per il riscatto dei suoi peccati, avesse deciso d deporre temporaneamente l'armatura, e di collocarsi con tal gesto tra i poveri, vale a dire sotto la protezione della pace di Dio. Nel 1027 viene per la prima volta formulato il principio che nessuno deve attaccare il nemico tra l'ultima ora del sabato e la prima del lunedi. Pace della domenica che fu tosto estesa, per commemorare la passione del Cristo, al gioved, al venerd e al sabato di ogni settimana: la cosiddetta tregua di Dio. Delle infrazioni a tali patti erano giudici i vescovi: contro coloro che infrangevano la pace avrebbero lanciato l'anatema e la scomunica, bandendoli dalla comunit cristiana, invocando su di loro la collera del cielo, destinandoli, se non si emendavano, a raggiungere nell'inferno i peggiori demoni. Questione di fede, la nuova morale della guerra rientrava naturalmente nel campo della giurisdizione episcopale.
Ben presto si vide che dipendeva da quella del Papa, poich la Chiesa, riformandosi nel corso dell'undicesimo secolo, si raccolse sempre pi sotto l'autorit del vescovo di Roma. Questi si eresse quindi a supremo ordinatore della pace. Nel 1059 un sinodo romano estendeva a tutta la cristianit la tregua domini. A Clermont, nel 1095, al centro di tutto un sistema di prescrizioni penitenziali che volevano rinforzare le astinenze, le regole della tregua furono affermate solennemente dal papa Urbano secondo, nel discorso stesso che scatenava la guerra santa, decretando crociata e pace di Dio complementari tra loro. Al concilio di Reims Callisto secondo formula nel 1119 una dottrina della pace che deve reggere l'intera Chiesa, poich  quella del papa. Ecco la dichiarazione, quale  stata ricostruita dal cronista Orderico Vitale: Cristo  venuto per la pace; impieghiamo di conseguenza tutti i nostri sforzi per procurare la pace e la salvezza dei suoi membri (vale a dire dei popoli cristiani riscattati col suo sangue), poich noi siamo i ministri e dispensatori dell'ordine di Dio; le sedizioni della gente che fa la guerra provocano turbamenti e disgregazioni dei popoli... impediscono di contemplare le cose spirituali... svuotano le chiese... turbano il clero... distruggono la regolare disciplina... espongono in maniera deplorevole il pudore e la castit al furore del male; la pace  il bene generale di ogni creatura dotata di ragione, di ogni creatura in cui la parte dello spirito ha qualche importanza; essa regna incontestata nell'universo celeste, nella parte non corrotta della creazione; uniti indissolubilmente per mezzo suo, gli abitatori del cielo vivono nella gioia mentre i mortali costantemente trascurano di unirsi con un simile vincolo. Perch il mondo visibile non sia troppo diverso da quello invisibile, il papa prescrive la stretta osservanza della tregua di Dio. Minaccia l'anatema a tutti coloro che rifiutano l'invito a mettere un termine, secondo la legge divina, al tumulto delle guerre, e a rallegrarsi nella sicurezza del riposo con i popoli loro sottomessi.
In nome di una tale morale, ponendosi al di sopra di tutti i principi della terra, i papi pretenderanno ormai, ratione peccati, di rettificare ogni decisione politica che rischiasse di far deviare la guerra verso l'ingiustizia. Essi colpiranno, se necessario, i capi del popolo con sanzioni spirituali. Per tutto il corso del dodicesimo secolo, nel Concilio laterano del 1123, a Clairmont e a Reims nel 1130-31, di nuovo nel Concilio laterano del 1139, a Reims nel 1148, a Tours nel 1163, una terza volta nel laterano del 1179, assemblee riunite sotto l'autorit pontificia hanno ripreso, esteso, precisato le consegne della pace. Ancora nel 1212 Innocenzo terzo organizza, nell'ottava della Pentecoste, processioni per la pace e per la crociata. Ristabilire la concordia all'interno, proiettare verso l'esterno lo sforzo militare di tutti i cavalieri di Cristo: tale  la missione dei legati della Santa Sede. Dopo l'avvento di Filippo Augusto li vediamo, sempre pi insistenti, eseguire tra le potenze belligeranti una specie di balletto ininterrotto, andando e venendo da un campo all'altro, esortando, mercanteggiando, minacciando. Al tempo di Bouvines, della questione della pace e della fede, la Chiesa romana, monarchica, totalitaria, la Chiesa d'Innocenzo terzo, intende pi che mai fare cosa propria.
 
Nondimeno lo slancio evolutivo che, da pi di due secoli, anima tutto l'Occidente, ha eretto ostacoli concreti all'ideologia della pace ecclesiastica, prima di tutto perch ha determinato il progressivo rinforzarsi delle grandi formazioni politiche. Il movimento pacifico, di cui i prelati erano stati gli iniziatori, si era in realt sviluppato sulle manchevolezze del potere dei principi. Ma questi non si erano mai lasciati privare delle loro prerogative. Mai venne meno l'idea che l'ordinamento della pace e della guerra apparteneva loro per delega divina. E appena ne furono in grado si sforzarono di agire di conseguenza.
Nel 1214 non vi erano punto riusciti nel Mezzogiorno del reame di Francia. Un Mezzogiorno che comincia assai vicino a Parigi, poich vi si penetra al di l di Tours, di Orlans, di Chalon-sur-Sane. Questa immensa regione in cui erano nate le idee di una pace e di una tregua di Dio, che conobbe i primi sviluppi della cosiddetta riforma gregoriana, che i papi avevano percorso di persona e dove la loro influenza era maggiore che in qualunque altro luogo, che aveva il suo modo particolare di stabilire il confine e di fissare i rapporti tra il sacro e il profano - il che spiega come essa sia stata la culla dell'amore cortese e si sia mostrata cos accogliente verso il catarismo - continuava a essere a met del secolo dodicesimo, secondo Pietro il Venerabile, abate di Cluny, senza re, senza duca e senza principe. Lo  ancora al tempo di Bouvines. Intendiamo dire che i signori dei principati - qui troppo vasti e meno ben raggruppati che nel Nord - cozzano contro la potenza di mille castelli indipendenti e di citt irte di torri e faticano a trovare un appoggio nella rete di vincoli che collegano omaggi e concessioni di feudi, quei vincoli tra uomo e uomo che in tali contrade gli storici non hanno ancora ben studiato, ma che vi appaiono molto pi allentati. Queste terre sono in realt suddivise tra vaste zone allodiali, feudi senza servit e mantenuti indivisi da una moltitudine di cofeudatari, tra i quali gli obblighi di aiuto e di consiglio si disperdono e si dissolvono. In ogni caso agli occhi dei cavalieri dell'Ile-de-France, che sognano di impadronirsene, queste terre appaiono piene di uomini senza fede, di banderuole su cui nessuno pu contare, perch dimenticano il giuramento e a ogni pi sospinto abbandonano il loro signore per un altro: Guglielmo, il maresciallo d'Inghilterra, eroe della guerra cavalleresca, celebrato da una canzone scritta poco dopo Bouvines, domandava un giorno a Filippo Augusto, a proposito della gente del Poitou, i cui capovolgimenti favorivano gli intrighi capetingi contro il Plantageneto, perch mai i traditori, che in Francia venivano in passato bruciati, fatti a pezzi e trascinati da quattro cavalli, erano ora signori e padroni; il re gli rispose: Si tratta di mercanteggiamenti (cio di affari di mercanti, quindi cosa spregevole). Fanno la fine della carta igienica: dopo si gettano via. In realt i cavalieri del Mezzogiorno hanno un altro senso dell'onore, che i Francesi del Nord non capiscono, ma proprio questo rende molto pi debole la struttura dei poteri dei principi, lascia libero corso al disordine, impedisce ai duchi e ai conti di erigersi, come avrebbero dovuto, a conservatori della pace. Non  la loro pace che fiorisce in queste province: come al principio dell'undicesimo secolo,  quella dei concili, delle assemblee dove i cavalieri di ciascun paese vanno periodicamente a giurare insieme. La pace dei vescovi e del papa.
In ogni diocesi, la giustizia della cristianit, il diritto di punire coloro che, violando il giuramento, si abbandonano a rapine e a brutalit, spetta unicamente ai prelati: per questi, il principe  un semplice adjutor, di cui richiedono l'intervento quando bisogna eseguire le sentenze o costringere gli accusati a comparire. Dopo gli anni sessanta del dodicesimo secolo, dopo che nei paesi meridionali  diventato rischioso avventurarsi per le strade e il pericolo ha svuotato le aree delle fiere e inaridito i commerci, quando le bande armate hanno incominciato a moltiplicarsi e a prosperare, e i fermenti eretici a schiumeggiare da ogni parte, i vescovi, e non i principi sospettati giustamente di connivenza con i fautori di disordini, furono incaricati dai concili pontifici di organizzare la guerra santa contro quanti trasgredivano gli interdetti e lottavano contro Dio nel campo del male. I prelati distribuirono le indulgenze e le stesse protezioni che davano ai pellegrini di Terra Santa a tutti coloro che, nell'ardore della fede, in un giusto lavoro, partivano per far guerra a coloro le cui armi erano insozzate, e colpirono con la scomunica i giovani validi che esitavano a seguirli. Nella Francia del Sud, eretica e papale, da allora in poi i vescovi presero a riunire intorno a s come combattenti (come gi dal 1038 aveva tentato di fare l'arcivescovo di Bourges) non soltanto i cavalieri, ma tutti quanti. In ciascuna parrocchia ogni uomo di pi di quindici anni dovette giurare di prestare man forte agli artefici della pace. Cos anche la gente del terzo ordine, i lavoratori, che secondo le primitive concezioni della pace di Dio venivano considerati disarmati per sempre, ecco che venivano chiamati essi pure a fare la guerra sotto la bandiera dei santi; e se erano invalidi, a versare la loro quota alla colletta annuale per la pace comune. Una pace episcopale, diocesana, ma sempre pi popolare. E i quadri cos costituiti furono presto visti agitarsi: agitazione che veniva dal mondo degli artigiani e dei rivenditori.
E l'agitazione scoppi bruscamente e in modo inquietante nel Puy l'inverno del 1182. Un carpentiere, lavoratore manuale, analfabeta, brutto, imbecille, per di pi ammogliato e padre di famiglia, ha visto apparire la Vergine: ha ricevuto da lei un segno e l'ordine di predicare la pace. E subito una setta si  formata intorno a lui ed  cresciuta in pochi mesi. Ebbe presto la sua cassa - poich gli aderenti non erano miserabili, ma fabbricanti e commercianti, ostacolati nei loro affari dai disordini della guerra cavalleresca, erano per gente risparmiatrice: a casa loro tenevano in serbo monete, potevano pagarsi il diritto di appartenere alla confraternita, acquistarne le insegne, versare la loro quota. Venivano riconosciuti dal modo di vestire, che era simbolo di volontaria purificazione: portavano un cappuccio di lana bianca. Erano in realt penitenti, che si vietavano di giocare ai dadi, di giurare invano, rinunciavano ad ogni vendetta tra di loro e si promettevano reciproco aiuto. Adepti della carit e della purezza, ma in armi: si impegnavano ad occorrere tutti insieme per rispondere all'appello della Vergine, contro i fautori della guerra. Al vescovo, a lungo reticente, in primavera forzarono la mano, ed egli dovette benedire il movimento: tent di associarvi i principi e i cavalieri, poi li mand a lottare contro i briganti e, trionfanti, gli Incappucciati riportarono una sera al Puy la testa di un capo banda. Ma presto, per una rapida, inevitabile deviazione, la setta cominci a contestare l'ordine sociale. Nel suo interno, tra gli atteggiamenti di penitenza ch'essa imponeva ai suoi membri, e sotto un abito che era uguale per tutti e nascondeva le differenze di condizione, venivano a essere abolite tutte le distinzioni terrene: non sono forse i figli di Dio tutti liberi e uguali fra loro, come lo erano nei primi giorni del mondo, come lo saranno nella gloria della Parusia? Perch pagare le tasse ai signori? Esse sono il prezzo di una protezione che gli uomini di guerra, ben lo si vede, non sono pi in grado di assicurare. E poich il popolo  ormai armato e pu difendersi da s, perch dovrebbe continuare a mantenere con i benefici feudali l'ordine dei cavalieri che non adempie pi la sua funzione? Ricordando che stava avvicinandosi la fine dei tempi e che bisognava prepararvisi, il movimento degli Incappucciati prese l'offensiva contro i privilegi ingiustificati: quelli degli uomini di guerra e di Chiesa. E presto la setta mostr a coloro che minacciava il suo vero volto: sovversivo e schernitore. Per tutti i canonici, quei signori, l'associazione per la pace divent una genia diabolica, le cui bianche cappe mal nascondevano la nera perfidia. E contro di essa i preti chiamarono questa volta in soccorso i cavalieri, questi altri signori che tutti, buoni o cattivi, subito li intesero, dimenticando qualsiasi discordia, e pi non pensarono che a puntellare l'edificio sociale ora vacillante sulle sue basi. I vescovi iniziarono senza indugio un'azione militare contro i falsi confratelli della pace, ormai pervertiti. E partirono, la spada in pugno, per sterminare questa pestilenza putrefatta di eretici miasmi. Ma nel 1214 nessuno  sicuro che non risorga tra poco. Nel Mezzogiorno della Francia il reame rimane in tal modo diviso contro se stesso: la pace non riuscrebbe ad avere una salda base solo sull'intesa dei prelati e dei poveri: lasciar che questi si armino senza esser vigorosamente organizzati dagli specialisti della guerra porterebbe presto a infrangere i trifunzionali ordinamenti assegnati dal Creatore alla societ umana. All'opera di pace  necessario il concorso dei principi. E questo manca ancora, in queste regioni, mentre il Nord ignora tali contraddizioni. Quando, nelle campagne del 1212, si sono sollevate e riunite bande di fanciulli - vale a dire gente del popolo che viveva fuori della famiglia, pastori, famelici cadetti in cerca di avventure - brandirono anch'esse messaggi venuti dal cielo, andarono a mostrarli a Filippo Augusto, che consult i maestri delle scuole parigine. Tuttavia queste orde di poveri sognavano soltanto di liberare il sepolcro di Cristo, certo non di dar la caccia agli spadaccini, n - anche se passando saccheggiavano i granai soggetti alla decima - di abolire i diritti feudali per instaurare la pace interiore. Infatti una specie di ordine regnava in queste province dove, da lunga data, i principi avevano ripreso nelle loro mani, conformemente alle intenzioni divine, le istituzioni della pace.
 
Forgiate nel Sud del reame, queste istituzioni erano penetrate nella Francia del Nord non appena - negli anni venti del secolo undicesimo - si era visto che in quelle regioni persino il re non aveva pi il potere di mantenere l'ordine. Ma esse si erano allora incorporate nelle strutture dei pochi principati regionali, i cui signori avevano ancora forza, e in primo luogo quelli dalle strutture pi salde, le Fiandre e la Normandia. Esse furono accolte nelle Fiandre nel 1042-43, con il concilio di Throuanne. A dir vero, parzialmente: nessuna allusione alla pace di Dio, ai tab che intendono mettere al riparo dalle violenze i luoghi santi, la persona dei chierici, dei monaci e dei poveri: solamente si proclama la tregua, e qui spetta al conte, associato al vescovo, di farla rispettare. Il principe mantiene le sue prerogative: nei giorni in cui ci si astiene dalla guerra conserva, ma lui solo, il diritto di organizzare spedizioni per il bene comune, avendo cura che i guerrieri che lo accompagnano non abusino delle requisizioni. Non  neppure il vescovo che giudica i delitti di fradio pacis, ma la corte comitale, davanti alla quale gli accusati vengono a giustificarsi sotto giuramento, con dodici dei loro pari, o con l'ordalia del ferro rovente. La potenza dei principi si afferma dunque come fonte di ogni pace. Accade la stessa cosa in Normandia. Ivi, sul modello delle prescrizioni di Throuanne, furono adottati i regolamenti della pace appena il duca Guglielmo, futuro conquistatore dell'Inghilterra, divenne sicuro del suo potere e volle consolidarlo appoggiandosi alle pi alte autorit della Chiesa: da lui  partita l'iniziativa. E anche qui fu imposta soltanto la tregua, sospensione temporanea delle vendette private: durante i giorni sacri qualsiasi guerra fu dichiarata illecita, salvo quelle guidate dal duca in persona o dal re di Francia, e nessun potere repressivo si sostitu a quello del principe. Alla fine dell'undicesimo secolo, quando l'erede del Conquistatore si lasci sfuggire di mano il potere e si scatenarono le violenze nelle campagne normanne, i vescovi del paese si radunarono a Rouen e tentarono di instaurare un regime analogo a quello delle province meridionali: speciale protezione delle chiese e dei poveri, patto, giuramento prestato da tutti gli uomini dai dodici anni in su, supplica, milizia arruolata dai prelati. Ma, dice Orderico Vitale, siccome i vescovi non furono assecondati dalla superiore giustizia, queste disposizioni servirono a poco. Tutto quello che avevano stabilito divenne pressoch inutile. In realt, sotto il nuovo duca Enrico Beauclerc, la pace fu di nuovo quella del principe.
Quanto al re, tard a lungo prima di affermarsi come supremo custode dell'ordine, perch teneva il suo principato con mano molto meno salda. Nel dominio regio i signori dei castelli, alle porte dei palazzi capetingi, si erigevano a potenze autonome. Il primo compito del sovrano fu quello di tenere a bada i concorrenti, il che non fu facile. All'inizio del dodicesimo secolo Luigi sesto, nonno di Filippo Augusto, sempre a cavallo si esauriva in tale compito, seguito da una piccola banda di amici fedeli, compagni d'infanzia, con la torcia in mano contro gli steccati delle irrisorie fortezze, in meschini parapiglia che si rinnovavano ogni estate. Mancavano i mezzi. Alla guerriglia da lui condotta, forte solo delle proprie virt e dell'elezione divina, si opponeva allora quella del re d'Inghilterra Guglielmo il Rosso, il quale, grazie al suo tesoro (il paese d'oltre Manica rigurgitava gi di denaro), poteva reclutare mercenari. Presso il Capetingio stava per un mentore, uomo di vedute molto pi ampie e che aveva, per cos dire, una coscienza astratta dei principi: l'abate di Saint-Denis. Lo assillavano i ricordi carolingi, l'idea della grandezza e dell'unit del reame. Lo guidava soprattutto il pensiero dello pseudo Dionigi l'Areopagita che egli scambiava per il Dionigi della cripta, una teologia della luce che si diffondeva di grado in grado dall'unica fonte dell'amore divino, la mistica concezione di una gerarchia delle potenze. Suger fece sua questa visione del cosmo, present il re consacrato come sola ipostasi di Dio, come superiore a tutti i principi del regno, e questi al di sopra dei cavalieri; ai pi umili tra questi ultimi il re veniva a essere vincolato dagli anelli di una catena feudale, una serie di mutui servizi distribuiti con criterio gerarchico. E mentre il re Luigi si affaticava in cavalcate apparentemente inutili, Suger proclamava:  dovere dei re reprimere con la loro mano possente e mediante l'originario diritto della loro missione, l'audacia dei tiranni che dilaniano lo stato con guerre senza fine, si divertono a saccheggiare, opprimono i poveri, distruggono le chiese. Quando i capi delle bande locali, che dovrebbero dimostrarsi fedeli ausiliari del luogotenente di Dio nella sua azione di pace, si lasciano dominare dalla cupidigia e dallo spirito di rapina, spetta al re appoggiarsi direttamente, per riportare i traviati nella retta via, alla Chiesa e ai poveri dei quali  il protettore accreditato.  questo il pensiero dominante, la molla di tutti gli slanci di fede nella regalit che a Bouvines si diffondono intorno alla persona del re di Francia. Quando racconta la vita di Luigi VI Suger mette in piena luce un curato di villaggio che, per sostenere i cavalieri della casata regale nell'attacco del castello di Puiset, trascinava seco contro un malvagio signore una truppa di contadini, suoi parrocchiani. Significava mettere il dito sulla innovazione pi importante: nel principato retto dal Capetingio si organizzarono in quell'epoca i comuni, che sono in realt associazioni di pace. Milizie parrocchiali formate da gente del popolo, tutte simili a quella che aveva costituito l'arcivescovo di Bourges nel 1038, e anche a quelle che pi tardi si sarebbero formate nelle diocesi del Mezzogiorno. Per, con una fondamentale differenza: qui gli uomini dei comuni non seguivano il loro vescovo, ma il sovrano. E la loro mobilitazione non era un elemento di disordine. Il re aveva ricevuto da Dio l'incarico di guidare il suo popolo e perci poteva armare i poveri e lanciarli nella guerra giusta senza turbare l'ordinamento del mondo: il re era sacro. Orderico Vitale descrive la comparsa di questi comuni e, abituato alle cose della Normandia, ne  stupefatto. Luigi VI, dice, non aveva forze sufficienti per reprimere la tirannia dei briganti e dei faziosi; egli si rivolse quindi ai vescovi, e questi fondarono in Francia la comunit popolare, si che i preti avrebbero accompagnato il re negli assedi e nei combattimenti, con gli stendardi e i parrocchiani. Amaury di Montfort avrebbe persino incoraggiato Luigi VI, suo signore: Che i vescovi, i conti e gli altri baroni del tuo dominio si riuniscano intorno a te; che i preti e i parrocchiani ti seguano dove tu comanderai, perch un'armata di gente del popolo eserciti una comune vendetta contro i pubblici nemici. E i vescovi obbedirono con sollecitudine, colpendo con l'anatema preti e parrocchiani della loro diocesi, se non si affrettavano nei tempi prescritti a seguire il re nelle sue spedizioni. Il re di Francia  il re del Giudizio Universale, di tutto il genere umano insieme riunito. In comunicazione diretta con il cielo, non soltanto pu combattere durante la tregua perch  il braccio di Dio, ma gli  pure permesso di reclutare per la sua guerra, che  quella del bene, uomini che non hanno la vocazione di combattere, e di schierarli sotto il sacro stendardo da lui innalzato. Non a caso l'orifiamma, a Bouvines,  custodita da appartenenti ai comuni:  la legittimazione della loro presenza, la garanzia della loro efficienza.
In ogni caso fu proprio la pace episcopale che il Capetingio, meno fiacco dei suoi avi, cominci, appena ne fu in grado, a ristabilire. Tutte le sue campagne furono all'inizio approvate dai concili. Un legato del papa presiedeva nel 1115 quello di Soissons, che scagli fulmini contro i violatori della pace divina e invit solennemente il re ad agire contro uno di essi, Tommaso di Marles, garantendo a tutti i suoi compagni le particolari immunit promesse ai cavalieri del Cristo quando s'impegnavano in un combattimento sacro. Al ritorno da questa spedizione benedetta il conte di Nevers, che aveva aiutato il re, fu catturato da Tebaldo di Blois. Immediatamente Luigi VI ricorse alla giustizia episcopale e fin col dar querela al concilio di Reims del 1119, davanti al papa stesso, che gli diede ragione. Tale fu il quadro, sacro, in cui si inserirono da quel momento tutte le azioni militari dei re di Francia. Data da quest'epoca la particolare attenzione prestata allo stendardo di Saint-Denis e senza dubbio anche l'uso del grido di guerra: Montjoie-Saint-Denis (evocante a un tempo la speciale protezione del primo martire parigino e il patrocinio pontificio, poich Montjoie  l'ultima tappa del viaggio verso Roma, quella dove il pellegrino scopre finalmente la Citt). In nome di Dio il Capetingio ha l'incarico della tuitio: fu proprio a Reims che Luigi VI nel 1119 prese l'abbazia di Cluny, cos strettamente legata a Roma, in sua difesa, custodia e tutela. E nel 1124, aizzando tutti i grandi feudatari, egli marci pro defensione patriae contro l'imperatore Enrico quinto che voleva invadere il regno. Anche l'ultio spetta a lui: nel 1127, sentita l'opinione di un concilio, Luigi VI condusse l'esercito nelle Fiandre per vendicare la morte del conte Carlo il Buono e annientare i suoi assassini, sacrilegi e parricidi: la pi nobile azione del regno, scrive Suger, che lasci i paesi fiamminghi purificati e per cos dire ribattezzati dai castighi e dall'abbondante spargimento di sangue. Lo storico Arieh Grabois, che si basa su una lettera del vescovo Ivo di Chartres, suppone che lo stesso re Luigi abbia tentato prima del 1114 - seguendo forse l'esempio del conte Roberto di Fiandra che nel 1111 confermava la pace di Throuanne - di fissare un regolamento di pace per l'intero regno di Francia. Era il tentativo di applicare l'idea che dal re emanava una giustizia superiore a quella dei principi, in quanto proveniva direttamente da una delega divina. Fu comunque proprio in questi anni che cominci a formarsi il concetto della corona, astratta nozione di un fascio di imprescrittibili diritti derivanti dalla dignit regia, ma indipendenti dalla persona del sovrano, e connessi a un simbolico oggetto: l'emblema che si trasmetteva di padre in figlio e di cui erano custodi i monaci di Saint-Denis. Tra queste prerogative c' quella di esercitare su tutti i castelli, che sono l'immagine della pubblica pace, un sovrano potere: nel documento in cui prometteva di proteggere il monastero di Cluny - situato lontano dalle sue propriet, ma dentro i confini del regno - Luigi sesto si era riservato di tenere in mano alla corona di Francia fortezze, castelli, bastioni, al fine di provvedere pubblicamente alle necessit e alla difesa della corona di Francia.
 
Occorre situare verso la met del dodicesimo secolo una svolta decisiva nell'assidua azione dei re per riprendere in mano la guida della pace e della guerra, una sessantina d'anni prima di Bouvines, un po' prima della nascita di Filippo Augusto, sotto il regno di Luigi settimo. Di tale tendenza non fu responsabile il sovrano - anche se l'infelice sposo di Eleonora d'Aquitania non meriti certo il discredito di cui  tradizionalmente oggetto da parte degli storici della Francia. Esso avviene in un momento particolarmente favorevole, in cui si vede la prosperit del paese del re scaturire da tutte le parti, quando si aprono l'uno dopo l'altro i grandi cantieri delle cattedrali, quando risplendono le scuole di Parigi, quando si sviluppano i traffici d'ogni genere e si espandono i vigneti dell'Ile-de-France. Prosperit di cui il Capetingio, padrone dei pedaggi, beneficiario di cospicui prelevamenti sui raccolti, approfitt pi di chiunque altro e che gli consent di andare molto pi avanti. Gli permise, in primo luogo, di punire, fuori dal suo dominio dove i padroni dei castelli erano stati a poco a poco assoggettati e servivano ora il re nelle mansioni del palazzo, la fellonia dei maggiori feudatari, fosse egli un conte della Champagne o un conte dell'Angi. E gli consent anche di svolgere interamente la sua funzione liturgica, di impegnarsi in lontanissimi pellegrinaggi, come aveva fatto il suo avo Roberto il Pio, ma questa volta con tutt'altro spirito. Non gi come personale preparazione alla prossima morte, come ultima penitenza purificatrice, ma, come dir Joinville a proposito di san Luigi, gettando il proprio corpo allo sbaraglio per la salvezza di tutto il suo popolo. Come era suo dovere. A tal fine, varcando le frontiere del regno in qualit di pellegrino del Cristo, Luigi settimo visit la Chartreuse, San Giacomo di Compostella, e si spinse fino a Gerusalemme. Queste lunghissime marce avevano il vantaggio di mostrare la persona del monarca a dei signori i cui padri, a memoria d'uomo, non avevano mai visto n toccato un re di Francia, non avevano mai scambiato con lui una parola, n con lui mangiato o bevuto. E soprattutto davano alla scorta regia, finch durava il pellegrinaggio, tutti i privilegi garantiti dalla Chiesa romana a coloro che intraprendevano il santo viaggio. Cos, nei due anni in cui dur la crociata, l'intero regno venne posto sotto la protezione della Chiesa, cio nella pace di Dio. E fu senza dubbio per tale motivo che Luigi settimo, al ritorno, si sent in grado di riunire a Soissons nel giugno 1155 gli arcivescovi di Reims e di Sens con i loro sostenitori: il duca di Borgogna, i conti di Champagne e di Fiandra, vale a dire tutti coloro che contavano allora in quella parte del regno di Francia che pi tardi sarebbe stata presente a Bouvines. L, su richiesta degli ecclesiastici, per consiglio dei baroni... per frenare l'impeto dei malvagi e contenere la violenza dei saccheggiatori, egli istitu la pace per tutto il regno. Una pace di dieci anni, che prometteva piena sicurezza alle chiese, ai contadini e ai mercanti, e anche, a qualunque persona, purch pronta a comparire davanti a colui che doveva renderle giustizia. Questa pace si basava su di un giuramento collettivo. Di tale intesa il sovrano voleva tuttavia essere il primo difensore: In pieno concilio e davanti a tutti, parola di re, noi abbiamo detto che manterremo inviolabilmente questa pace e che faremo giustizia, secondo il nostro potere, di tutti i violatori di tale ordine. L'innovazione ha proprio luogo qui. L'aspetto esteriore non  cambiato:  veramente quello della pace di Dio. Ma il re si assume la responsabilit di tutto il sistema delle istituzioni di pace per integrarlo con l'ordo del regno.
A partire da quel momento nella Francia del Nord - nella Francia di Bouvines - l'esercizio delle armi prese un altro andamento. Localmente, l'agitazione era ben lungi dall'essere placata. In ogni fortezza si trovavano sempre in agguato, pronti a vendette o a saccheggi, gruppi di cavalieri, non numerosi ma scalpitanti. Ma il loro capo, al quale sempre pi sfuggivano i grossi profitti, non poteva ormai fornir loro se non cavalli tubercolotici e armi arrugginite. Compariva il re con un'armata tutta lucente delle pi moderne armature? Subito tutti s'inchinavano davanti alla maest capetingia, benedetta dai signori della Chiesa. E ci avvenne nel Sud della Borgogna, allorquando Luigi settimo, per ben due volte, nel 1166 e nel 1171, e poi Filippo nel 1180, l'anno del suo avvento al trono, vi condussero nel nome di Dio l'esercito regio. Con quale scopo? Lo scopo di difendere e vendicare i poveri. Sono venuti, dice il preambolo dei loro decreti, perch la terra di Borgogna nell'assenza dei re  stata a lungo senza la disciplina e il freno di una giusta direzione: coloro che in questo paese avevano qualche potere potevano combattersi reciprocamente, opprimere i deboli, devastare i beni della Chiesa. A causa di tanta malvagit, mossi dallo zelo di Dio, siamo dunque entrati in Borgogna con l'esercito per compiere le vendette, ristabilire la pace e riformare il paese. Non un'ombra di resistenza. Parole, si, e molte. Ognuno viene a esporre le proprie lagnanze davanti al re e ai suoi baroni. Giustizia viene resa, ma non con la spada, bens col placito. Ed ecco i chierici glorificare il luogotenente della potenza divina, il cui solo arrivo torna a vivificare in tutta la contrada i fermenti della fertilit: nella chiesetta di Avenas nel Mconnais, le sculture dell'altare mostrano Luigi settimo dopo la spedizione, che tiene il santuario nella sua mano protettrice, santuario di cui  quasi il nuovo fondatore, mentre appare, sull'altra faccia, la figura di colui del quale il sovrano  il rappresentante visibile, il Cristo che troneggia in gloria, circondato dagli apostoli, al centro dell'ordine cosmico. Ormai la vecchia ideologia della pace, e tutto il sistema di istituzioni che la sostengono, non sono pi che armi nelle mani dei re, che se ne valgono in tutta coscienza per i fini di quanto si  ora in diritto di definire la loro politica.
Una politica che acquista sempre pi ampiezza: gi i torbidi della Borgogna che i Capetingi andarono a placare appaiono come l'effervescenza, localizzata sulla frontiera del regno, di un conflitto molto pi vasto, quello che allora opponeva al papa l'imperatore Federico Barbarossa. Due date congiunte, quella del Concilio laterano terzo e quella della consacrazione di Filippo Augusto, aprono il periodo in cui l'orizzonte veramente si schiar, in cui si vide lo svolgimento della grande partita tra i re di Germania, d'Inghilterra e di Francia: partita serrata, in cui il papa non era pi che un avversario tra gli altri, e che preparava Bouvines. Vi rappresentavano la loro parte gli agenti della pace pontificia, i legati pi presenti che mai. Ma si meritavano frequenti rimbrotti e ritornavano spesso mogi mogi, come accadde al cardinale Pietro che tent nell'inverno 1198-99 di combinare la pace tra Riccardo Cuor di Leone e il re Filippo. La Canzone di Guglielmo il Maresciallo presenta la vicenda dal punto di vista inglese:
 
 Della Francia il re con accortezza
 la volpe superava in scaltrezza.
 Presto chiam a s un suo maestro

[Un chierico formato alle scuole]
 
 e a lui diede (e fu come una somma)
 la reliquia che occorreva in Roma
 per soddisfare tutta la bisogna.
 Perch sempre conviene che si ungano
 alla corte di Roma le mani.
 Le reliquie di san Rufino
 
[Classico bisticcio di parole: Rufino  l'oro rosso e Albino l'argento bianco]
 
 molto vi valgono, e d'Albino,
 che sono i buoni martiri di Roma.
 Altrimenti non vale un bel niente
 ci che dicono leggi e legisti...
 
Conquistato, il papa invia il suo cardinale ad arringare il re Riccardo:
 
  tanto gran peccato e s gran male
 che sia tra di voi cos gran guerra.
 Perduta ne sar la Santa Terra.
 Se lunga tregua tra di voi ci fosse
 carit d'elemosina sarebbe...
 E pi non ci sarebbe alcuna perdita.
 Tenga ciascuno quel che gi possiede
 
Riccardo d'Inghilterra vede rosso: il papa non ha fatto alcun gesto per affrettarne la liberazione allorch, ritornando dalla crociata e protetto dalle salvaguardie ecclesiastiche, fu catturato nell'impero, e ora proprio lui, mellifluo, viene a parlargli di pace perch il re Filippo  in una brutta situazione. Il legato Pietro  cacciato via, ma se la cava a buon mercato: non gi perch  cardinale della Chiesa romana lo si lascia ripartire sano e salvo, senza tagliargli i genitali, ma perch  messaggero, e perch come tale lo proteggono le regole d'onore di una profana etica della guerra. Ben lo si vede: Roma  considerata per ci che  divenuta: una potenza politica. La si utilizza quando  necessario, quando costituisce un apprezzabile apporto a qualche intrigo. Se no, nessuno esita a contrastarla, le vien negato ogni diritto di immischiarsi nelle faccende dei re. Un po' pi tardi, al papa Innocenzo terzo che gli rimproverava ratione peccati, di diseredare Giovanni Senzaterra, Filippo di Francia replicava invocando il diritto feudale, che pienamente giustificava il suo intervento e non riguardava per niente la Chiesa. Non si pensi che negli anni precedenti Bouvines il consolidarsi della sovranit abbia in qualche modo desacralizzato il negotium pacis, la questione della pace. La verit  che nell'Europa nordoccidentale, di fronte alle pretese di quell'altro sovrano che  il vescovo di Roma, i re, questi personaggi sacri circondati e sostenuti dai loro compari in fatto di sacralit, cio dai vescovi, affermano a gran voce che la pace dipende dalla funzione loro propria: quella loro affidata dalla potenza di Dio. Rivendicano l'intera condotta dell'azione militare, di cui una corona  ormai la posta finale e l'estrema giustificazione. Tale pretesa, tale comportamento sono il risultato di una evoluzione che  durata un intero secolo. I suoi momenti importanti corrispondono a quelli di un'altra storia che si svolge, questa, quotidianamente, terra a terra, al di sotto delle teorie e dei principi, a livello della produzione e degli scambi, di cui sono teatro le radure da dissodare e le piazze dei mercati. Storia profonda, determinante: la storia del denaro.

 


La guerra.

Nel 1214 era gi molto tempo che il denaro aveva invaso tutti i meccanismi della guerra. L'anno stesso dell'assunzione al trono di Filippo Augusto - l'anno del Concilio laterano terzo - Richard Fitzneale, sovrintendente alle finanze del re d'Inghilterra, lo scriveva chiaramente nel suo Dialogus de Scaccario: Il denaro  necessario, non soltanto in tempo di guerra, ma anche in tempo di pace. In pace serve alla carit dei principi (prezioso indizio sul ruolo attribuito in quel tempo al denaro); in guerra viene speso per fortificare i castelli, per la paga dei soldati e in varie altre occasioni, a seconda della natura delle persone pagate per difendere il regno. Riflessione, questa, di un esperto di finanza, ma da cui avrebbero potuto trarre validi argomenti quanti esaltavano la tregua: questa fa tosto aumentare il flusso delle elemosine, onde la pioggia di grazie che si vedono cadere dal cielo. Trent'anni prima Pietro il Venerabile - il primo tra gli abati di Cluny costretto a dibattersi tra insuperabili preoccupazioni di bilancio - pensava a un dipresso la medesima cosa. Al proprio predecessore, Pons di Melgueil, che, dimissionario, aveva voluto a forza riprendere il proprio posto, rimproverava di avere dilapidato il tesoro della casa. In che modo? Assoldando e pagando mercenari, soldatacci che, per restaurare la sua autorit, erano penetrati nel monastero e, per colmo di malizia, insieme con le donne che li seguivano. Parlando di un conflitto per cui era in contrasto con il signore di un castello l accanto ho trovato, - dice l'abate Pietro, - tutti i vicini, cavalieri, castellani, i conti e persino il duca di Borgogna, che mi istigano a prender le armi, come se fossero tutti attratti dall'odore del denaro. Era proprio quell'odore, che si sprigionava dal meraviglioso tesoro del loro conte, che ancor prima, nel 1127, avevano fiutato tutti i cavalieri di Fiandra. Tale attrattiva, pi dell'amicizia o della fedelt di vassalli, li faceva accorrere a vendicare il conte Carlo assassinato.
Che cosa  dunque effettivamente la guerra se non - sempre - un mezzo, il migliore, di guadagnare monete, questi oggetti ancora cos rari tra gli ornamenti dei signorotti dei paesi, e che nondimeno si dimostrano sempre pi necessari? Nella zona anglonormanna, dove senza dubbio le monete d'argento circolavano allora pi abbondanti che in ogni altra regione della cristianit latina, l'uso del denaro a scopi militari  attestato sin dagli ultimi decenni dell'undicesimo secolo. Qui, il penitenziale stabilito in un concilio faceva distinzione, sin dal 1070, tra i cavalieri vassalli, che combattevano gratuitamente per il servizio del loro feudo, e i cavalieri mercenari. Roberto Courteheuse rifiutava di rimanere ancora a lungo mercenario di Guglielmo il Conquistatore, che pure era suo padre: Vorrei, - gli diceva, - possedere qualcosa di mio per pagare quelli che mi seguono. All'inizio del dodicesimo secolo tale servizio, in quelle regioni, era diventato del tutto normale. Tanto che Suger, come ho detto, si compiaceva di contrapporre alla figura del povero e puro Luigi sesto di Francia quella del re d'Inghilterra, Guglielmo il Rosso, meraviglioso mercante e assoldatore di guerrieri. Mercato, questo, che gi si approvvigionava nei Paesi Bassi. Dal conte di Fiandra Enrico primo Beauclerc subappaltatore acquistava nel 1103, con una garanzia annua di centoventimila denari, la fornitura di un migliaio di cavalieri. Ad abitudini di tal genere si deve in quel tempo l'importanza strategica dei tesori dei principi. Importanza decisiva: appena gli riusc di mettere le mani sul tesoro di Enrico primo, Stefano di Blois trionf, grazie alle bande fiamminghe che aveva potuto subito reclutare; ma al momento in cui tale riserva si esauri, eccolo cadere, dopo il 1139, alla merc dei suoi mercenari, che reclamavano invano la paga. Sin da quei tempi il denaro era il nerbo della guerra e la vittoria andava a quei principi che meglio degli altri sapevano prenderlo dove si nascondeva. Cos, nella prima met del secolo dodicesimo, in tutte le contrade che ostentavano il risveglio di una economia di scambi - risveglio d'altra parte stimolato vigorosamente dai primi progressi della fiscalit dei principi - i grandi signori incominciarono a porre rimedio, ricorrendo ai prezzolati, all'incerto servizio militare dei feudatari. Ma alcuni vassalli erano renitenti: furono allora autorizzati a riscattare se stessi mediante una somma di denaro; dal 1127, nella contea di Fiandra, i cavalieri potevano cos essere liberi versando annualmente duecentoquaranta denari. I proventi delle collette venivano suddivisi tra i feudatari che rispondevano all'appello e che, per tale gratifica supplementare, dovevano prestare al proprio signore un aiuto meno fugace e meno fiacco. La mancanza degli uni permetteva ai principi di mostrarsi pi generosi verso gli altri, e per conseguenza di essere meglio serviti. Poich la paga, agli inizi,  considerata una generosit del signore, un beneficio, un dono, analogo a tutti quelli che in una societ del genere, costituivano la pi solida struttura del potere. La paga  il compenso a un servizio simile a quello richiesto dalla concessione di un feudo, e garantisce una lealt che ha la stessa natura del vassallaggio. Per tale ragione l'uso del salario pot facilmente introdursi, e senza deformarla, nella morale cavalleresca. Era cosa normale che il signore fosse generoso: pi lo era, e pi lo si amava, nell'onore. Pertanto i cavalieri salariati vollero superare gli altri in fedelt. Furono visti nell'assedio di Shrewsbury resistere fino all'ultimo e rifiutare a lungo di accettare le clausole della resa. Alla stessa etica dell'opera ben compiuta, della paga ben guadagnata, si riferiva anche un altro capitano normanno: non dovevano esitare, gli uomini della sua compagnia, a battersi contro avversari troppo numerosi; rinunciando ad agire, perdevano giustamente non soltanto il compenso, ma anche la gloria e io giudico, - aggiungeva, - che d'ora innanzi non dovremo pi mangiare il pane del re. Versato regolarmente, agli inizi del tredicesimo secolo il denaro rende pi compatte, meno pronte a sbandarsi, tutte le piccole schiere riunite intorno a una bandiera: le trattiene, come allora si diceva. La maggior parte dei cavalieri di Bouvines, che sono tutti eroi, ha ricevuto denaro per trovarsi l, oppure attende di riceverne. Non  scandaloso prendere quel denaro. Lo scandalo scoppi il giorno in cui il denaro preso ai vassalli, cui ripugnava raggiungere l'esercito, non serv pi a compensare i cavalieri pi solleciti di loro, ma a reclutare guerrieri che non erano nobili e provenivano dalla feccia del popolo. Lo scandalo nacque dalla proliferazione degli avventurieri.
 
La presenza di costoro si avverte sin dalle soglie del dodicesimo secolo, allorch le monete d'argento cominciano a tintinnare nelle sale dei castelli e sotto le tende disposte per gli assedi. Orderico Vitale ha parlato di un famoso arciere che, al tempo di Roberto Courteheuse, quando la Normandia era tutta in subbuglio per i disordini, aveva radunato una banda di briganti e di ragazzi selvaggi. Con questa banda egli si metteva al servizio del signore di un castello: quando fu ucciso, questi, che lo amava assai, distribu elemosine per la sua anima; non meno l'amavano i contadini del paese da lui protetto e, guidati dal parroco del villaggio, andarono a combattere per vendicarne la morte. Di un professionista dello stesso tipo Galberto di Bruges ha raccontato le imprese durante i tumulti fiamminghi del 1127: era lui pure un arciere che terrorizzava gli avversari con la precisione del tiro. Gente siffatta  temuta, li si ammira tuttavia per il bel lavoro che sanno fare nel proprio mestiere, si apprezza l'aiuto che sono in grado di dare. Ma poich sono mercanti di morte, hanno trasgredito gli interdetti, rotto le barriere sociali mescolandosi ai guerrieri senza essere, per la loro condizione, destinati a portare le armi; poich questi soldati di ventura sono di bassa estrazione e, a differenza degli uomini dei comuni, non combattono al servizio della pace, vengono gi considerati preda dello spirito del male. Appena catturati sono uccisi. Tutti quelli ricordati dalle cronache finiscono in questo modo: sono visti come germi di corruzione che bisogna distruggere al pi presto. A dire il vero, i malvagi per lungo tempo rimasero dei casi rari: non li si vedeva comparire se non nel colmo dei torbidi. Tutto cambi a met del secolo dodicesimo, nel preciso momento in cui il re Luigi settimo tent di instaurare la pace nel regno. La terrificante novit fu l'improvvisa irruzione di questi mercenari in fitti stormi. Da allora pullularono ovunque questi vagabondi e indisciplinati che secondo Orderico, accorrevano come nibbi da paesi lontani, pensando solo a saccheggiare. A tale precisa data, l'abbiamo gi notato, la guerra diventa diversa.
Il termine che appare per primo - fin dal 1127, in Fiandra, secondo il racconto di Galberto di Bruges - e che rimane il pi comunemente usato per designare questi cottimisti delle battaglie,  la parola cottereau. Forse li chiamavano cos perch li si assimilava ai cottiers, miseri fittavoli, manodopera marginale delle grandi propriet; ma pi sicuramente perch la loro arma non era la nobile spada, bens il coltello. Pi tardi si sente pure parlare di soldati di ventura, di ribaldi, di violenti, ma la caratteristica che il vocabolario cerca di mettere in evidenza  la loro qualit di stranieri, di gente dall'incomprensibile linguaggio. Questi avventurieri vengono spesso chiamati Brabantini - cos nelle relazioni sulla battaglia di Bouvines - ma vengono pure detti Aragonesi, Navarresi, Baschi, Gallesi. In tal modo agli occhi della gente sembra che due parti del mondo vomitino periodicamente tale genia. In primo luogo, confini selvaggi, montagne rudi e povere, paesi di pastori, di cacciatori, di tagliatori di teste; arrivano con migrazioni stagionali, analoghe a quelle dei braccianti a giornata che discendono nelle pianure per lavorare alle fienagioni, alle mietiture, alle vendemmie. Cos pure si crede provengano dal Brabante, intendendo cio da tutti i Paesi Bassi, da quella regione che aveva fornito ai duchi di Normandia e ai re d'Inghilterra i primi mercenari; una contrada in cui i cadetti lasciavano volentieri i loro piccoli feudi per andare in cerca di fortuna. Ma soprattutto un paese - ed  quel che pi conta, ritengo - di citt popolose, dai vasti sobborghi malfamati, pieni di campagnoli da poco strappati alle loro terre, che crepavano di fame, pronti, per sopravvivere, ad accettare qualunque ingaggio, e anche a uccidere; di citt violente in cui la giovent dei comuni andava nelle foreste a esercitarsi nel tiro con l'arco, dove le carovane dei mercanti venivano accompagnate da scorte che facilmente tiravano fuori il coltello. Non sembra che i mercenari vengano reclutati tra la nobilt, per quanto affamata: i figli dei cavalieri poveri fanno la posta agli arruolamenti, ma ci tengono a combattere nell'onore. Si reclutano i cottereaux, avventurieri d'ogni genere, tra la plebaglia, tra i pezzenti, gli scaricatori occasionali, i battellieri che tirano le piroghe, i garzoni delle macellerie, e persino i chierichetti che hanno abbandonato la tonaca, come quel Guglielmo che vendette a Federico Barbarossa e successivamente a Riccardo Cuor di Leone i servizi della compagnia da lui comandata.
Sono in realt attirati dai principi pi grandi, pi ricchi, quelli che possono attingere a grossi tesori. Allorch questa piaga si diffuse come una nube malefica sulle province di Francia, i testi indicano che, nel 1159, fu dapprima impiegata dal re d'Inghilterra Enrico secondo, poi, nel 1162, dal conte di Champagne, Contro costui l'arcivescovo di Reims lanci l'anatema, perch i venturieri da lui pagati avevano devastato le propriet ecclesiastiche, massacrato, bruciato trentasei villici in una chiesa. Due anni pi tardi il re di Francia e l'imperatore, i due pilastri della cristianit, si incontrano alla frontiera dei propri stati, in uno di quegli abboccamenti fraterni la cui tradizione risaliva ai tempi carolingi. Essi giurano di non ospitare pi nelle proprie terre, fra il Reno, le Alpi e Parigi, alcun Brabantino o cottereau, a piedi o a cavallo... se qualcuno utilizza questi briganti il suo vescovo o il suo arcivescovo dovr scomunicarlo e scagliare l'interdetto sulla sua terra, sino a quando egli abbia indennizzato, dopo una valutazione dei danni, coloro che fossero stati spogliati per mano di quei venturieri. Queste belle parole non impedirono tuttavia al conte di Chalon nel 1165, cio quasi subito, allorch prese le armi contro Cluny (evidentemente l'imperatore era complice e senza dubbio partecipava alle spese) di riunire, seguendo la via del diavolo che os tentare Nostro Signore... una moltitudine (erano quattrocento) di briganti chiamati volgarmente Brabantini, uomini che non amano Iddio. Queste bande erano gi forti. Dopo dieci, quindici anni, dimostrano una molto maggiore consistenza, autonomia, virulenza. Si sono lentamente spostate verso sud-ovest, verso il paese dei plantageneti: Riccardo le retribuisce, quando vuole affermare il proprio potere in Aquitania.  noto che ormai hanno dei capi, quei principi di ladroni, i cui nomi vengono citati nelle cronache a cominciare circa dal 1180. Capitani di nascita oscura, ma dei quali si sa che bazzicano i principi, e fanno fortuna: il loro padrone talvolta li fa sposare, assegna loro una dote, li insedia in un feudo ch'essi hanno aiutato a conquistare. Quando avanzano negli anni, sono abbastanza ricchi per costruire chiese, fondare collegiate. Poich invecchiando diventano pii. Grave problema per il gran signore che deve trattare con loro  pagare il soldo; lo strumento, che si rivela efficace, costa estremamente caro. Tanto pi che i venturieri sono in posizione favorevole per contrattare: parlano con vari principi antagonisti, che per il fatto di essere in concorrenza sono indotti a rincarare le offerte. Si aggiunga che questi salariati sono minacciosi: potrebbero benissimo prestare servizio a se stessi. Nel 1183, per soddisfare gli uomini assoldati, Enrico il Giovane, fratello di Riccardo, non sa pi dove battere il capo; mette a sacco l'abbazia di Grandmont, obbliga i borghesi di Limoges a prestargli duecentoquarantamila denari, ma tutto ci non basta: occorre ancora arraffare altrettanto denaro nel tesoro del monastero di Saint-Martial.  evidente la funzione economica delle compagnie dei cottereaux: servono a meraviglia quella non-accumulazione che alimenta in tale epoca la circolazione monetaria, la incrementa e mantiene costante l'impulso dei traffici. Per accaparrarsele occorre tanto denaro che, a campagna finita, chi se ne  servito si affretta a licenziarle. Ma esse non si lasciano facilmente sciogliere. In attesa di nuovi ingaggi vivono a spese del paese, e lautamente. Una di tali compagnie, nel 1200, vendette la pace ai chierici della diocesi di Bordeaux: ciascuno di essi, il coltello alla gola, doveva versare un riscatto di centoventi denari; l'arcivescovo era d'accordo e forse riceveva la sua parte. Flagello che il Nemico ha gettato sul mondo per essere strumento della sua iniquit, queste bande resistono e s'incrostano in societ parassite. Di piccole dimensioni, qualche centinaia di individui al massimo, ma particolarmente devastatori.
Vediamo queste bande spostarsi in pesanti carovane, scegliendo le strade migliori, perch le accompagnavano carri con le donne e i bambini. A Dun-le-Roi, nel Berry, dov'erano confluiti parecchi di questi itinerari, e dove i confratelli della pace che li accerchiarono massacrarono - secondo le fonti - tra sette e diecimila cottereaux, si rinvennero sul campo della carneficina i cadaveri di fra cinquecento e novecento prostitute i cui ornamenti valevano somme folli. Cos tutto copre di obbrobrio i mercenari: la sfrenatezza sessuale in cui vivono, il denaro che guadagnano a piene mani, il modo ignobile con cui fanno la guerra. Combattendo a piedi, come si conviene a gente del volgo, essi tirano con l'arco, con la balestra, raggiungendo l'avversario da lontano, subdolamente, vergognosamente, senza mai misurarsi a corpo a corpo. Adoperano il coltello, quel pugnale che gli Incappucciati del Puy rifiutano di portare in quanto  arma maledetta, essi uccidono i cavalieri in fretta e di soppiatto, con colpi bassi, attraverso gli interstizi delle corazze. E nondimeno - ecco lo scandalo - non sono inferiori ai nobili, dice la Genealogia dei conti di Fiandra, nella scienza e nella virt (s, persino nella "virt") di combattere. Essi soli, in realt, conoscono tutti gli stratagemmi per introdursi nei castelli e nelle citt fortificate. Strettamente uniti, gomito a gomito (sono vulnerabili solo se sbandati o durante la loro lenta marcia) fanno del centro della battaglia una fortezza vivente, un muro incrollabile, irto di picche, un rifugio sicuro in cui i signori che li pagano vanno a riprender fiato, e dal quale partono i tiri che, uccidendo i cavalli, scompigliano le cariche avversarie. La presenza di questi agenti di Satana introduce quindi il disordine nel seno stesso della guerra pi giusta: ne turba il regolare, leale, andamento; sono alterate tutte le regole perch non resiste loro alcun mezzo di difesa, n le armature n i muri, essi riescono a vincere la cavalleria nei suoi rifugi pi sicuri. Essi appestano la cristianit, la corrompono quanto gli eretici. Cos contro di loro, come contro questi ultimi, il terzo Concilio laterano, in uno stesso decreto, predica nel 1179 la guerra santa. Poich nella Guascogna, nell'Albigese, nella regione di Tolosa e in altri luoghi la dannata perversit degli eretici, che alcuni chiamano Catari, altri Patarini, altri Pubblicani, s'intensifica a tal punto che non soltanto essi commettono i misfatti di nascosto, ma manifestano pubblicamente il loro errore e vi attirano i semplici e i deboli, noi decidiamo di sottoporre all'anatema loro e chi li difende e chi d loro asilo. Sotto pena di anatema interdiciamo a chiunque di ospitarli nella propria casa o nella propria terra, di sostenerli e di avere rapporti con loro... Quanto ai Brabantini, Aragonesi, Navarrini, Baschi, Cottereaux e Triaverdini... che commettono sui cristiani tali infamie che non risparmiano n chiese, n monasteri, n vedove, n orfani, n vecchi, n fanciulli, senza riguardo all'et o al sesso, e che, come i pagani, tutto guastano e portano alla perdizione... noi stabiliamo che anche quelli che li proteggono, li ospitano, li sostengono nelle contrade dove cos si comportano, siano pubblicamente denunziati nelle chiese durante la domenica e i giorni festivi, e subiscano condanne e pene simili a quelle che colpiscono gli eretici; non siano ammessi nella comunit della Chiesa se non abiurano tale eretica e pestifera compagnia. Sappiano che saranno privati di ogni diritto alla fedelt, all'omaggio e al servizio loro dovuti, finch persisteranno in tale stato di impurit. Noi ingiungiamo a tutti i fedeli, in remissione dei loro peccati, di opporsi validamente a tali piaghe, e di difendere da esse con le armi il popolo cristiano.
Tre sono i capi d'accusa nei confronti di queste bande soldatesche che a Montpellier vengono chiamate manades, cio armenti. Primo: uccidono. Secondo il biografo di Luigi settimo, di quei borghesi di Cluny che nel 1166 tentarono di respingere una di esse (costituite in milizia parrocchiale, nel quadro delle istituzioni di pace al modo della Linguadoca), cinquecento furono uccisi in un colpo solo e quando il re vendicatore fece il suo ingresso nel paese lo scortarono pietose turbe di vedove e di orfani. La guerra, quando la fanno i venturieri, assume quindi un volto atroce, che si dice non sia il suo. Ed ecco un'altra loro malvagit: depredano i poveri. Ne accenna Rigord e dice che Filippo Augusto non ne prendeva al suo servizio - il che  falso - e racconta - il che  vero - che violentavano le contadine sotto gli occhi dei mariti incatenati, che s'impadronivano dei preti - dei cantatori, come questi soldatacci del Mezzogiorno chiamavano i curati - e che li bastonavano di santa ragione finch costoro acconsentivano a cantare per loro la messa; che tale gentaglia, definita eretica, e di vita licenziosa, non rinunciava volentieri ai cantici. Tuttavia l'ultimo capo d'accusa  il pi grave: questi briganti sono, per di pi, sacrileghi. I monaci di Cluny si erano presentati di fronte ai Brabantini senz'armi, ma con le croci e i reliquiari, cantando con gran fervore; ma ebbero un bell'aspergerli di acqua benedetta e mettergli sotto il naso il crocefisso: quei satanassi non indietreggiarono, al contrario, li spinsero di qua e di l, li spogliarono dei sacri paramenti e li mandarono via nudi. Innocenzo terzo li accusa di rubare i piviali e i libri nelle sacrestie; Rigord, di bruciare le chiese, di gettare a terra l'eucarestia, di calpestare le ostie - poich rubano, s, i calici, ma non osano toccare con le proprie dita le sante specie - di prendere i corporali e di farne indumenti per le loro sgualdrine e per le loro serve. A Dun-le-Roi il loro accampamento era pieno di cibori e le novecento ragazze che i combattenti della pace dapprima violentarono, poi sgozzarono, invero se lo meritavano, perch si pavoneggiavano nelle pianete. Si tocca qui il fondo dell'abbominio. Questo canagliume vomitato dalle frange, dai tenebrosi margini del corpo sociale e dai confini mal noti del regno, s'infischia anche dei tab pi rigorosi: arriva persino ad adornare corpi di donna con i lini dell'altare. Bisogna far presto a purgarne il mondo: col ferro e col fuoco.
Infatti tutti i Brabantini che si lasciano catturare vivi sono immediatamente sterminati. Per vendicare la Chiesa di Dio il buon re Luigi settimo, nel 1166, li fa impiccare tutti a forche, rifiutando con bel gesto i forti riscatti che alcuni gli promettono. Nel 1182 Riccardo Cuor di Leone si  impadronito di un corpo di venturieri; ne massacra una parte, risparmia ottanta poveri diavoli che manda per le strade, a mo' d'esempio, dopo aver loro tolti gli occhi. L'anno seguente, la sera della battaglia di Dun-le-Roi, il mucchio dei cadaveri viene bruciato per purificare la terra. Nondimeno l'infezione  tenace: la fa durare l'odore del denaro, come anche la rivalit dei principi che, inferociti gli uni contro gli altri, ricorrono a ogni mezzo. La vediamo incessantemente risorgere, irrompere attraverso tutte le incrinature del mondo ordinato. A Bouvines i Brabantini sono ancora presenti: ma dalla parte cattiva, quella dei reprobi e dei traditori. E i turiferari di Filippo, il buon padrone, il re della pace, che nondimeno se ne serv per lungo tempo, lo esaltano perch da anni si rifiuta di usare tale ripugnante strumento. Nel campo dell'orifiamma non si vedono n donne n cottereaux; nessuno dei militi appiedati  un salariato del sangue e del vizio: forniti tutti da comuni ben pensanti e benedetti dai vescovi, servono l'ordine prestabilito, lavorano a restaurare la pace, quella di Dio e quella del re, che si confondono. Il vincitore non ha le mani sporche.
 
Il dodicesimo secolo ha visto manifestarsi in Francia, nel corso dell'azione militare, una seconda innovazione, anch'essa scandalosa, anch'essa offuscata dall'attrattiva del lucro e condannata dalla Chiesa. Si tratta di un gioco, il torneo, il cui influsso fu determinante sul comportamento dei cavalieri che si batterono a Bouvines. Se ne conosce male la storia. La parola stessa apparve nella cronaca di Saint-Martin di Tours, l'anno 1066: parecchi baroni furono allora uccisi nei dintorni di Angers, e di uno di essi, Goffredo di Preuilly,  scritto: torneamenta inventi. Non  da credere che quest'uomo ne sia stato l'inventore; l'abitudine dei combattimenti simulati era senza dubbio molto antica in una societ che accordava tanto spazio alla guerra; d'altra parte lo storico Nithard descrive una di queste fantasie fra i festeggiamenti che accompagnarono a Strasburgo, nel nono secolo, i colloqui per la pace tra Carlo il Calvo e Luigi il Germanico. L'importante  che l'infatuazione per questa specie di divertimento sia gi vivissima tra la Loira e l'Escaut all'alba del dodicesimo secolo. Colui che fece il panegirico del buon conte Carlo di Fiandra racconta che, verso il 1125, per l'onore del paese e per l'esercizio della sua cavalleria, egli combatt alcuni conti e principi della Normandia e della Fiandra; alla testa di duecento cavalieri fece dei tornei grazie ai quali si accrebbero, con la sua fama, la potenza e la gloria della sua contea: dunque da quel momento questi incontri amichevoli in cui si giocava a battersi furono una consuetudine annuale. Si pu tuttavia stabilire una data, punto fondamentale nella cronologia dei tornei: il 1130. In tale anno, nei concili congiunti di Reims e di Clermont, l'autorit pontificia ritenne necessario vivamente biasimare queste vergognose riunioni o fiere, in cui sogliono recarsi i cavalieri. Riprendendo il testo di questo canone, il Concilio laterano terzo nel 1179 aggiunger la chiosa: che vengono volgarmente chiamate tornei. Interdizione, sanzioni, meno gravi tuttavia che per le altre infrazioni alle norme della pace: al cavaliere che vi morir non si rifiuter la penitenza n il viatico, ma soltanto il funerale della Chiesa. Il motivo: i tornei sono occasione di morte per l'uomo e di pericolo per le anime.  evidente infatti che importa soprattutto di non uccidere inutilmente i cavalieri di Cristo; tali delitti generano rancori e il desiderio di vendicarsi, tengono vivi in tal modo i dissensi interni che la pace di Dio intende ridurre e, cosa essenziale, indeboliscono un esercito il cui obbiettivo rimane Gerusalemme e la protezione del Santo Sepolcro. Inoltre queste scaramucce di divertimento - Guglielmo di Newburgh le definisce cos: senza odio, ma puro esercizio e ostentazione delle forze fisiche - sono dimostrazioni di vanit, giochi d'azzardo, come il gioco dei dadi, in cui senza motivo ci si appella al giudizio di Dio, e ogni buon cristiano deve ricusarle come le bestemmie perch sacrileghe; l'orgoglio, la preoccupazione di una gloria mondana trovano infatti alimento in queste parate, considerate quindi dannose.
Per tutto il dodicesimo secolo l'interdetto rimase valido. Nel 1149, finita appena la seconda crociata, san Bernardo esortava Suger ad armarsi della spada dello spirito per impedire il ripetersi di un uso diabolico che di nuovo ci minaccia. Appena ritornato dal viaggio il principe Enrico, figlio del conte di Champagne, e Roberto, fratello del re, accaniti l'uno contro l'altro, convocano per dopo la Pasqua una di queste fiere esecrande e maledette, in cui si propongono di venire alle mani e di combattere sino alla morte. Salvo nei tempi in cui, data la gravit dell'ora, come nel 1190, si preparava un grande pellegrinaggio armato al sepolcro del Signore, e allora ovunque si interrompevano per un momento i giochi, le censure del clero rimasero senza effetto. I principi tolleravano i tornei; talvolta li organizzavano, vi comparivano personalmente: in ogni caso non ne ostacolavano mai il proliferare.
Tale voga ebbe ragioni tecniche. Il torneo serviva all'addestramento della cavalleria nella pratica, nuova e difficile, della scherma con la lancia (il bassorilievo della facciata della cattedrale di Angoulme, in cui per la prima volta si trova rappresentata una di queste giostre cavalleresche,  esattamente contemporaneo alla prima interdizione dei tornei). In realt gli eroi capaci di allegramente disarcionare i propri avversari venivano ormai tutti dalle regioni dove fioriscono i tornei; fu senza dubbio questo motivo a spingere Riccardo Cuor di Leone a non pi vietarli in Inghilterra. Ma la fortuna di questa moda deve anche esser messa in relazione con l'evoluzione delle strutture politiche, il rafforzamento dei principati e il successo stesso ottenuto dai grandi signori che si adoperavano per meglio assicurare la pace. Non  un caso se questo gioco si  sviluppato nelle province pi strettamente tenute a freno. Necessario sfogo, valvola di sicurezza, palestra per disinibirsi, il torneo occupa i cavalieri che le restrizioni poste alla vera guerra lasciano disoccupati, mantenendo nel contempo in efficienza la loro bravura. Carlo il Buono, che viene lodato per avere pi saldamente instaurato la pace in Fiandra, vi riusc facendo in modo che la sua nobilt sfogasse la propria turbolenza all'esterno, in scappate stagionali, ai margini, in posti di passaggio verso uno Stato meglio ordinato. Che faranno i cavalieri normanni quando Enrico secondo e Luigi settimo si accordano finalmente per concludere la tregua? Essi disputeranno tornei per il mondo. E se Arnolfo, il figlio del conte di Guines, bramoso di vivere gloriosamente, di raggiungere l'onore del secolo, si lancia a testa bassa nei tornei, ci avviene anche per rompere lo stato di ozio in cui lo tiene l'assenza di deliri bellicosi, in un paese che il padre domina col suo forte pugno. Senza dubbio avrebbe fatto meglio a partire per la crociata. Ma quei simulacri di guerra che sono i tornei forse svolgevano ancora un'altra funzione: simbolica questa volta. Non erano forse una specie di danze rituali della pace ritrovata e della fine dei vecchi rancori, alle quali venivano invitati, come a un rito, i giovani guerrieri? Essi comunque si collocano in modo evidente al limite dell'ordine stabilito, come uno sfogo gratuito dell'aggressivit, come la sua necessaria proiezione ludica.
Durante gli anni settanta e ottanta del secolo dodicesimo - proprio nel periodo del Concilio laterano terzo e dell'avvento del re Filippo di Francia - si pu meglio osservare questa forma particolare della sociabilit cavalleresca. Ci grazie a due scritti, che testimoniano entrambi la rapida volgarizzazione di una letteratura profana elogiativa, giacch furono allora composti in onore di due signori di media importanza. Il primo  Arnolfo di Guines, signore di Ardres - il futuro combattente di Bouvines - celebrato da un ecclesiastico familiare della casa del conte suo padre; il secondo, Guglielmo il Maresciallo - che non fu a Bouvines, e lo rimpianse - il cui panegirico, rimato in lingua volgare, si fonda sui ricordi del suo scudiero. Grazie a tali testi ci si rende conto che la Francia in questo tempo  davvero il paradiso dei torneanti. Per i cronisti inglesi, i tornei sono combattimenti alla francese, alla gallica, e il signore del giovane Guglielmo gli consigli di lasciare al pi presto l'Inghilterra: non era, diceva, un paese adatto per i valvassori e per coloro che amano errare per il mondo; i valorosi, cui piace torneare, bisogna che passino la Manica. Dove vediamo ormai il futuro Maresciallo? In Normandia, nell'Angi, nel Maine, nell'Ile-de-France, nello Hainaut; e i suoi compagni di gioco vengono tutti dalla regione parigina e dal Valois, dalla Brie, dalla Champagne, dalla Fiandra, dal Maine, dall'Angi, dalla Turenna, dalla Normandia, dalla Borgogna e dal Poitou, vale a dire da tutti i grandi principati della Francia del Nord e soltanto da essi, tranne il Poitou. Tuttavia gli incontri non hanno luogo nel cuore di questi Stati, ma ai confini, nella Brie, al guado di Luzy, in Borgogna, fra Montbard e Rougemont, in quel di Soissons, nella regione di Chartres, nei dintorni di Dreux, a Gournai, a Lagny, a Joigny, sempre fuori dalle citt importanti e dai castelli, sui confini delle grandi potenze feudali, nell'area delle vecchie foreste galliche, che un tempo segnavano la frontiera tra le trib e che formano ancora come delle zone neutre dove, di consueto, si tengono le assemblee per il ristabilimento della pace, dove i pi potenti signori accettano di venire a prestare omaggio e dove, come a Bouvines, hanno luogo di solito le battaglie.
L'impressione che tale marginalit sia deliberata viene confermata quando si consideri la persona stessa dei torneanti e la loro posizione nella societ. Si tratta per la maggior parte di giovani. Con ci vogliamo dire che questo gioco viene normalmente a occupare un periodo dell'esistenza cavalleresca che si pu, esso pure, considerare come un gradino, un intervallo pi o meno lungo fra gli anni di tirocinio e il periodo in cui, accasato, padre di famiglia, l'uomo di sangue nobile si sistema infine nella piena responsabilit della gestione del suo feudo, dentro il quadro ordinato composto dalla casa, dalla famiglia, dall'amministrazione del patrimonio e dalla parentela. Cos il torneo appare ancora meglio come una posizione di rifiuto, di proiezione fuori dalle strutture d'ordine, atta a immobilizzare le turbolenze. Poich riguarda propriamente giovani gi adulti, gi cavalieri, ma ai quali gli anziani del lignaggio non vogliono o non possono dar moglie, che quindi non sono ancora collocati, sistemati tra i seniores, che non hanno alcuna indipendenza economica, non sanno che cosa fare nella casa paterna, vi si sentono d'ingombro e spesso ne sono espulsi. Consideriamo Arnolfo di Guines: raggiunta l'et di poter partecipare ai giochi, che formano l'educazione del futuro guerriero, se ne and dalla casa del padre che lo affid al proprio signore, il conte di Fiandra. L lo trovarono prode, abile nel maneggio delle armi, pronto a servire, generoso, burlone, bello, dolce, graciosus: il suo signore avrebbe desiderato esser lui a consacrarlo cavaliere, ma cortesemente lasci la gloria di questo gesto al padre. Costui, il giorno della Pentecoste dell'anno 1181 -  l'unica data precisa fornita dalla biografia, il che dice molto sul valore sin d'allora attribuito a tale cerimonia nel mondo dei principi - d quindi a Arnolfo, e insieme a quattro altri giovani, lo schiaffo che non si rende, e li innalza cos, con i sacramenti cavallereschi, alla perfezione virile. Nella gioia: ci sono commedianti e giullari per cantarne le lodi. Si mangia, si beve. Il giorno seguente, al suono delle campane, il nuovo cavaliere  ricevuto dai monaci e dai chierici nella chiesa di Ardres. Ma subito Arnolfo riparte. La sua casa di nuovo lo respinge, e il padre per due anni gli accorda aiuto e protezione, in altre parole gli assegna una rendita e lo protegge con la sua potenza, lo lascia errare per molti paesi, gli sceglie un mentore, che lo consiglia per i tornei e per l'uso dei denari e che pone accanto al ragazzo ancora un po' stordito, in qualit di maestro d'armi, uno dei suoi nipoti, di provata perizia, poich era stato compagno del giovane Enrico, figlio del re d'Inghilterra. Omnes Ghisnensis terre torniatores, tutti gli appassionati del paese si stringono allora intorno ad Arnolfo, divenuto come un principe della giovent, investito per qualche tempo, per la gloria del lignaggio e della contea, di quelle funzioni di prodezza e di munificenza che non sarebbe conveniente per i vecchi signori adempiere con altrettanta disinvoltura. Trascorsi questi due anni, sembra che Arnolfo ancora a lungo si sia dato ai piaceri della vita errante, e questa volta contro la volont del padre e senza aiuti pecuniari. Nel 1190 continuava ancora a torneare, ma ora ben provvisto di denaro, perch il conte di Guines avrebbe desiderato che il figlio si facesse crociato e gliene forniva tutti i mezzi. Arnolfo, tuttavia, non era tentato dalle avventure della Terra Santa, non sapeva che farsene di tutto quel denaro, lo sperperava in doni e in ornamenti: la preparazione della crociata aveva allora creato una specie di intermezzo nei tornei. Frattanto per  diventato famoso e in molte regioni, dice il suo biografo, si esalta in lui l'eroe e la gloria di Guines. Egli vorrebbe, in realt, sistemarsi, diventare a sua volta senior, quindi fare un matrimonio con una donna ricca, perch non  probabile che il padre debba morir presto e lasciargli l'eredit. Allora fa balenare la propria prodezza agli occhi di ogni possibile partito, riesce a scovare l'ereditiera meravigliosa, la contessa di Boulogne, fa mostra di amarla, sfoggia tutto il rituale della seduzione cortese - e si intuisce che il padre segue da lontano la manovra - ma a questo punto si lascia portar via la preda, lo si  visto, da Rinaldo di Dammartin. In ogni caso il suo esempio prova che il cavaliere va giostrando sino al matrimonio: non sa fare nient'altro. In modo molto simile, qualche tempo prima, il re Enrico secondo d'Inghilterra aveva concesso al figlio primogenito, per il suo ventesimo compleanno, un anno e mezzo di vita errante, ed egli prolung per altri sette anni questa specie di sportiva peregrinazione cui erano tenuti tutti i giovani. Durante interminabili scorrerie Guglielmo il Maresciallo dirigeva Enrico il Giovane e tentava, non senza fatica, di insegnargli a battersi bene, diventando cos sire e maestro del suo signore, cosa legittima, perch lo educava a essere prode. Quanto a Guglielmo, err per pi di vent'anni, sino al 1184, part poi per la Terra Santa dove rest tre anni; al ritorno serv ancora per due anni Enrico secondo e, nel 1190, infine si spos. Quando mise la testa a partito aveva oltrepassato la quarantina. Il torneo  una questione di et - e soprattutto una questione di minorit economica: i giovani torneanti sono coloro che, numerosissimi, sono tenuti ai margini, in posizione instabile, e spesso a lungo, dalla struttura dei patrimoni e dalle cautele in fatto di matrimonio di una politica dinastica.
L'esercizio ludico si trova dunque a essere normalmente trasmesso dal signore al figlio. Capita a volte che il padre debba praticarlo lui stesso. Cos avviene quando assume il potere nella prima giovent, e sino a quando il primogenito non sia sufficientemente abile per addestrare nei tornei al suo posto gli adolescenti del paese. Egli non potrebbe sottrarvisi senza il rischio di essere meno amato, peggio servito e di lasciarsi sfuggire dalle mani ci che tiene a freno i tumulti. Si  visto che tutti gli anni il conte Carlo di Fiandra portava con s la propria cavalleria al torneo. Baldovino, conte di Hainaut, si comporta nello stesso modo. Cominci nel 1171, anno del suo avvento, col presiedere il banchetto di Natale, la baldoria del cuore dell'inverno, le grandi gozzoviglie degli uomini di alti natali, la cui nobilt si nota dal mangiar forte. Ma non appena il tempo comincia a migliorare, egli se ne va, ottanta cavalieri lo seguono; vanno e vengono nella Champagne, nella Brie, partecipano a due scontri. Ritorna per la Quaresima, fa il suo ritiro spirituale, e come tutti gli altri morde il freno. Arriva la Pasqua ed egli, fin dal giorno dopo, e sino a Pentecoste, conduce di nuovo la sua truppa - forte ora di cento cavalieri - sui confini della Borgogna, poi a Rethel. Per lui, come per tutti i suoi simili, governare non  all'inizio che questo. A tutti i tornei descritti nella Chanson di Guglielmo il Maresciallo sono presenti dei principi, il conte di Fiandra, il duca di Borgogna, i conti di Clermont, di Boulogne, di Saint-Pol - tutti futuri capi della battaglia di Bouvines, allora ancora giovani, oppure i loro padri. Dei principi della Francia del Nord nessuno manca. Unica eccezione: i re. Nel 1194 Riccardo Cuor di Leone, il modello dei cavalieri, organizza in Inghilterra una rete di tornei, ma lui non se ne occupa. Si fa rappresentare dal fratellastro, il conte di Salisbury. Questi profani divertimenti, invisi ai vescovi, nessuno pensa si addicano alla dignit regale, legata per tanti vincoli alla sacralit. Il Capetingio permette, s, ai fratelli di dedicarsi a questi giochi, ma non al figlio primogenito, che gli succeder, e la cui spada deve rimanere pura: a Bouvines Filippo Augusto  il solo che in vita sua non abbia mai partecipato a un torneo. In compenso, per tutta la giovent aristocratica della Francia del Nord, si tratta di continue scappate: all'incirca ogni quindici giorni si torneava qua e l. Nel fitto calendario delle competizioni la Quaresima apre la sola pausa un po' lunga, e che si cerca di restringere il pi possibile. Appena finito il tempo dell'astinenza, tutti si precipitano, in tutti raddoppia lo slancio dell'azione l'avvicinarsi degli ultimi tre giorni del Carnevale. Guglielmo il Maresciallo, buon amministratore, fa redigere, un anno, la contabilit dei guadagni realizzati con i tornei: va dalla Pentecoste al Marted Grasso seguente. La festa sportiva non si arresta neanche d'inverno. Sfida le piogge e il freddo. Torneare  una passione.
 uno sport di gruppo, come la guerra vera, quella dei venturieri. I giovani che un giorno passarono da Chiaravalle e che san Bernardo tent, con i suoi sermoni, di allontanare dal male, dalla follia di combattere invano, facevano parte di una compagnia, di una masnada. Respingiamo di conseguenza l'immagine di singole tenzoni che, in un angusto spazio, strettamente limitato da steccati, avrebbero messo di fronte due cavalieri armati di lance: sin nel cuore del quattordicesimo secolo  una immagine falsa. Il torneo del tempo di cui parlo non  un duello, ma una baraonda, nessuno vi combatte da solo; si affrontano squadre, ciascuna delle quali ha il suo colore e il suo capitano. Per la sua gloria e per quella degli avi, perch si parli di lui tra le dame, il capitano vuole guidare la squadra migliore e pi forte. Baldovino di Hainaut non aveva, da principio, che ottanta compagni; due anni pi tardi si portava dietro un ben pi lungo corteo: duecento cavalieri e milleduecento fanti. Quanto a Enrico il Giovane,
 
 non v'era prode cavaliere
 valente e d'armi esperto,
 che non volesse a s attirare;

al torneo di Lagny, quindici banderesi combattevano per lui, ciascuno con la propria banda: li aveva reclutati in Inghilterra, in Normandia e nell'Angi, ma anche, e per la maggior parte, nell'Ile-de-France, quindi in una contrada naturalmente nemica, ma era il paese dei campioni. Le bande dei tornei sono gruppi di fortuna, pertanto eterogenei; la loro unit  svelata da segni particolari, il grido comune, gli emblemi dipinti sugli scudi: ai tornei pi che alle guerre son dovuti senza dubbio i rapidi progressi conseguiti in quel tempo dall'araldica. La loro coesione deriva soprattutto dalle grosse paghe: qui comincia a intervenire il denaro, poich a dirla schietta tutti i componenti delle squadre sono pagati. Quelli che accompagnavano Enrico il Giovane

 avevano venticinque soldi al giorno,
 fosse lor vita erranza, fosse dimora,
 come da lor terra si partivano.
 
E intorno ai campioni pi famosi aumentano le offerte. La sera di Gournai gli alti vassalli si disputano il Maresciallo, tutto ammaccato per i colpi ricevuti, ma sfolgorante di gloria; ciascuno agogna di averlo; il conte di Fiandra e il duca di Borgogna arrivano persino a proporgli un compenso annuo di duecentoquarantamila denari.  la promessa di una fortuna mirabolante e rapida. La permanente rivalit, l'incessante inseguimento della gloria, qui pi che in altro luogo, fanno scorrere il denaro dalle mani dei pi ricchi. Pi della vera guerra, il torneo, che non ha quasi mai interruzione,  il mezzo per ridistribuire tra la cavalleria modesta il denaro raccolto dai principi, denaro che di qui affluisce anche a molta altra gente. Perch, prima di ogni raduno, bisogna naturalmente equipaggiarsi, acquistare quei delicati strumenti che sono i cavalli. Alla fiera d'inverno di Lagny, fra due tornei, Guglielmo il Maresciallo sceglie i migliori destrieri, e li paga assai cari ai sensali lui che, giovanissimo, preparandosi per il primo torneo, aveva dovuto dare in cambio di una buona cavalcatura, il mantello prezioso ricevuto in dono il giorno della vestizione. Nel frattempo il campione ha fatto fortuna. Un traffico immenso si svolge cos intorno a ogni riunione sportiva, e giustamente gli scrittori della Chiesa, preoccupati di parlar bene, prima di creare il neologismo torneamentum, si servivano della parola nundinae, che vuol dire fiere. Della fiera, il torneo ha tutte le caratteristiche: la salvaguardia promessa a quanti vi si recano, la repentina comparsa di tende dove vanno ad accamparsi per qualche giorno gli allevatori, i mercanti, gli osti, i maniscalchi, i giocolieri, le prostitute, tutti coloro che prestano o cambiano denari, quelli che lo guadagnano o lo rubano.
 
 Tanti ne vennero da destra e da sinistra
 Che tutto il paese ne formicola...
 Veder potreste cavalli di Spagna
 E di terra lombarda e di Sicilia...
 
E vi sono enormi movimenti di denaro.
Luogo e data sono stati fissati molto in anticipo, la notizia si  propagata da tutte le parti, di corte in corte. Negli alloggiamenti dei capisquadra, nei giorni precedenti le gare
 
 La sala si empie di cavalieri...
 Tutta la notte i cavalieri
 girano usberghi, lustrano brache,
 e adornano le loro armature,
 i lor collari e coperture
 e selle e freni, e cinghie e pettorali.
 
Nella citt, nel vicino villaggio oppure, pi presso al campo, nell'ammasso dei padiglioni che son sorti, le bande vanno a organizzare il loro quartiere. Ci si visita vicendevolmente, si beve insieme, si gioca ai dadi, si tratta con i ritardatari per gli ultimi ingaggi, si stringono alleanze, si discute sulla tattica da seguire durante il gran divertimento. Talvolta la precede una specie di novillada, un incontro di giovanissimi, che per non  mai altro che un trastullo. All'alba del giorno previsto i guerrieri vanno ad armarsi davanti al riposo, la palizzata dove i codardi potranno trovare rifugio. I gruppi allora si radunano, si uniscono in forti battaglioni che si dispongono essi stessi in due campi. N combattimento singolare, n campo chiuso. Quando, all'ora fissata,  dato il segnale di partenza - qualche imbroglione si  gi messo in movimento per occupare le posizioni migliori - le truppe si spiegano su di un'area assai vasta, senza limiti, accidentata da varie asperit, di cui conviene trar partito per tendere imboscate o per trincerarsi: al torneo di Anet i Francesi si ritirarono cos per un momento su di un antico monticello, i resti di un castello ora distrutto, mentre quindici cavalieri sbandati trovavano riparo in un pagliaio, e anche il tempo per ricomporre la compagnia. Il combattimento prosegue sin nelle strade dei villaggi. Simone di Neaufles ne sbarr una con i suoi uomini, venne preso; Guglielmo il Maresciallo che lo portava via teneva il cavallo per la briglia, si volta: il prigioniero non  pi in sella, ma sospeso mediante l'armatura alla grondaia di un tetto.  una vera guerra, piena di insidie e di sorprese, tanto per divertirsi. Come in guerra, i capi si servono pure della fanteria, munita di picche e di archi. Nondimeno, come in guerra, i soli veri protagonisti sono cavalieri. Talvolta, da sbadati, si arrischiano da soli ma, se non perdono la testa, restano gomito a gomito, in un gruppo strettamente unito, indissociabile, di dieci, di venti, al massimo di una trentina di uomini - ci che viene chiamato un conroi, ed  una formazione chiusa come un pugno, autentica unit, cos compatta, si dice, che un guanto gettato in aria ricadendo toccherebbe per forza un cavallo o un cavaliere; tra le loro lance non pu correre il vento: non si potrebbe dirlo meglio di come  scritto nella Chanson d'Aspremont. Se  vero che, nel suo errare il giovane cavaliere  solitario solo nella fantasia dei romanzi del ciclo di Bretagna e in realt mai si separa da qualche compagno,  altrettanto vero che egli non combatte mai troppo lontano dagli amici, se non quando la rabbia, l'avidit, il fanatismo si impadroniscono di lui e finiscono, la maggior parte delle volte, con il perderlo. Le associazioni di guerra sono come degli agglomerati, l'azione bellica consiste precisamente nel disgregare i corpi avversari, nello smembrarli. La vittoria sorride ai gruppi che sanno attendere, conservare la loro coesione, lasciare che gli altri fatichino, si ubriachino, si disperdano, per spingerli nel disordine e costringerli a sbandarsi, col che si conclude generalmente il torneo. Nel 1182, a Gournai, ci si stup che non fosse cos:
 
 L'avventura fu s bella
 che sconfitta non ci fu
 n dell'uno n dell'altro.
 Ben d'accordo si lasciarono...
 
Di solito, dopo lunghe ore di agguati capita un'improvvisa rotta:  il momento di utili catture nella fuga disperata dei cortei disgregati.
Come nella vera guerra, ci che vogliono i torneanti  guadagnare. La gloria, s, ma soprattutto il denaro. Arraffare per rifarsi delle spese e tornarsene via pi ricchi. Son rare le joutes de plaidisse, cio giostre convenzionali e senza posta. Non attirano molta gente. I cavalieri vanno al torneo come in una bisca per perdere tutto o guadagnare tutto, per impadronirsi dei finimenti, dei cavalli che costano cos cari. Prima di tutto, catturare gli uomini, e a tal fine mettersi in parecchi per ghermire allettanti prede, costringere l'avversario scelto a confessarsi vinto e, sulla parola, lasciarlo libero di continuare il gioco - cos avviene spesso che un cavaliere si faccia prendere parecchie volte nello stesso giorno. Scesa la sera, nell'accampamento ciascuno s'informa dei parenti e degli amici: hanno vinto? hanno perduto? I destrieri vengono condotti ai vincitori che li hanno guadagnati. I prigionieri in libert pensano al riscatto, cercano di raccogliere il mucchio di denari occorrente, cosa non facile. Il gioco effettivamente gira su molto pi denaro di quanto ne possiedano tutti i combattenti messi insieme. Gran stupore dest una sera vedere Guglielmo il Maresciallo trar di tasca centinaia di denari, e pagare in contanti il proprio riscatto. Di solito il prigioniero offriva garanzie, trovava tra i parenti dei mallevadori che davano una cauzione. Tra vincitori e vinti si instaura, come alla fine delle fiere, tutta una procedura di indennizzi, di contratti, di trasferimenti, di remissione di debiti sino al prossimo incontro, di promesse la cui salda base  la morale dell'onore. Tutto un intreccio di scambi di parole, l'uso di una moneta per cos dire orale, fittizia, cui si  costretti a ricorrere, come nelle riunioni dei mercanti, dalla scarsit delle monete d'argento. E poich quel che rende pi di tutto  la cattura degli uomini, ciascuno fa bene attenzione di non rovinare troppo l'avversario. I concili condannano i tornei perch vi si uccide. Difatti questo sport violento fa delle vittime come la guerra, anzi, senza dubbio di pi: per convincersene basta fare il conto, nelle genealogie che si possono ricostruire, dei juvenes periti in tali prove di bravura. Ma sono morti accidentali e, l per l tanto pi amaramente deplorate, in quanto vengono liquidate con un ingente mancato profitto per la parte avversa.
Bisogna dunque vedere nel torneo (e anche in ci esso assomiglia alle fiere) lo spazio di un'attivit molto redditizia, il solo luogo dove i cavalieri possono arricchirsi in fretta come i mercanti e forse l'occasione, in quel tempo, dei pi importanti trasferimenti di ricchezza. Nell'economia del dodicesimo secolo la funzione del torneo equivale a quella ancor poco prima svolta dalle donazioni pie, tra gente tenuta strettamente al guinzaglio dai preti. Ragione di pi perch la Chiesa condannasse quei giochi che fanno concorrenza alle elemosine e causano l'unica incrinatura attraverso cui si pu infiltrare nelle menti aristocratiche l'idea del profitto. Ci si pu certo rovinare per vilt, per incapacit o per disdetta. Ma in fin dei conti sono i principi che sopportano tutte le perdite. Sostengono le spese della festa e il denaro, da essi facilmente preso a prestito dai borghesi, serve a compensare le squadre sfortunate, a sostituire i cavalli uccisi e gli usberghi rotti, a liquidare i riscatti e anche a distribuire le paghe. Invece la maggior parte del profitto va ad alcuni cavalieri, quelli dei quali Bertrand de Born in certi suoi serventesi loda l'abilit e giustifica la rapida ascesa. E invero i virtuosi della giostra equestre in pochi anni salgono tutti i gradini della fortuna. Guglielmo il Maresciallo fu uno di questi magnifici campioni. Allorch:
 
 cominciava a salire l'ondata
 del suo valore, della sua prodezza
 per le quali saliva in altezza,
 
si prese un socio, un cavaliere fiammingo, appartenente anch'egli al gruppo dei gentiluomini di Enrico il Giovane: in due gli affari promettevano di andar meglio. Di compagnia lo preg dunque, e la societ dur due anni. Aveva il suo contabile, l'addetto alla cucina del giovane Enrico, la cui funzione nella squadra era appunto quella di fare il conto delle spese. Per i due soci egli addizion gli incassi: furono cos abbondanti che trascur di notare il prezzo dei cavalli e degli equipaggiamenti, redigendo soltanto la lista dei cavalieri riscattati: centotre in dieci mesi. Un meraviglioso resoconto di caccia, e manciate di denari.
Denari, per, che la morale cavalleresca impone di disprezzare. Tale morale si  formata proprio nei tornei, nel vivo di questo gioco di denaro, e viene rafforzata dall'ascesa della gente avida, dei commercianti e dei mercenari, sempre pi minacciosi, e l'aristocrazia sa bene che rischia di vedere da questi messi in discussione i fondamenti materiali della sua superiorit. Il buon cavaliere ha il dovere di non essere interessato. La prodezza non vale niente senza la liberalit. Il mondo dei torneanti ostenta quindi di anelare non al guadagno, bens al premio, cio alla gloria. Venuto solo al torneo di Pleurs Guglielmo il Maresciallo, secondo il suo panegirista,
 
 mai ai guadagni egli intese
 ch a ben fare sempre tutto tese,
 del guadagnare non gl'import.
 Quel che pi valse egli guadagn,
 che molto ricco diventa colui
 che l'onore conquista e guadagna.
 
Lo si vide poco tempo dopo, a Joigny, distribuire la sua parte d'incassi ai crociati
 
 e liber da lor prigione
 dei cavalieri che egli aveva presi
 e che a gran prezzo furono resi.
 
Il valore supremo (fonte d'altra parte anche di profitto per coloro che vi si avvicinano, perch avere un buon posto nell'albo d'onore permette di ottenere maggior paga dai capitani) sta nel premio conferito al migliore alla fine del torneo, secondo le deliberazioni dei grandi. Una ricompensa simbolica (a Pleurs  rappresentata da un luccio; una dama lo offre al duca di Borgogna, che lo rifiuta, come lo rifiutano tutti i capi dopo di lui. Infine due cavalieri e uno scudiero lo portano solennemente a Guglielmo il Maresciallo: lo trovano con la testa sopra l'incudine, mentre il fabbro, a gran fatica, cerca con tenaglie e martello di liberarlo dall'elmo contorto e conficcato fino al collo). Bisogna inoltre rendersi ben conto di quale significato importante all'approssimarsi del tredicesimo secolo il premio viene ad assumere:  questo premio infatti che conferisce decisamente al torneo l'andamento di un concorso, di una competizione d'onore, e su di esso si fondano tutti quegli impercettibili movimenti che, alla vigilia di Bouvines, fanno s che il comportamento cavalleresco sia modificato. Due ne sono le ragioni. Primo:  il momento in cui proliferano grandemente gli avventurieri, in cui per conseguenza si vede la necessit di dare pi solida consistenza a una morale della guerra nobile. Poi, perch la distribuzione degli onori ha luogo sotto lo sguardo delle donne. Difatti le dame non mancano a queste feste della violenza. Talvolta, come a Pleurs, sono loro che, con le proprie mani, consegnano al vincitore gli emblemi del valore. La mattina del torneo di Joigny, mentre si preparavano, i cavalieri videro comparire la contessa e le sue dame: abbandonarono gli elmi e accorsero, e si presero per mano per danzare. Uno domand:

 ...chi sar
 cos cortese che canter?
 
Sar certo Guglielmo il Maresciallo: egli intona un lai che tutti riprendono. Cos, in quel tempo, i tornei divennero anche scuole di cortesia: tutti sapevano che avrebbero potuto conquistarvi l'amore delle dame, mediante certi atteggiamenti facili da apprendere. E poi intervenivano, proprio in quel momento, altri professionisti quegli istrioni da noi chiamati araldi. Agenti pubblicitari, impresari, ma anche venditori di gloria: quando in una esercitazione d'armi vedono qualcuno agire con virile energia essi compongono in suo onore una canzone. Cos fece, il mattino di Joigny,
 
 ...un cantore
 che era un araldo nuovo.
 
Astutamente, nel ritornello diceva:
 
 Maresciallo,
 che mi date un bel cavallo.
 
E Guglielmo non pu fare a meno, nel corso del combattimento, di catturare un destriero per offrirglielo.
Quel che importa  che, grazie a tali celebrazioni da allora fu esaltata la prodezza individuale. Cos il torneo veniva ad esser l'ambiente di una ancor maggiore trasformazione. Per affrontare la schiera avversaria era proprio necessario stringersi in squadre, in gruppi strettamente legati, ma nelle peripezie del gioco alcune personalit emergevano dalla folla, scalavano i gradi della altezza, e su questi campioni, divulgata dai racconti e dagli elogi, andava a concentrarsi la fama tutta intera, come appare dalle relazioni di Bouvines. Non si vedeva che loro. Indubbiamente il movente del loro innalzamento era materiale: questi uomini erano i vincitori, potevano ben pagarsi quelli che li incensavano. Ma il profitto veniva qui sublimato. Come i cavalieri, mostrandosi generosi, intendevano tenere le distanze nei confronti dei borghesi arricchiti, cos, di fronte ai cottereau e ai Brabantini, che si impegnavano onestamente, seriamente, ma senza iattanza, si sentivano costretti a essere valorosi, a ostentare coraggio, a esibire la temerariet. Un coraggio di cui erano giudici le dame, commosse fin nel profondo da un entusiasmo che scalzava la loro difesa e le rendeva pi facili da conquistare. Nel cavaliere si compendiava la prodezza, principale virt della nobilt (fu allora che codardia divenne a poco a poco villania) e ormai virt di un uomo, la cui azione certo continuava ad appoggiarsi interamente sulla solidariet di una squadra, ma che considerava la sua gloria come un bene proprio, una ricchezza che lo emancipava dal suo gruppo e che egli intendeva sfruttare da solo - come era propriet di un qualsiasi mercante il sacco di monete che trasportava con s in mezzo a una carovana. In quel continuo scambio di gruppi e di denaro che era il torneo, divertimento che si svolgeva nell'arbitrario, nel profano e sotto la minaccia delle punizioni della Chiesa, la prodezza divenne una base di libert e di sicurezza. Essa emancip l'individuo dal giogo sentito, necessario, costrittivo e talvolta soffocante, del lignaggio e delle amicizie. Essa dava l'illusione della solitudine, di quella solitudine gloriosa, esaltante, immaginaria dei Parsifal e dei Gauvain erranti.
L'avvenimento che Bouvines rappresenta s'illumina se lo collochiamo al suo vero posto, nella lunga serie di progressi che nel corso del dodicesimo secolo modificarono le forme dell'azione militare; nella concatenazione dei perfezionamenti tecnici che portavano incessantemente a rinforzare le difese e che avevano finito per fare di una giostra di cavalieri pesanti, invulnerabili, e perci meno pavidi, la chiave di qualsiasi combattimento; all'interno di un lento irrigidimento dei quadri politici, per cui la guerra si trovava a poco a poco imprigionata negli ordinamenti di pace, dei quali i grandi principi avevano il predominio, e ci provocava il fiorire dei tornei; nella invasione progressiva di una potenza, quella del denaro, che rendeva la cavalleria pi ansiosa di difendere i propri privilegi, preoccupata per la concorrenza dei mercenari e per la fortuna dei mercanti, attenta ai sordi fremiti di rivolta che chiunque vi prestasse orecchio poteva percepire nella profondit del popolo sottomesso, ma anche nel progresso di uno slancio culturale ininterrotto. Nel 1214 sono sempre pi rari i cavalieri che non sappian leggere, o recitare almeno qualche poema, e cantare. Il che spiega la nuova consistenza assunta, nell'ordo dei guerrieri, da un sistema ideologico, la cui autonomia si  affermata di fronte a quella di un altro sistema ideologico, proprio, questo, degli ecclesiastici. Non senza fatica si riescono a discernere le forme pi antiche e le lunghe germinazioni che preludettero al fiorire di tale sistema di rappresentazioni, concetti, immagini ed emblemi rituali, che giunsero alla maturit all'epoca di Bouvines. Per lunghissimo tempo, sino agli inizi del secolo dodicesimo, tutte le manifestazioni della cultura abbastanza valide per arrivare sino a noi, tutti i discorsi scritti o tradotti in immagini visive, erano rimasti opera di preti o di monaci, e lo storico deve indovinare attraverso ci che costoro hanno espresso quel che avevano allora in mente i guerrieri. Cosa non facile. Tanto meno facile in quanto, mezzo secolo prima di Bouvines, l'atteggiamento della Chiesa verso la militia era ancora, in complesso, aggressivo e pieno di biasimo, stando almeno alle testimonianze fra cui le pi illuminanti provengono fino a quel momento dal monachesimo, che continuava a dominare le istituzioni ecclesiastiche e, istigatore di penitenza, professava il disprezzo del mondo della carne. La sola via di perfezione allora proposta al cavaliere era la conversione. Sciolga il budriere, indossi l'abito di san Benedetto ed entri, anche se moribondo, nel monastero: non potrebbe prepararsi meglio ad affrontare la morte e il giudizio universale. Orderico Vitale riferisce l'attivit di uno di questi propagandisti della rinuncia, il chierico di famiglia Grold d'Avranches, cappellano, all'inizio del dodicesimo secolo, nella casa di Ugo di Chester: Egli notava in parecchi cavalieri, e giustamente la rimproverava loro, l'impetuosit della carne; deplorava l'eccessiva negligenza dei pi negli uffici divini. Intensificava avvertimenti salutari ai pi importanti baroni, ai semplici cavalieri e ai "giovani". Dal Nuovo Testamento e dai fasti cristiani traeva gli esempi di santi guerrieri degni di ammirazione. Raccontava la vita dei martiri, dei santi cavalieri Giorgio, Teodoro, Sebastiano, Demetrio, e anche di sant'Eustachio e di san Maurizio. Ma parlava anche del santo campione Guglielmo (d'Orange) che, dopo lunghi combattimenti, rinunci al secolo e, sotto la regola manacale, gloriosamente lott per il Signore. I menestrelli, aggiunge Orderico, cantavano di solito una canzone di quel santo. Meglio vale per fare riferimento a quel che ne dicono i saggi della Chiesa, ed egli stesso d una versione dei fatti, appresa da un monaco di Winchester, e da lui giudicata pi autentica. L'eroe ha dapprima combattuto la guerra giusta: Egli ha dovuto sostenere molte lotte contro i Barbari d'oltremare e contro i Saraceni delle vicinanze; grazie al soccorso divino con la sua spada salv il popolo di Dio ed estese il dominio del cristianesimo. Ma un giorno, nonostante i pianti e le suppliche di tutta la nobilt, decise di lasciare la vita mondana e and ad offrire le proprie armi a san Giuliano di Brioude. A Dio don il suo elmo e poi un bellissimo scudo sulla tomba del martire. Nel cuore del santuario, nella cripta, aveva dunque deposto le sue armi di difesa. Ma aveva lasciato alla porta quelle per le aggressioni, le pi allarmanti. A piedi, indossato il cilicio, prese allora come penitente, come pellegrino del Cristo, il cammino verso il monastero da lui stesso fondato a Gellone. Termin l i suoi giorni nell'umiliazione di lavori servili. Cos Grold riferiva frequentemente i titoli di gloria degli invincibili guerrieri del Signore e, ora con la dolcezza, ora con la minaccia, incoraggiava quelli che vivevano con lui e gli uomini d'arme a impegnarsi in un tal genere di vita. Esortazione efficace: cinque cavalieri entrarono nell'abbazia di Sant'Evroul dove scrisse Orderico.
A quell'epoca, san Bernardo di Chiaravalle mostrava il medesimo atteggiamento. Nel preciso momento in cui i concili di Reims e di Clermont condannavano i tornei, egli redigeva il suo De laude novae militiae ad milites Templi. Militia, malicia: la milizia del secolo serve il diavolo e non Dio. Voi caricate i vostri cavalli di gualdrappe di seta; ricoprite gli usberghi di non so quanti pezzi di stoffa; decorate con pitture le ascie, gli scudi e le selle; sui morsi dei cavalli e sugli speroni sprecate argento, oro e pietre preziose. Sono forse queste le insegne della condizione militare? Tali ornamenti non sarebbero forse pi adatti alle donne? Vediamo che, come le donne, vi lasciate crescere una massa di capelli che vi offuscano la vista, che vi avviluppate in camicie lunghe fino ai piedi, che nascondete le vostre mani delicate in maniche tanto larghe quanto lunghe...  l'orgoglio che muove i cavalieri, l'intemperanza, una crisi di follia che li getta nei combattimenti. E dovete pure aver timore di uccidere la vostra anima con lo stesso colpo con cui uccidete l'avversario, o di venire per mano sua uccisi contemporaneamente, nel corpo e nell'anima. Grazie a Dio una nuova cavalleria  nata sulla terra, quella degli ordini religiosi militari, l'ordine dei Templari e degli Ospitalieri, di recente fondati in Terra Santa proprio nel paese che il sole d'oriente  sceso a visitare dall'alto dei cieli. In tal modo, l dove Egli stesso ha vinto con la sua mano possente il principe delle tenebre, la spada di questa valorosa cavalleria sterminer presto i suoi satelliti, voglio dire i figli dell'infedelt. Essa redimer ancora una volta il popolo di Dio e far rinascere davanti ai nostri occhi il raggio del sole, nella casa di Davide, suo figlio. I Templari hanno rifiutato il mondo, il lusso, la vanit - essi si tagliano i capelli perch considerano, come l'Apostolo, vergognoso per l'uomo curare la propria capigliatura, - la leggerezza, la preoccupazione di una gloria profana. In comunit essi combattono - come ha fatto a lungo frate Guerrino - nella disciplina e nella prudenza, in battaglioni ben ordinati. Conducono un duplice combattimento, a un tempo contro la carne e il sangue e contro gli spiriti del male sparsi nell'aria. Bisogna seguirli, se non si ha il coraggio di rinunciare del tutto ai piaceri della guerra. Lo stesso Bernardo di Chiaravalle si era convertito mentre era un giovane cavaliere. Dopo la conversione fa appello a tutti gli altri e sogna abbazie piene di guerrieri penitenti, poveri e puri.
Nel medesimo periodo le strutture monastiche si erano modificate per accogliere gli adulti che abbandonavano le armi mondane. Le comunit benedettine avevano assai presto ammesso tra loro i cavalieri che, sul letto di morte, chiedevano di rivestire saio e cocolla; si aprirono, nel corso del dodicesimo secolo, ai conversi barbuti, vecchi combattenti rattrappiti e stanchi di cavalcare, che cercavano un rifugio quieto e pio, che non avevano imparato a cantare nelle funzioni religiose e che non si sapeva come occupare nei chiostri di Cluny. Appunto per gli uomini d'arme si formarono e poi si diffusero largamente le confraternite dei Templari e degli Ospitalieri, dove erano persino accettate reclute che rimanevano solo intenzionali, come Guglielmo il Maresciallo che, al termine della sua giovinezza, verso i quarant'anni, ader all'ordine del Tempio, ma senza entrarvi effettivamente. Un giorno ne indoss il mantello, ma gli serv una sola volta: per ricoprire la sua spoglia durante la cerimonia funebre. Ora, la duttilit di tali aperture, questa agevole osmosi tra la vita monacale e quella secolare, rafforzavano a poco a poco l'idea che, senza lasciare il mondo, nel compimento di una funzione affidatagli da Dio, il cavaliere poteva raggiungere una specie di perfezione. Dopo la met del dodicesimo secolo cominci il declino del monachesimo. Ormai nella Chiesa la parte pi importante  rappresentata dai chierici; e costoro sono sempre rimasti intimamente fusi con la societ militare. Si vedono canonici combattere da prodi per difendere dai soldati di ventura i beni della loro cattedrale, e anche dei vescovi. Quello di Beauvais, ad esempio, Filippo di Dreux, che a Bouvines adoper la mazza e, quindici anni prima, un capo di cottereaux aveva catturato, non come prelato, dice la Chanson di Guglielmo il Maresciallo, ma come cavaliere, armato di tutto punto e con l'elmo allacciato. Nella Francia del Nord - a differenza del Sud, dove il sacro resta pi nettamente separato dal profano e la cultura cortese, quella dei trovatori, dei sirventesi, erotica e politica, sfugge assai pi all'influenza della Chiesa - drappelli di chierici in casa dei principi, grandi e piccoli, vivono gomito a gomito con i giovani che si esercitano nelle armi, e si applicano a farli divertire. Forti del loro sapere, di un bagaglio spirituale che consente loro di dare forma poetica ai sogni che si agitano intorno a loro, i chierici per primi costruiscono, per il piacere e l'educazione dei giovani, un edificio culturale di robusta struttura e autonomo, di una autonomia che non  punto il riflesso di prediche e di omelie ascoltate distrattamente nelle basiliche e all'entrata dei monasteri, ma che risponde assolutamente ai gusti della giovent, traduce le speranze e le frustrazioni dei cavalieri scapoli, quelli delle compagnie erranti e dei tornei, classe varia per et e numerosa il cui orizzonte culturale differisce sensibilmente da quello dei seniores, della gente sposata.
La cultura di Baldovino, conte di Guines, sta tutta in certi scritti, come quella degli antichi re, di cui i principi hanno a poco a poco imitato il comportamento. Egli non sa leggere, tuttavia tiene presso di s i libri delle scuole e dei sapienti, che trattano delle cose sacre e trasmettono in parte il pensiero dei Padri della Chiesa, ma sono stati tradotti dal latino in lingua volgare: per il conte non sono, invero, inutili ornamenti, ma una riserva di cognizioni a cui pu attingere, grazie alla mediazione di lettori, il senso delle Scritture e della liturgia che si addice agli uomini del suo rango e della sua et. Invece la cultura di suo figlio Arnolfo, il giovane, il torneante,  cultura orale, del tutto profana, e si manifesta nel campo dell'immaginazione. Piove troppo, il gruppo dei compagni  costretto a interrompere i vagabondaggi e a stare inoperoso due giorni e una notte nella sala del castello di Guines; ammazzano il tempo alla meglio, raccontando avventure, quelle degli eroi che ci si sforzer di emulare. Tali eroi sono di tre tipi. Quelli della crociata, della terra di Gerusalemme, dell'assedio di Antiochia, degli Arabi, di Babilonia, dell'oltremare, le cui imprese ben conosce Filippo di Montgardin, un compagno di Arnolfo. Quelli dei romanzi e delle canzoni di gesta: la storia degli imperatori romani, di Carlomagno, di Orlando e di Oliviero, del re Art, le gesta e le favole di Bretagna, di Gormont e Isembart, di Tristano e Isotta, di Merlino, sono raccontate da Roberto di Coutances. Infine i veri e propri eroi della stirpe ed , questa volta, a un membro della famiglia, a Gualtiero di L'Ecluse, consobrino del giovane Arnolfo, che tocca parlarne. L'epopea di Dio, dei racconti che fanno vagare tra la leggenda e la favola, la gloria degli antenati: tutto ci trasmesso con la parola, di bocca in bocca, per essere depositato nella memoria dei giovani. Costoro tuttavia accolgono tra di loro anche degli anziani (Arnolfo di Guines viveva con ragazzi della sua et, ma teneva con s anche dei vecchi e dei decrepiti perch raccontavano le vecchie avventure, e anche uomini di Chiesa: il prete Lamberto d'Ardres in persona, dal cui racconto abbiamo appreso tutte queste cose). Fu, tra le altre, funzione di questi chierici, che sin dall'infanzia erano allevati in casa e partecipavano volentieri alle scorribande, fissare con la scrittura la labile materia di questa letteratura orale: le storie della Terra Santa, dell'imperatore dalla barba fiorita e dei suoi dodici pari, dei cavalieri erranti tra le magiche foreste e, forse in primo luogo, le gesta degli avi. Nel corso del dodicesimo secolo si vedono cos gli scritti genealogici alterarsi, trasformarsi in una galleria di ritratti eroici che offrono ai rampolli del lignaggio il modello di una condotta esemplare. La memoria familiare diventa cos una specie di tesoro onorifico, trasmesso di generazione in generazione, che ciascuno si sente in dovere di arricchire, che deve evitare, in ogni caso, di sperperare. L'ambiente in cui si educa al valore.
Poich nel Nord del regno di Francia sono i chierici a dargli una forma, esso viene un poco contaminato dalla ideologia della Chiesa. Per la verit in modo molto discreto, soprattutto indirettamente attraverso lo spirito della crociata. Difatti, dopo il 1150, questa letteratura contribuisce a rafforzare una nuova concezione della cavalleria: cavalleria laica, profana, in contrasto con tutti gli altri corpi della societ. Ordine supremo - il pi alto che Dio abbia creato proclama Parsifal - e fondato su di una costellazione di virt. L'antico edificio dell'onore era tutto costruito su di un solo pilastro: la lealt, il rispetto della fede giurata, quella fedelt ai legami del sangue e ai doveri dell'amicizia che riuniscono i conrois, i gruppi della guerra (ci che cento anni prima di Bouvines trattiene il visconte di Beaumont dal rompere un'alleanza, dal rimangiarsi la parola data, dall'abbandonare i compagni per fare la pace,  la paura di coprire di vergogna e di obbrobrio tutta la sua parentela). Ma altre tre virt sono venute a poco a poco a fondersi con la prima: la cortesia, una maniera onesta di comportarsi verso le dame, e soprattutto la prodezza e la grandezza.
Due qualit indissolubili, che il linguaggio esprime con maggior forza giocando sull'assonanza. L'elogio che la Chanson di Guglielmo il Maresciallo fa del conte di Salisbury, Guglielmo detto Lunga Spada che della prodezza fa sua madre, e della grandezza fa il suo alfiere riprende e di virt e di grandezza del Roman de Brut, messo in rima settantacinque anni prima. Per virt senza aggettivi intendiamo il coraggio. Alle soglie del dodicesimo secolo questo non figurava fra i valori essenziali dell'etica cavalleresca. Tutt'altro, come si vede chiaramente nei giudizi che la Storia anonima della prima crociata d dei combattenti: un racconto fondato sulla diretta testimonianza di un cavaliere che se ne intendeva. Questo testo celebra il coraggio delle unit militari e dei gruppi - poich si tratta solo di gruppi, e quando si accenna a un individuo  sempre un capo, che non viene mai giudicato come persona ma quanto alla funzione esercitata in seno a un gruppo di cui  responsabile. (E d'altronde, attraverso la connessione delle parole, l'idea di coraggio viene collegata a quella di forza fisica e di prudenza, qualit statiche). Ma senza percepirlo come assenza di timore. La temerariet al contrario sarebbe da condannare, considerata cecit, equiparata all'orgoglio, peccato grave, peccato capitale perch mette contro Dio. Il coraggio - la forza, la saggezza - appare dunque una virt passiva, stato di attesa fiduciosa, ferma, di sottomissione alla volont divina, un aspetto della speranza. Se l'uomo deve aiutare Dio a realizzare i suoi disegni sarebbe colpevole ardire il voler forzare il loro corso: il guerriero pio ha il dovere di inchinarsi davanti a quanto di essi conosce. Il coraggio  pertanto ornamento dell'azione, quasi un gioiello: di qui, nel parlarne, l'uso esclusivo di avverbi e aggettivi. Non  la causa prima dell'azione come, invece,  la paura, la quale nel discorrere  espressa per mezzo di sostantivi e di verbi. La paura ossessiva, sempre presente: presente prima dell'azione, nel momento che precede lo scontro, in cui si misurano le forze avverse contando i cavalieri e i fanti che si hanno di fronte e si sbaglia nella esagerazione provocata dall'ansiet, la paura che aumenta quando comincia il combattimento. La si pu ancora reprimere nella foga dei primi attacchi, ma essa invade tutto appena si intravvede qualche frattura nella compattezza dei gruppi: esplode all'improvviso nella disfatta.  interessante osservare come questo sentimento sia pi spesso giustificato che biasimato, quale manifestazione di vera prudenza, cio di autentico coraggio, di umilt necessaria di fronte agli avvertimenti del cielo e che, quasi sempre, l'autore della Storia si limiti ad avvertirne la presenza, semplicemente, senza commenti, come di una costante della mentalit militare, che in nessun caso potrebbe disonorare. Cento anni pi tardi, al tempo di Bouvines, tutto  cambiato. Ormai il coraggio  ci che, pi di ogni altra cosa, costituisce il pregio del cavaliere, ci che gli vieta l'impiego di armi indegne, di sotterfugi che potrebbero farlo credere un codardo. Gi nel 1197 Guglielmo il Maresciallo combatteva Filippo Augusto, in compagnia del conte di Fiandra. I baroni proposero di trincerarsi dietro i carri portati in gran numero dai comuni fiamminghi; di quando in quando sarebbero sbucati da quel rifugio per cimentarsi contro i Francesi. Iddio non voglia, risponde Guglielmo: n comuni, n baluardi: si combatter in campo aperto senza pensare alla ritirata. Nella assemblea delle virt cavalleresche la Temerit ha detronizzato la Prudenza e si  collocata nel seggio pi alto. La Temerit e la sua compagna d'obbligo: la Prodigalit. E nello stesso momento, per un parallelo slittamento, nella morale predicata dalla Chiesa l'orgoglio a poco a poco cede all'avarizia il primo posto tra i peccati. Dal coraggio viene infatti il guadagno. Ma il guadagno  in se stesso spregevole. Un prode non potrebbe guadagnare se non per dare di pi. Nulla, tranne la virt dello sperpero, giustifica i profitti ricavabili dalla guerra o dai suoi simulacri. Torniamo ancora una volta a Guglielmo il Maresciallo che
 
 si agit in molte e varie terre
 per valore ed avventure e guerre
 e molto spesso ricco ritornava.
 Ma n avarizia n tirchieria usava
 s da non spender ci che possedeva...
 Tanto moltiplic la sua prodezza
 e sua bont e tutta sua larghezza
 ch'era tenuto in alto alto conto
 da re e regine, e molti duchi e conti.
 
In questa scuola, seguita da tutti i cavalieri bennati di Bouvines, nella vita errante, nel torneo, nella guerra tollerata a met e nella guerra giusta, quella vera, guidata dal re e dal buon Dio, per meglio instaurare la pace, la cavalleria

 cosa s forte, cosa s ardita
 e per apprenderla cos costosa
 
- e non alludiamo pi con tale parola a un gruppo sociale, ma a una qualit, un ornamento dell'anima, onore non ugualmente ripartito, ornamento non pi di gruppi, ma di persone - la cavalleria  cosa che rende. Rende denaro, e molto. Come tutte le cose di questo mondo essa rientra in parte nel campo del pervertimento: se ne conosce un lato d'ombra, dove si nasconde, come un aculeo segreto e vivo, la lusinga del bottino, l'interesse. Ma, simile al mantello di seta che si getta sugli usberghi, c' l l'ideologia pronta a dissimulare ci che disturba, ad abbellire ogni cosa con piacevoli colori. E pronta a rassicurare. L'avidit si traveste cos da coraggio, prende la maschera di quell'impetuoso, impavido, disinteressato ardore che piace alle donne e che, si dice da qualche tempo, non dispiace pi tanto nemmeno a Dio.

La sola differenza tra un torneo e un vero combattimento sta nell'intenzione: la guerra  animata dall'odio, dalla brama della tuitio e dell'ultio, di difendersi e di vendicarsi.  un'operazione giusta, quando  condotta rispettando i divieti. Per un momento infrange l'ordine, ma soltanto per ripristinarlo meglio, rintuzzando l'ingiuria, rendendo a ciascuno il proprio diritto. O perch non  presente un'autorit giuridica costrittiva per colui dal quale ci si deve proteggere o del quale ci si deve vendicare, oppure perch la vittima sceglie di non farne denuncia, o perch infine il colpevole rifiuta di inchinarsi alle decisioni di un'assemblea di arbitri, la werra  legittima. Pi legittima del torneo, che  un divertimento collettivo. Non certo ostentazione e ricerca di vane e meschine glorie, ma necessario uso della forza contro uno sfuggente nemico del bene. Qui  di rigore l'offensiva che deve obbligare l'avversario a cedere, ad abbandonare la presa, ad arrendersi alle parole di pace, a riparare ai torti commessi. Per intimidirlo, sottometterlo, per fargli intendere ragione, che cosa di meglio si potrebbe fare che devastargli le terre?
Con questo pretesto la guerra riprende allora il suo antico aspetto, quello delle imprese di saccheggio, che sempre, ogni anno, avevano lanciato le trib le une contro le altre.  una raccolta di bottino dove ciascuno se la gode un mondo, con la coscienza tranquilla, e d grandissime prove di valore: nessun miglior combattente di quello che ha talento per gran mal fare. Il capo vuole risarcirsi delle fatiche, coloro che lo accompagnano sono venuti soltanto per arraffare e in loro la sveltezza  proporzionata alla cupidigia. Nel 1127, in Fiandra, Galberto di Bruges descrive centinaia di cavalieri e quanti tra gli uomini dei comuni delle citt erano in grado di portare un'arma, mentre muovono solleciti verso un onorevole scopo: vendicare il conte ucciso. Sono riuscti finalmente a ricacciare gli assassini nella chiesa del castello di Bruges; eccoli l pieni di audacia e bramosi di combattere, vedono davanti a s gli assediati, richiamano l'antico coraggio, pensano come sarebbe bello morire per il padre e per la patria. Quale gloria ne avrebbero i vincitori! Scellerati, criminali quei traditori che del tempio di Cristo hanno fatto il proprio covo! Bramosi soprattutto del tesoro e del denaro del signor conte, essi pensavano al bottino che stavano per fare, non appena avessero vinto gli assediati e, aggiunge quell'eccellente osservatore che  Galberto, bastava ci soltanto a infiammare il loro zelo. I guerrieri quindi deprederanno tutto, ciascuno per s, o meglio ciascun gruppo per s.  un groviglio di interessi disonesti, un accanito arraffare - tranne quando, di tanto in tanto, chi dirige la guerra tenta, senza gran successo, di ripartire in parti eguali le spoglie. Qualunque azione di grande portata rischia ogni momento di essere interrotta dalle ruberie, dall'irresistibile tentazione di non lasciar prendere dagli altri alcunch. A Bruges gli omicidi poterono rifugiarsi nella chiesa e barricatisi perch i loro inseguitori, nel momento decisivo, abbagliati dalle prede offerte ai loro occhi, avevano smesso di rincorrerli: essi erano tutti volti al bottino e al saccheggio, rovistavano qua e l, dalla casa del conte a quella del prevosto, dal dormitorio al chiostro dei canonici... sperando di impadronirsi del tesoro del conte e del mobilio delle case situate entro la cinta del castello. Portarono via dalla casa del conte parecchi materassi, tappezzerie, tele, coppe, paioli, catene, sbarre di ferro, legacci, corde di minugia, gogne, bracciali, tutti gli strumenti di ferro usati nelle prigioni, la porta di ferro del tesoro del conte, le condutture di piombo nelle quali scorreva l'acqua dei tetti. Essi rubarono ogni cosa, persuasi di poterlo fare senza commettere un delitto. Nella casa del prevosto presero i letti, i cassoni, le panche, gli abiti, le coppe e tutto l'arredamento. Non dir dell'immensa quantit di carne, di grano, di vino e di birra che saccheggiarono nella cantina del conte, del prevosto e dei canonici. Nel dormitorio dei canonici, pieno di vesti costosissime, fecero tale bottino che, per portarlo via, non cessarono di andare avanti e indietro da quando entrarono nel castello fino a notte. Prede meno irrisorie di quanto sembri, poich si trattava di un mondo misero, attanagliato dalla fame o dalla paura della fame, e il metallo e i tessuti erano cose rare, e le monete d'argento venivano astutamente nascoste. In una penuria universale tutto serve da preda: la guerra fa il vuoto e caccia i contadini nei boschi e nelle paludi o dietro le mura delle citt. Ci che vi  di pi sacro pare l'asilo migliore. Ci si precipita nelle chiese. Una di esse ospit parecchi giorni gli assassini di Carlo il Buono. Se ne vedono certune, appena si avvicina il nemico, ingombre di ceste e di sacchi, di tutti gli arnesi degli sgomenti contadini, trasformate in magazzini del popolo privo di una giusta difesa. Nel pieno della caccia accade che grappoli di miserabili, sfiniti, si aggrappino alle croci dei crocevia: allora sono praticamente salvi, se chi li insegue non sono avventurieri, ma guerrieri timorati di Dio. In guerra, per, la miglior preda , come nel torneo, il cavaliere del campo avverso.
Bisogna impadronirsene, e perci disarcionarlo prima che abbia potuto raggiungere uno di quei castelli, grandi o piccoli, che sono altrettanti rifugi. Si tenta con la lancia, ma questa  presto spezzata. Pi efficaci i ferri uncinati che sono maneggiati dai fanti e servono a tirare l'uomo gi dal cavallo. Ma questi possono agire soltanto se l'avversario  accerchiato. Il nemico  inseguito come un cervo dalla muta, ma si bada a non ucciderlo perch vale molto solo se vivo. In guerra raramente ci si uccide fra cavalieri, meno forse che nell'impeto dei tornei, che sono giochi in cui la passione fa perdere qualsiasi controllo. In guerra la morte  un funesto incidente. E per pi di un motivo: in primo luogo perch inasprisce gli odi fra i due partiti e aggrava i motivi delle contese. Un giorno, in Normandia, tredici cavalieri ne inseguivano un altro; facevano il possibile per prenderlo vivo, ma nella furia il fuggiasco fu disgraziatamente raggiunto da un colpo di lancia: con gran rammarico di quelli che l'avevano ferito, il coraggioso cavaliere per il giorno stesso. Il potente signore in nome del quale s'era fatto l'inseguimento sent perfettamente che i suoi uomini avevano commesso un grave crimine, e che tale uccisione avrebbe attirato gravi calamit sulla sua terra. Egli soffoc sul nascere i rancori, concludendo in gran fretta la pace con i nipoti della vittima per paura che, dalle radici di una cattiva azione, nascessero molti disordini che, risorgendo ininterrottamente da quella specie di pestilenza, causassero ogni giorno fatti ancora pi riprovevoli. Tale  la guerra del dodicesimo secolo. Nessuno pensa che uccidere sia qui pi lecito che in pace, n che le conseguenze ne siano minori: il che spiega l'estrema rarit di queste sciagure fortuite. Dopo l'assassinio del conte Carlo nel 1127 per pi di un anno la guerra infier in tutta la contea di Fiandra, e pi di mille cavalieri si affrontarono. Galberto di Bruges ne d una relazione estremamente minuziosa, una serie di appunti presi giorno per giorno; egli si trovava al centro dei fatti, era lucidissimo e sapeva contare. Egli in tutto e per tutto accerta sette morti. Due non erano cavalieri, l'uno fu ucciso da una freccia, l'altro dal coperchio di un cofano che gli cadde addosso mentre stava saccheggiando. Dei cinque combattenti nobili uno solo mor colpito da un avversario, durante un inseguimento. La morte degli altri quattro sopravvenne per incidenti vari: una brutta caduta da cavallo, un passo falso scalando un muro, lo sprofondamento di un soffitto, un'eccessiva foga soffiando nel corno, per cui si riaperse una vecchia ferita. Nel momento cruciale dello scontro, nell'assalto finale della collegiata di Bruges, che Galberto vide con i propri occhi per speciale grazia di Dio, della gran moltitudine che vi entr, nessuno per. Allorch l'autore del racconto impiega la parola carneficina aggiunge: non saprei dire il gran numero di uomini che furono colpiti e feriti. Non dice uccisi. Il tiro degli arcieri mercenari incute timore non perch uccide, ma perch ferisce gravemente i fanti che sono mal equipaggiati: in quanto a coloro che portavano un'armatura, immuni da ferite, ma non da contusioni, fuggivano spaventati. Anche se difesa dalle migliori armature la cavalleria si comporta con prudenza, e al momento buono scappa. Dalla guerra la cavalleria ritorna coperta di piaghe, e soprattutto di bernoccoli, ma ritorna.
La guerra  una caccia, condotta da uomini esperti, padroni di s, validamente protetti, che non sognano di sterminare i propri nemici, se sono cristiani, ma soltanto di catturarli. Per farne oggetto di riscatto. Ancora una volta, per guadagnare. La spedizione  ben riuscita? Si  portata via qualche preda? Talvolta i prigionieri, perch si affrettino a trovare i denari del riscatto, vengono rinchiusi in una mala prigione. Guglielmo di Breteuil rimase rinchiuso tre mesi, e d'inverno i suoi guardiani lo esponevano al vento del nord con indosso solo una camicia umida. Ma  un modo ben villano, cotesto, di trattare i cavalieri,  un modo che disonora. A Chinon Giovanni Senzaterra teneva cos male i suoi prigionieri che quelli che eran con lui ne ebbero vergogna. Un buon principe, sull'esempio del re Guglielmo il Rosso fa togliere loro le catene, ordina di dar loro abbondante cibo, fuori della prigione con la sua gente, nel cortile interno: e dopo il pasto li lascia liberi sulla parola. Come la sera di un torneo. E se i suoi gli insinuano il timore che i prigionieri possono evadere si irrita e li rampogna: Lungi da me l'idea che un buon cavaliere violi la parola data, se lo facesse sarebbe degno di disprezzo, come un uomo senza legge. La cavalleria  effettivamente una buona brigata, in cui si rispettano le convenienze. Almeno quando la spedizione  finita, quando ognuno  sicuro delle sue prede e sono state pagate tutte le cauzioni. Nessuno vuol rinunciare neppure a uno dei benefici.
Una tale preoccupazione abbrevia tutte le cavalcate. In bande, riuniti in compatte formazioni, dietro uno stendardo, e quando il capo dell'impresa detiene un certo potere, in una gran riunione di bandiere e di squadre, i cavalieri penetrano nell'area della caccia, invadono il territorio di quel signore che bisogna, vien loro detto, costringere alla pace. Avanzano risoluti, armati alla leggera, su cavalli di truppa, preceduti da esploratori, che scovano le prede e le incalzano. Tali cacciatori, conoscendo il terreno meglio di quanto si potrebbe immaginare, perch non rimangono mai a lungo a casa e sono sempre in cammino in tutti i luoghi, sanno orientarsi e serbano l'esatto ricordo dei rami spezzati dai cacciatori e delle piste. Conoscono i migliori itinerari, scelgono le vie giuste, le vecchie strade romane tenute alla meno peggio e che al ritorno saranno percorse dai carri carichi di bottino. Ogni cavaliere in armi  seguito dal destriero che inforcher fresco all'ultimo momento, per attaccare, inseguire, o per fuggire pi in fretta, e da un ragazzo che lo aiuter a indossare la parte pi pesante dell'armatura, e da un cavallo da soma carico di bagagli. I fanti marciano in disparte, nella polvere. L'avanzata  un continuo agguato. Si saccheggiano, si distruggono, passando, i miseri beni dei contadini. Si cerca il nemico, se ne seguono le tracce; se non  in forze si nasconde, tende delle insidie;  necessario sorprenderlo, braccarlo, assalirlo e in un corpo a corpo tentare pi che si pu di catturarlo. Avanzata prudente, e pi  fruttuosa pi il bottino diventa prezioso e abbondante. Nessuno rischia con leggerezza ci che gi possiede. La guerra non  un torneo:  un affare. Nulla viene messo in gioco per la gloria. Ciascuno sta attento a non eccedere e, quando la razzia  stata buona, ha soprattutto fretta di tornare a casa. Quando la selvaggina diventa pi rara, o si fa pi riluttante e pericolosa per i cacciatori, questi senza vergogna fanno marcia indietro: ritornano per la via pi breve, evitando ogni ostacolo, per le strade pi sicure e con i carri pieni zeppi, con le orde dei cavalli rubati e dei prigionieri. Tale, alla vigilia di Bouvines, la condotta di Filippo Augusto: simile a quella - in ogni estate - di tutti i re suoi antenati. Egli  partito per devastare, ancora una volta, regalmente, la signoria di un vassallo fellone. Sa che l'avversario  forte, circondato da alleati, pronto all'attacco. N lui n i suoi baroni intendono correre troppi rischi. Appena si sentono in una situazione pericolosa, da uomini prudenti quali sono, decidono la ritirata. Il mattino del 27 luglio, prestissimo, in mezzo alla rugiada, svuotata Tournai, l'esercito ripara dietro alle paludi della Marcq: prima che il sole sorga e riscaldi le armature. Ma in ordine. L'armata del re di Francia, a lungo malmenata dagli uomini di Riccardo Cuor di Leone, resa molto saggia, ormai  abituata a tali ripiegamenti, in ranghi serrati, in battaglioni. Sono state messe davanti le cose pi pesanti e pi preziose: i carri con l'orifiamma e, attorno, i fanti dei comuni. Un saldo corpo di guerrieri viene collocato alla retroguardia per fronteggiare ogni sorpresa: da lontano, osservatori armati alla leggera sorvegliano i movimenti della truppa nemica.
Quest'ultima vuol coglier l'occasione: nella ritirata le bande armate sono pi vulnerabili. A sua volta comincia la caccia, per carpire quanto potr, stringere dappresso l'avversario, seguirlo, stargli alle calcagna sin nelle terre capetinge, vendicarsi devastandole e contemporaneamente risarcirsi, per tornare indietro poi nello stesso modo, carica dei frutti della sua rapina. Ma, chiss? All'imperatore e ai conti viene detto che i Francesi hanno paura - ed  vero - che si ritirano in disordine - ed  falso. Non  ancora il momento di farla finita, di meritare veramente il denaro che elargisce il re Giovanni? La morale del buon combattente assoldato, che ritiene un disonore servir male chi lo paga bene, a questo punto dice la sua per bocca di Ugo di Boves, l'ufficiale pagatore; invece, nel consiglio presieduto da Ottone, Rinaldo di Dammartin parla di prudenza, da quell'esperto cacciatore che , consapevole che la gente dell'Ile-de-France - e ce n'! - non fugge n si sbanda nella ritirata. E nondimeno la tentazione di ingenti guadagni, la fiamma dei vecchi rancori, l'aggressivit di un paese contro l'altro, dei Fiamminghi contro quelli dell'Artois e della Piccardia, si rivelano gli elementi pi forti, cedono il passo alla temerariet. Viene deciso che quella domenica si rischier il tutto per tutto. L'imperatore e i suoi alleati hanno scelto la battaglia.
 
 
 
La battaglia
 
La battaglia non  la guerra. Oserei persino dire che  il suo contrario: la battaglia  una procedura di pace. La werra era un'avventura stagionale, un'impresa di saccheggi, una specie di regolare e ardita razzia; era condotta alla maniera contadinesca; per prudenza, si trovava un pretesto qualsiasi per provocarla e si collocava naturalmente in una civilt di cacciatori, entro a quel tessuto di sempre risorgenti litigi che mettevano senza fine in contrasto potenze rivali e egualmente ingorde. In tali incessanti contese la guerra era un argomento come un altro, e veniva adoperata come, in altri momenti, ci si serviva dei matrimoni, di scambio di donne tra lignaggi in contrasto: cos sul filo del conflitto che per tanto tempo spinse l'uno contro l'altro Filippo Augusto e Rinaldo di Dammartin si vedono i litigi alternarsi ai banchetti di fidanzamento. Molestie, scoppi di collera eran motivi bastanti: la guerra era una bravata, un colpo bruscamente lanciato nella speranza di indebolire una resistenza e di ghermire qualche cosa, di procurarsi una garanzia. Appariva soltanto come preludio a incontri meno violenti in cui gli antagonisti, deposte le armi, circondati da parenti e clienti, sarebbero andati a parlare, a gridare, a bestemmiare, a mercanteggiare, a sottoporre la causa all'arbitrato, a permettere a questo o a quello, di fare qualche piccola concessione, tenersi il meglio, pretendere di pi, e alla fine abbracciarsi, mangiare e bere insieme, assistere a funzioni religiose, e accantonare, per un momento, odi sempre pronti a risorgere. La guerra si espandeva attraverso gli interstizi di una rete di continue discussioni - di cui era sempre preparazione o conseguenza - il che spiega anche la preoccupazione di non uccidere. Perch la guerra non sistemava mai niente. Erano le parole quelle che regolavano lo scambio di giuramenti dopo la sentenza. Le spedizioni a scopo di saccheggio erano soltanto degli spintoni che per qualche tempo interrompevano i parlamenti. Invece la battaglia, il proelium, si instaurava proprio nel mezzo di una pacifica deliberazione. Mette improvvisamente tutto in discussione.  una faccenda di vecchi, di seniores, di sovrani, un affare serio, che procede con una certa calma, nel seno di un processo, una ordalia, quali vengono organizzate davanti ai tribunali di allora, una prova, un ricorso estremo al giudizio di Dio.  sua funzione forzare il cielo a dichiararsi, a manifestare i suoi disegni, a mostrare, una volta per tutte e in maniera clamorosa, incontestabile, da che parte sta il diritto. Come l'oracolo, la battaglia appartiene alla sfera del sacro.
 un duello. Le assemblee giudiziarie utilizzavano comunemente questa procedura quando la causa era oscura e sembrava che i dibattiti non dovessero approdare a nulla. In un campo chiuso, delimitato dal cerchio degli astanti, i due avversari arrivavano dunque in armi, dapprima a cavallo, in seguito a piedi, essendo le cavalcature ormai fuori uso, si battevano con la spada, poi in un corpo a corpo, senza scudo, martellandosi di pugni la faccia, cercando di assestare colpi diretti al basso ventre, sin quando l'uno dei due si dichiarava vinto. Egli era condannato: Dio aveva combattuto al fianco del vincitore, aveva emesso il suo verdetto. Talvolta ci poteva sorprendere - e a partire dall'inizio del dodicesimo secolo, nel progressivo maturare dello spirito logico, alcuni cominciano a porsi domande sul valore di simili prove. Non attraverso i risultati, ma attraverso i sentimenti del cuore, scrive san Bernardo, stranamente d'accordo con Abelardo e con il suo sforzo per distinguere l'intenzione dall'atto, un cristiano giudica il pericolo corso in guerra e la vittoria che vi riporta. Poich se la causa ch'egli difende  buona l'esito della guerra, qualunque esso sia, non potrebbe essere cattivo. Nello stesso modo, in fin dei conti, la vittoria non potrebbe essere buona se la causa della guerra non lo fosse, e l'intenzione di quelli che la fanno non fosse retta. Queste riserve non limitarono per l'uso delle tenzoni singolari. I pi grandi principi non esitavano a proporlo a quanti contestavano la loro autorit, come ultimo espediente, per tagliar corto. Cos fece il conte di Fiandra, Guglielmo Cliton, rispondendo al messaggero del suo vero competitore, la cavalleria del paese. Disse: Voglio, s, mettermi alla pari con te e senza indugio provare contro di te, combattendo, che ho sin qui retto la contea con abilit e giustizia. E cos fece Hlie, conte del Maine, allora crociato, proponendo un duello, in nome del Cristo, a Guglielmo il Rosso che tentava di sottrargli l'eredit. E nel parlamento di Gisors, nel 1188, quando l'orgoglio impediva a Enrico secondo e a Filippo Augusto di giungere alla pace, ecco l'idea di un barone: perch non eleggere quattro cavalieri da entrambe le parti
 
 per difendere e cimentarsi
 e chi vincer, avr tutto?
 
Quando la guerra si trascina a lungo e non si intravvede alcuna speranza di ottenere un'efficace sentenza  quindi naturale che si pensi alla prova del duello. Soprattutto quando la questione  importante e l'oggetto del litigio  un complesso di diritti sovrani. Ma se accettano di ricorrere a tale procedura, di solito i principi esitano a misurarsi da solo a solo. Preferiscono condurre con s gli amici, tutte le loro forze. Smisuratamente allargato, il duello diventa allora battaglia, ma la sua natura non cambia. I re vi compaiono, affiancati da pedine, cavalieri, torri, come negli scacchi, e l'esito della partita dipende veramente dal movimento di tutti questi pezzi. Tuttavia tale movimento ha un solo scopo: dare scacco matto a uno dei due re. E prosegue finch tale obbiettivo non sia raggiunto. Ma con quest'ultimo colpo essa si conclude, irrimediabilmente. Cos accade a Bouvines. Da che parte sta il diritto? Dalla parte del papa, vale a dire di Filippo Augusto? Di colui che ha lanciato le scomuniche, che ha diseredato Giovanni Senzaterra? Oppure dall'altra parte? Lo dir Dio. Allora tutto pender da un solo lato. Scegliere la battaglia significa correre il rischio di venire completamente spogliati. Forse uccisi: presente in campo chiuso, nel duello giudiziario, l'intento di morte lo  anche nel campo di battaglia, ma  diretto solamente contro uno dei combattenti, contro il capo avversario; lo si vede chiaramente negli arazzi di Bayeux:  Aroldo colui che i compagni del duca Guglielmo si accaniscono a inseguire, e che deve soccombere. Perch la collera divina, che intende far esplodere la battaglia,  folgorante, penetra nelle pi profonde radici del conflitto per svellerle, per sedare la lite arriver, se necessario, al punto di sopprimere uno dei contendenti. Ci spiega le voci che l'indomani di Bouvines si propagarono e ampliarono e furono raccolte dai cronisti. Filippo Augusto - furono molte le chiacchiere - avrebbe promesso a Ottone la ricca citt di Orlans; i coalizzati si sarebbero gi spartiti il reame - cosa possibile; avrebbero giurato di uccidere il re, cosa assai verosimile. La differenza tra la battaglia e le prudenti scaramucce della guerra sta in tale ricerca dell'assoluto, che fa penetrare in un'altra sfera: quella della gravit e di una sacra funzione del destino: campo in cui nessuno si avventura senza fremere.
Ecco perch le battaglie sono cos rare. Folco le Rchin, conte d'Angi, narr alla fine dell'undicesimo secolo ci che sapeva dei suoi antenati e delle loro prodezze. Nel corso di quattro generazioni furono combattute da quei grandissimi signori soltanto sei battaglie. Goffredo Grisegonelle, morto nel 987, vinse in una di esse il conte di Poitiers; Folco Nerra, morto nel 1040, uccise nella seconda il conte dei Bretoni, e nella terza sconfisse il conte di Blois; l'eroe delle due successive battaglie  Goffredo Martel, che cattur il conte di Le Mans e poi anche il conte di Poitiers; lo stesso Folco le Rchin vinse in battaglia e cattur il fratello, il che gli valse il possesso incontestato dell'onore comitale. Come si vede, tali combattimenti si concludono con la morte dell'avversario o con la sua cattura o con la sua disfatta. Mettono di fronte uomini del medesimo rango, dei pari, un conte contro un altro conte, un re contro un altro re, e la posta della competizione  sempre il dominio sovrano di un principato. Si parla delle battaglie come di imprese lodevoli, che accrescono la gloria di una dinastia, e senza le reticenze che si hanno nei confronti della guerra. Infatti la guerra pu essere dannosa; quella condotta da Goffredo Martel contro il padre gener molteplici mali, di cui egli dovette in seguito pentirsi amaramente; la battaglia non  mai dannosa, anzi  come un rimedio offerto alla guerra allorch si inasprisce.  un rimedio radicale che immediatamente guarisce il popolo: la guerra dello stesso Goffredo contro Tebaldo di Blois si aggrav talmente che essi si diedero battaglia, dopo di che tutto fu regolato. Sul suolo della Fiandra durante un secolo e mezzo vi furono solamente tre battaglie: a Cassel nel 1071, ad Axpoel nel 1128, e da ultimo a Bouvines. Sul letto di morte Guglielmo il Conquistatore d consigli sulla osservanza della fede e della giustizia, sul rispetto della legge di Dio e della pace. Egli fa il racconto della propria vita. Sin dall'infanzia, - dice, - fui allevato nel mestiere delle armi, e mi sono macchiato di grandi spargimenti di sangue. Prima a Val-des-Dunes, poi a Hastings, diede battaglia e vinse con l'aiuto di Dio. Due battaglie, non di pi. Combatt pure le genti del re di Francia, ma questi non era presente: nessun duello, dunque, e nessun combattimento. Prima di Bouvines, i Capetingi non diedero mai battaglia, salvo una volta, a Brmule, contro un altro re, Enrico d'Inghilterra; Luigi VI vi fu battuto, e dopo di lui i successori non vollero pi correre quel rischio. Di conseguenza solo poche date si hanno sulla fitta trama dell'incessante guerra feudale. Ma date che contano, date di avvenimenti decisivi, e soprattutto avvolti da un'aura soprannaturale, poich sono la manifestazione della volont di Dio.
Iniziata nella sacralit, la battaglia si svolge come una liturgia. Come l'ordalia, il duello giudiziario, essa richiede il proprio campo. Donde la specifica espressione con cui la si designa: proelium campestre, battaglia campale, nella traduzione delle canzoni di gesta. Su di un campus si affrontano dei campioni, dei quali l'uno deve perire o fuggire nella vergogna o chiedere grazia. Qui, n sorprese n imboscate, ma una lunga preparazione rituale, quale si conviene quando ci si avvicina a un sacramento. I due avversari stanno per presentarsi al tribunale del Signore. Per prima cosa debbono pregare, proclamare di fronte all'Eterno la loro retta intenzione e promettere di riscattare le colpe passate. Nel 1106 sul campo di Tinchebray Enrico, figlio del Conquistatore, si prepara; di fronte a lui il fratello Roberto Courteheuse: il ducato di Normandia, il regno d'Inghilterra costituiscono la posta. Enrico pronuncia la sua orazione giustificatrice e propiziatoria,  un'arringa in difesa di se stesso: Vado a combattere solo per soccorrere il mio popolo desolato; dal profondo del cuore imploro il creatore di tutte le cose che, nella battaglia odierna, conceda la vittoria a colui che ha scelto per procurare al suo popolo protezione e quiete; segue l'impegno di riparare la pi grave colpa commessa contro la pace di Dio, di riedificare una chiesa bruciata durante la guerra di cui la battaglia  la conclusione, e di liberare tutti coloro che furono catturati in quel santuario. Purificazione, santificazione preliminari, cui si associano tutti i cavalieri che accompagnano il campione. Ad Axpoel la mattina del 20 giugno 1128, prima di affrontare Thierry d'Alsazia che gli contende la contea di Fiandra, Guglielmo Cliton, deciso a morire piuttosto che subire s grande obbrobrio, si  recato dall'abate di Oudenberg a confessare religiosamente i propri peccati, riceverne l'assoluzione, e a promettere solennemente di essere da quel momento in poi leale protettore delle chiese e dei poveri; vale a dire di adempiere nel modo migliore la sua funzione di principe. Tutta la cavalleria  quindi invitata ad assumere analoghi impegni, cio a rinnovare i giuramenti di pace. Poi tutti i cavalieri indossano l'abito penitenziale, si tagliano i lunghi capelli, che i concili avevano colpito da anatema come evidenti segni di depravazione: abbandonano gli abiti consueti, non tengono altro che la camicia e l'usbergo. Avanzano ad bellum come in processione umilmente votati a Dio e animati dal pi ardente zelo. Con lo stesso atteggiamento dei pellegrini della pace e con modi e costumi da crociata: sostenuti da lontano dai vescovi che hanno scomunicato quelli di fronte. Lo si vede chiaramente: sin nei gesti con cui viene inaugurata si vuole che la battaglia sia cerimonia di pace. A questi riti penitenziali si aggiungono dichiarazioni di principio, arringhe dei capi alle loro truppe per rialzarne ancora di pi il morale. Trattano tutte il medesimo tema. A quello del Conquistatore sul campo di Hastings fa direttamente eco il discorso pronunziato a Lincoln nel 1217, non dal re Enrico terzo, allora bambino, ma dal capo che l ne teneva il posto e parlava in suo nome, Guglielmo il Maresciallo. Se moriamo, fu detto ai guerrieri della buona causa ai quali si prometteva la vittoria, Dio ci accoglier nel suo Paradiso; se siamo vincitori, sar la gloria per noi e per il nostro lignaggio, i nemici andranno all'inferno, il cielo li ha posti in nostro potere. Noi stiamo per batterci per difenderci, per conquistare il grande onore, per proteggere la santa Chiesa indegnamente attaccata dall'avversario, per il perdono dei nostri peccati (difatti la battaglia  come una crociata per coloro che Dio incorona e acquista indulgenze) e infine per vendicarci di coloro che sono venuti a spogliarci. Spunta qui un tono pi profano, un appello alla gloria, all'onore, ai valori essenziali dell'etica cavalleresca, ma in vibrato leggero, su di un tema che  tutto una proclamazione di giustizia e un riferimento alla tuitio, all'ulto, al combattimento a fin di bene giustificato dalle empie violenze che provengono tutte dal campo avverso, quello degli scomunicati, dei violatori della pace divina.
In tal modo purificate, riconfortate, le truppe vengono schierate in un ordine rituale, che  sempre trinitario. Da una parte e dall'altra tre corpi, tre battaglioni, e ciascuno dei duellanti si colloca in mezzo alla formazione centrale. Segue un lungo silenzio, durante il quale la felicit discende lentamente sulle due armate, assolte, benedette, sicure di se stesse, su tutti i cavalieri muti, tesi, felici perch diventeranno altrettanti san Giorgio. I corni danno il segnale dell'inizio. La competizione comincia e consiste tutta nel far s che i due campioni riescano ad avvicinarsi, a raggiungersi. Tutti i movimenti della mischia avvengono intorno al punto centrale, punto che essi circoscrivono, cercano di delimitare, il cuore stesso del campo donde deve scaturire la luce, allorch i due avversari riuscranno a colpirsi a vicenda. A dire il vero, ciascuno di loro rimane invischiato nel proprio compattissimo gruppo e, per quanto violento sia il suo odio, fa una gran fatica a liberarsi da quel viluppo. Le botte che riceve non gli vengono dall'altro duellante, ma dai servi che ne facilitano l'avanzata o ne proteggono i ripiegamenti. Poich per colpire o afferrare chi  venuto ad affrontare ciascuno dei due avversari non si vale delle sue mani, ma di quelle di altri, dei cavalieri della sua casa. Ci si domanda se queste mani ausiliarie non siano sacrileghe allorch colpiscono il corpo di un re. A Brmule un accompagnatore di Luigi VI tent di catturare Enrico I, che vivamente odiava, lo colp sull'elmo per ammazzarlo: manc poco non fosse fatto a pezzi, poich era impresa criminale alzare la mano per colpire con la spada una testa che era stata unta col sacro crisma da un vescovo nell'esercizio del suo ministero. Per la verit sono rare le battaglie dove i due competitori riescono a vedersi da vicino, e pi rare ancora quelle in cui riescono a toccarsi. In genere uno dei due fugge prima, non appena appare chiara la scelta fatta da Dio. La normale conclusione - proprio come nel torneo -  una disfatta. Perch la fuga di uno dei campioni provoca immediatamente lo sbandamento del corpo centrale, chiave di volta di tutto il dispositivo militare. Cos si comport a Brmule Luigi VI. Enrico I non riusc a riacciuffarlo, e dovette accontentarsi dello stendardo regio, che acquist per venti marchi d'argento dal fante che se ne era impadronito, e conserv come segno della vittoria concessagli da Dio. Ma il nemico dal momento che se la svigna diventa subito selvaggina da catturare viva. In realt la minaccia di morte pesa sempre su una persona sola, il capo. In battaglia, come in guerra, non si cerca mai di uccidere. A Brmule si batterono novecento cavalieri; ho scoperto, - riporta Orderico Vitale, - che gli uccisi sono stati soltanto tre; poich erano ricoperti di ferro e si risparmiavano reciprocamente, sia per timor di Dio sia a causa della fraternit d'armi; essi cercavano di catturare i fuggiaschi piuttosto che ucciderli.  vero che, pur essendo cristiani, questi cavalieri non erano turbati dal sangue dei fratelli, e si rallegravano, in un sincero trionfo concesso da Dio medesimo, di combattere per l'utilit della santa Chiesa e per la pace dei fedeli. La battaglia, ripeto,  operazione di giustizia. Tra cristiani non prende mai la forma di una lotta di sterminio. Come in un processo, non si cerca di distruggersi:  un dibattito che una sentenza conclude.
Occorre inoltre che, come al processo, la sentenza sia accettata dal contendente condannato. Nel suo campo c' stupore, delusione, perch anche lui  venuto, con tutti i suoi, sicuro del suo diritto. Precisamente per questo motivo  stata ingaggiata la battaglia, perch nessuna convinzione riuscva a dominare: ogni causa pareva giusta quanto l'altra, e illegittimi gli anatemi venuti dall'altra sponda. Da ciascuna parte erano state innalzate al cielo, e con uguale fiducia, le medesime preghiere: pertanto il giudizio di Dio getta i vinti nello sgomento. Che cosa hanno fatto per meritarsi il castigo? Non  proprio possibile un nuovo ricorso? Un nuovo tentativo per rientrare in grazia? Avendo saputo che, prima della battaglia di Axpoel, il conte Guglielmo si era umilmente sottomesso a Dio, che era ricorso al rimedio della penitenza, che con tutti i suoi si era tagliato i capelli e si era spogliato degli abiti superflui, gli avversari da lui sconfitti decisero di fare la stessa cosa, di radersi e di strapparsi i vestiti; i loro preti predicarono a loro volta un digiuno generale, portarono qua e l in processione croci e reliquie, giunsero persino a scomunicare i vincitori. Quegli ostinati avevano torto: la prova era gi stata prodotta. Continuare in altro modo il combattimento, scambiandosi degli anatemi che, secondo le parole di Galberto di Bruges, giostravano tra loro, trasferire cos la battaglia nel regno dell'invisibile era cosa ridicola, anzi sacrilega. Una tale caparbiet avrebbe irritato il cielo, preparato nuove sciagure. Le croci e le processioni guidate dai chierici di chiesa in chiesa non potevano che provocare l'ira di Dio, e non certo conciliarselo. Dimostravano infatti un ostinarsi dell'anima nel male, e si levavano contro una potenza che Dio stesso aveva manifestato. Infatti il buon cristiano deve inchinarsi. Ogni battaglia  decisiva.  uno sprazzo di luce che disperde le tenebre, apre gli occhi, pone termine a qualsiasi esitazione;  una sentenza che cade dall'alto senza appello. Essa riporta l'ordine, e per lunghissimo tempo, segna la fine di un'era, l'alba di un'era nuova. Quando sul campo scende la notte tutti sanno che la prossima alba sar quella di una nuova primavera del mondo: di un universo pacificato. Quello dell'indomani di Tinchebray: I due fratelli combatterono una sola volta l'uno contro l'altro, affinch cessassero ormai le discordie che tutti i giorni inebriavano la terra di sangue. Grazie a un giusto giudizio di Dio stesso, la vittoria fu concessa all'amico della pace e della giustizia, e i suoi avversari furono spazzati via.
Bouvines fu una di quelle cerimonie eccezionali i cui riti erano da lungo tempo stabiliti. Tutto vi si svolse secondo le regole. All'inizio della mattina ci si trovava ancora in guerra, tra le peripezie di una caccia. La guidava l'armata di Ottone. Gli esploratori, il visconte di Melun, frate Guerrino l'avevano avvistata da lontano, mentre avanzava in formazione di combattimento. Se si deve credere all'Anonimo di Bthune, il cronista di Marchiennes, l'autore della vita di sant'Odilia, quelle truppe sembravano tuttavia gi trasportate dalla cupidigia: si avventavano come una muta di cani arrabbiati dietro a una preda e nella fretta, diventate meno compatte, tendevano a sbandarsi. Volevano forse gi la battaglia? La prova decisiva che, di colpo, avrebbe permesso di arrivare alla fine, di ridurre a nulla la dignit regia, come si erano ripromessi i coalizzati nel loro insaziabile odio? Cos farebbe pensare la Relatio Marchianensis. Non dice forse che i nemici di Filippo Augusto si erano gi preparati all'ordalia, si erano gi consacrati; che essi avevano gi applicato sul davanti e sul dorso della cotta d'arme dei piccoli segni di croce, allo scopo di apparire come una coorte di pace, penitente ed esecutrice della vendetta di Dio, allo scopo di attirare su di s il favore delle potenze sovrannaturali? Si erano travestiti da crociati. Ma forse quello non era altro che un segno di riconoscimento, o una precauzione; forse non pensavano ad altro (come nelle alterne fasi della guerra) che ad approfittare della ritirata dell'avversario in un paese impervio per arraffare quanto pi possibile al seguito della carovana regia. Messo sull'avviso, Filippo si ferma, riunisce il consiglio. Come  doveroso: nessun principe, in quell'epoca, prende da solo decisioni di qualche importanza, da cui dipende la propria potenza, perch essa  anche quella di tutti i suoi amici.  bene che questi, l'uno dopo l'altro, esprimano la propria opinione, stabiliscano insieme i termini della decisione che infine sar proclamata dal capo, e che vincoler tutti. Secondo la Flandria generosa Filippo avrebbe proposto di non impegnarsi, di non correre rischi quella mattina: il nemico pareva superiore di numero e, soprattutto, era domenica, giorno in cui i cristiani non devono combattere. Alcuni sarebbero stati di parere contrario. Filippo di Courtenay che, stretto parente del re, fu uno dei primi a parlare, avrebbe ammesso che  male spargere sangue umano in un giorno consacrato; non  vero, per, che colui che non prende l'iniziativa dell'aggressione, che soltanto si difende contro un attacco, commette un peccato minore: ma, d'altra parte, non resistere al momento giusto significa accettare la disfatta, ovvero agire scioccamente. Tuttavia il duca di Borgogna avrebbe consigliato di evitare la preparazione solenne della competizione: non c' battaglia se i due competitori non si trovano faccia a faccia; Filippo si affidi ai suoi baroni e ai suoi cavalieri per far fronte a un impegno che, non essendo un duello, non varrebbe mai, qualunque ne sia l'esito, come una ordalia decisiva. L'incontro non sarebbe, in tal caso, che una fase della guerra. Vi si lascerebbe, senza dubbio, qualche penna, ma non vi si perderebbe il tutto. Il re si ritiri quindi al sicuro nel castello di Lens. Un fatto  certo: il consiglio del re decise di proseguire la ritirata. Per astuzia, come afferma la Vita Odiliae, per attirare l'avversario su di un terreno appositamente scelto? Per l'onore del giorno consacrato, rimandando la battaglia all'indomani - motivo addotto dall'Anonimo di Bthune? Perch Filippo, molto saggio a quanto dice la relazione di Marchiennes avrebbe visto il suo esercito in pericolo e prudente e discreto, voleva evitare spargimenti di sangue? Quest'ultimo motivo sembra esser stato veramente il pi determinante: il ponte di Bouvines era vicinissimo e, al di l, in una prateria, secondo il piano stabilito alla vigilia, i saccardi avevano cominciato a piantare le tende. L'armata del re si  dunque rimessa in cammino, al pi presto. La maggior parte ha varcato il fiume. Affaticato - non  pi giovane - Filippo fa una sosta all'ombra, si libera delle armi, si mette a suo agio: la tappa  prossima, si ristora inzuppando qualche fetta di pane in una ciotola di vino.
In quel preciso istante accade che i nemici non vogliono a nessun costo rimandare la battaglia fino al giorno dopo. Questo viene ad annunciare a briglia sciolta frate Guerrino. L'azione  gi cominciata, con un attacco alla retroguardia, che sostiene l'urto, ma con difficolt: il duca di Borgogna chiede rinforzi. Tirarsi indietro non  pi possibile: Filippo non potrebbe senza disonore, continuare a ripiegare. Bisogna che riponga la speranza nel Signore. Eccolo quindi indossare di nuovo l'armatura e, prima di tutto, entrare nella vicina chiesa, provvidenzialmente dedicata a san Pietro, patrono di Roma: colui di cui  successore il papa, e per lui, si afferma, un po' si combatte. Vi recita una preghiera. Breve, scrive l'Anonimo; con contrizione di cuore, dice la Relatio Marchianensis; e Flandria generosa aggiunge: tutto in lacrime. Non si indietregger pi. A Ottone, sorpreso di vedere la selvaggina tener testa alla muta che la insegue, il conte di Boulogne avrebbe replicato che - lo riferisce un cronista fiammingo -  costume delle genti di Francia non fuggire mai, ma morire o vincere in battaglia. A dire il vero di battaglie le genti di Francia non avevano consuetudine di darne. Passavano per per i migliori giostratori del mondo. In ogni caso, nell'istante in cui il re Filippo fa gridare a tutti di radunarsi, la guerra  finita: comincia la battaglia.
Non pi fretta, ormai, n agitazione, n disordine. Una tregua si frappone. Un preludio misurato, quale  richiesto dall'organizzazione della cerimonia. Si definisce il suo campo: sar nelle vaste terre di Cysoing. A faccia a faccia, a breve distanza, in modo da scorgersi bene, ma abbastanza lontano onde le galoppate possano svolgersi liberamente e prendere in pieno lo slancio, le due squadre si dispongono secondo l'ordine stabilito su di una sola linea lunga tremila passi. Tre scaglioni, tre battaglioni da una parte e dall'altra in onore, - precisa la Vita Odiliae, - della divina Trinit. Al centro del dispositivo i due capitani hanno fissato la loro statio, il loro ostello, nel punto centrale della scacchiera;  ora il momento di innalzare il segno, l'emblema: l'orifiamma era davanti, lontano, con i bagagli, la si richiama in fretta. Dall'altra parte, su un carro simile a quello di cui un tempo si erano impadroniti i Milanesi, s'innalza l'aquila dell'Impero, e quel drago che Guglielmo il Bretone considera il simbolo evidente della malvagit avversaria. Si fermarono a lungo da una parte e dall'altra, e sistemarono le loro cose.
Ora Filippo Augusto pronuncia il discorso rituale. I termini sono riportati dai testimoni in maniera diversa. Guglielmo lo dice breve: il re si consegna semplicemente nelle mani di Dio, ricorda che la scomunica pesa sull'altro campo, quello del denaro, dei persecutori della santa Chiesa e degli oppressori dei poveri. Nessun orgoglio, per: noi pure siamo peccatori, ma almeno siamo in comunione con i prelati e ne proteggiamo le libert, quindi vinceremo. Flandria generosa riporta press'a poco la stessa cosa: non si pu accusare il re di infrangere le regole della pace di Dio: contro la sua volont si batte di domenica, giornata su cui grava l'interdetto, tutto quanto rimane della tregua di Dio; Ottone  scomunicato dal papa; il conte di Boulogne, traditore, scomunicato lui pure; il conte di Fiandra, fellone e spergiuro. Nessuna preoccupazione: essi sono gi condannati, i loro crimini li daranno in balia del re di Francia, oppure ne provocheranno la disfatta. Secondo questo racconto il re avrebbe inoltre confermato la propria intenzione di rischiare tutto, anche la vita, di non fuggire, ma rimanere fino all'ultimo sul campo di battaglia, per vincere o morire. Come Orlando. Nella Vita Odiliae il discorso rispecchia minor sicurezza: se la ritirata non prosegue oltre il ruscello vuol dire che  impossibile: si  costretti a battersi per la corona di Francia; ciascuno vinca la paura, quell'ansia ben naturale con un nemico cos temibile. Per quanto si sia deboli, non si pu disperare della vittoria che Dio concede a coloro che ama; invochiamo, per maggior sicurezza, san Lamberto di Liegi: lo si  visto, l'anno prima, liberare in modo meraviglioso la sua diocesi dai barbari. Per il cronista di Marchiennes, Filippo avrebbe umilmente, modestamente e (di nuovo) con le lacrime agli occhi fatto soprattutto appello allo spirito del lignaggio: gli uomini nobili presenti nell'esercito si ricordino dei loro avi: ma essi hanno indietreggiato: resistano dunque per evitare danni irrimediabili al loro patrimonio familiare. Dopo questo proclama, la mano destra alzata, in atteggiamento sacerdotale, in quell'atteggiamento che sui timpani delle cattedrali  appunto quello del Cristo, l'unto del Signore invoca allora la benedizione del cielo su tutti i suoi, esortandoli (aggiunge la genealogia fiamminga) a battersi il petto per favorire la vittoria. Tutti questi gesti significano l'entrata nella sfera del sacro. Ora, nella calura del mezzogiorno, si rompe il grave silenzio. Dietro al re di Francia, e come in un rito, due chierici, intonano la salmodia. Essa continuer per tutto il tempo del combattimento interrotta solamente dai singhiozzi dell'emozione e dagli scoppi di voce di una preghiera giaculatoria: che Dio non lo dimentichi, la sua Chiesa ha un solo protettore: Filippo; da Ottone  schiacciata, da Giovanni Senzaterra spogliata. La persona del sovrano, e quella corona che  la posta della partita, si trovano in quel momento come strette nell'incantesimo che sale, l'antica invocazione di Israele al Dio degli eserciti: dei salmi, scelti assai bene: Benedetto Jahv, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra e le mie dita alla battaglia. O tu che doni la vittoria ai sovrani, tu che hai strappato Davide, tuo servo, dalla spada di morte, salvami; Sorga il Signore! Fuggano i suoi nemici, i suoi avversari si disperdano innanzi al tuo volto! Come svanisce il fumo tu li disperderai. Disperdi i popoli che vogliono le guerre; O Jahv, nella tua potenza gioisce il re, e nella tua grande vittoria, come d'immenso gaudio esulta! Tu gli doni l'anelito del suo cuore e non rifiuti la domanda delle sue labbra. Essi hanno tramato congiure contro te, hanno ordito inganni, ma non prevarranno.... Fra questi canti di speranza e il frastuono delle trombe e delle imprecazioni ha inizio il duello.
 
 
 
La vittoria
 
Anche quando sono ecclesiastici - e lo sono per la maggior parte - gli autori di tutti i racconti pongono la battaglia in una luce particolare, la luce guidata dall'ideologia dei guerrieri. Non soltanto essi gettano tutto il fascio luminoso sui cavalieri, ma si sforzano pure di velare quanto nel comportamento di questi ultimi sembrerebbe trasgredire le regole di un'etica formatasi nei tornei. Difatti, per l'Anonimo di Bthune, appena la guerra  terminata, la partita che inizia  nobile e leale, ammirevole, e tutti gli intenditori ne apprezzano la finezza, il nobile scontro meritorio, degno delle pi alte ricompense: I probiviri che erano presenti testimoniano che non avevano mai veduto un torneo cos ben riuscto. Effettivamente di Bouvines si parl come di un torneo. Le relazioni pi circostanziate non descrivono mai altro che scontri notevoli, prove di valore. E ci perch tutte le note scritte sull'avvenimento del 27 luglio 1214 appartengono in realt a una letteratura sportiva destinata a un pubblico appassionato, a degli aficionados; esse celebrano i primati e i campioni, sforzandosi di liberarli - ed  per l'appunto l'arte della cronaca - da quella confusione in cui, nel combattimento reale, li ha sommersi l'intrecciarsi di mille atti secondari e senza risalto.
Le leggi del genere spiegano in quale maniera i testi parlano della gente di Chiesa che era equipaggiata per lo scontro e non  rimasta a guardare. Cos fu dei due vescovi: non avrebbero dovuto cedere alla volutt di combattere, tanto pi che erano nel campo dei bianchi. Ma entrambi hanno partecipato a una fase essenziale dello scontro, e hanno segnato ciascuno un punto decisivo. Hanno tutti e due catturato un prigioniero tra i personaggi pi ragguardevoli: Rinaldo di Boulogne si  arreso a Guerrino di Senlis, Giovanni di Salisbury a Filippo di Beauvais. Non si possono passare sotto silenzio tali imprese. Tuttavia su questi campioni dilettanti conviene esprimersi con prudenza, con pudore, rispettando le convenienze. Quanto a Guerrino  ancora soltanto un eletto, e Guglielmo il Bretone insiste: il non aver ancora ricevuto il sacro crisma lo scusa un po' di trovarsi li, come anche il fatto di appartenere all'ordine dei Templari: i Templari sono guerrieri; inoltre  ben precisato che egli non si trova l per combattere, che il suo comportamento  quale si addice all'orator, al pastore incaricato di insegnare al popolo, al ministro della parola: se frate Guerrino se ne sta in mezzo alle cavalcate  solo per esortare i cavalieri (come vediamo fare sugli arazzi di Bayeux al vescovo Oddone, fratello del Conquistatore), per diffondere il contenuto del discorso del re, per invitare tutti a ben difendersi, a sostenere virilmente Dio, la Chiesa e il Comune. Quanto al vescovo di Beauvais, Guglielmo il Bretone, nella sua Philippide, ha cura di dire che si trovava l per caso, e che per caso aveva in mano una mazza.
Se i cronisti danno un posto eminente ad alcuni personaggi che pur non appartengono alla categoria degli sportivi professionisti, perch possiedono le virt e le capacit sportive della cavalleria, non dicono per niente della maggior parte dei combattenti. Questo silenzio, quando si tratta di tutti gli appiedati, significa disprezzo. Sono di certo strumenti utili, ma meno preziosi e meno degni di cure dei buoni cavalli, e possono anche essere ingombranti: allora vengono messi in disparte e calpestati, come si fa con i tronconi delle lance rotte. Il modo come maneggiano le armi non merita in nessun caso attenzione da parte delle persone raffinate;  alquanto ripugnante: fa scorrere il sangue. E se talvolta  proiettata qualche luce su una di queste spregevoli comparse  perch l'immagine pu servire di contrasto per meglio mettere in valore le prodezze dei nobili. Ne  un esempio quel ragazzo che, simile a un garzone di macellaio, tent di massacrare Rinaldo di Dammartin abbattuto, cercando di colpirlo col coltello al volto e al basso ventre. Era un lupo introdottosi nell'ovile, nell'interno di quel recinto, di quella siepe che un gruppo di cavalieri aveva eretto intorno all'infelice eroe - nemico s, ma fratello in valore - per proteggerlo dalla ignobile furia dei villani, il proletariato della guerra. Ma i racconti lasciano parimenti nell'ombra quasi tutti i cavalieri, perch essi non sono altro che comparse e un buon resoconto di una competizione sportiva deve far soltanto risaltare agli occhi degli intenditori i colpi memorabili, quelli che comportano la decisione, quelli che classificano i campioni. Eccettuati alcuni outsiders, semplici gregari di una qualsiasi squadra, che qualche impresa eccezionale quel giorno ha rivelato al pubblico degli intenditori e, diventati a un tratto famosi, potranno da quel momento farsi assumere a maggior prezzo, i soli attori che si vedono veramente, e di cui si potrebbe pensare che da soli hanno fatto tutto, sono uomini altolocati, capitani, i cui punteggi sono noti a tutti, e che hanno reso illustre il proprio stendardo in svariati incontri sportivi. Su di loro sono puntati tutti gli sguardi: saranno su tale terreno all'altezza della loro fama?
Tra la polvere che si alza con la canicola, che oscura ogni cosa e rende difficile il riconoscersi, con la testa ronzante sotto l'elmo surriscaldato, gli occhi accecati dal sudore, questi giocatori di prima categoria intendono affrontare solamente i loro pari. Esperto nella guerra effettiva quale viene condotta in Terra Santa contro gli infedeli, frate Guerrino ingaggia la battaglia lanciando contro lo scaglione dei Fiamminghi un corpo di duecentocinquanta eccellenti sergenti a cavallo. Li manda per primi nel pericolo; in realt la loro importanza  minima: tanto peggio se se ne sciupa un po'; la loro carica, urto iniziale, disorganizzer i ranghi della cavalleria di fronte. Questa tattica scandalizza i campioni della Fiandra. Essi s'infuriano: non ci si batte contro simile gente. Pertanto non li si vedono muovere: aspettano per colpire da lontano, per cercare di uccidere i cavalli, di ammazzare, di stordire. Questa volta non risparmiano i colpi: le usanze non vietano di uccidere l'avversario quando non  nobile. Ma questo qui  ben difeso: durante la carica sono stati uccisi soltanto due sergenti. Il senso della dignit, pi forte della collera che li fa imbestialire, pi forte del desiderio di impadronirsi di equipaggiamenti, il cui valore non  certo trascurabile, ha trattenuto i cavalieri dal farsi vedere disposti a misurarsi con uomini il cui sangue non vale il loro.
In realt, come nei veri tornei, questi campioni ci vengono presentati come se sognassero solo la gloria, solo di battersi in tanti duelli s che se ne parli fino in Siria. Le grida che le relazioni della battaglia mettono loro in bocca non fanno appello che a valori profani: a ricordarsi degli avi, a servire come si deve le dame. Ognuno consacra la sua prodezza al lignaggio e alla sua gloria, alla donna scelta per i piaceri dell'amore. E tutti pongono la pi attenta cura a far s che essa sia bene in evidenza. Il loro desiderio  di riuscre a combattere in campo aperto, fuori della moltitudine, in piena luce, e nella competizione pi difficile, ma anche la pi nobile, la scherma a cavallo. Poich gli scontri di cui si parler sono di quelli che disarcionano l'avversario scelto tra i pi famosi, che lo stendono a terra. E la vergogna ricade su colui che in tal modo si lascia abbattere, fallendo il colpo. Cadendo in tal modo egli perde il suo valore, a meno che non faccia subito dimenticare la cosa brillando in altra giostra. Ci spiega il furore del duca di Borgogna quando, fuori di s, urla che gli portino un altro cavallo: egli arde dal desiderio di vendicare al pi presto il suo disonore. Conviene inoltre che il gioco sia ben condotto, e la foga sufficientemente contenuta perch vengano rispettate tutte le regole. In particolare quella che vieta di uccidere l'avversario nobile, tranne in battaglia, e per rendere pi sfolgorante il giudizio di Dio, il re del campo opposto. Quando, all'inizio della prova, Eustachio di Malenghin si mette a gridare: A morte i Francesi, tutti quelli che l'odono provano disgusto, offesi da tale sconvenienza. Immediatamente i cavalieri della Piccar dia agguantano l'impertinente e lo uccidono.  l'unico cavaliere di cui si dice abbia trovato la morte sul campo di Bouvines. Con Stefano di Longchamp, colpito accidentalmente da un coltello attraverso la fenditura dell'elmo. Tutti gli altri cadaveri li forn la bassa plebe.
 un fatto che i personaggi pi importanti non muoiono mai. Si battono bene, lealmente. Persino i pi malvagi. Persino il conte di Boulogne. Si dice avesse giurato sulle reliquie di avanzare fino al re per ucciderlo. E gli  andato vicinissimo. Ma quando ne ha visto il viso,  stato colto da un senso di rispetto che lo ha distolto dalla malvagia intenzione. Si  per tempo ricordato degli eroi delle canzoni di gesta, del disonore di cui si macchia per sempre chi ha messo le mani sul suo signore, sull'uomo che un giorno prese quelle stesse mani tra le sue, ricevendo la promessa solenne di non subirne mai danno nel corpo e nelle membra. E il personaggio che ha visto ergersi davanti a s, a portata delle sue armi, era sacro. Il che gli ha dato maggior forza per allontanarsi e riversare la sua rabbia su di un altro vecchio nemico: Roberto di Dreux. Tali segni di riverenza per la fede giurata e per la morale del vassallo fanno perdonare tutto. Lo vediamo perfettamente quando Filippo Augusto fa ad Arnolfo di Audenarde l'onore di lasciarlo libero. Il duca di Borgogna lo rimprovera di lasciarsi sfuggire una cos bella preda, e il re gli risponde: Lo so bene, per la lancia di san Giacomo! Ma egli non am mai la guerra ( un uomo di pace, quindi di Dio), e al suo signore l'ha sempre sconsigliata; non ha mai voluto rendere omaggio al re d'Inghilterra quando lo resero gli altri, lui non  un voltagabbana, e se mi ha recato offesa per servire lealmente il suo signore, io per ci non gli voglio male.
Agli occhi dell'Anonimo di Bthune la mischia di Bouvines si riassume in stupendi volteggi senza uccisioni, in un gioco di passi d'arme e di stoccate, a cui si dedicano alcuni brillanti eroi isolati per un momento nell'arena. Una competizione in cui ciascuno sogna di ottenere il primato per aver galoppato meglio degli altri, attraversando gli scaglioni avversari, rovesciando nella corsa i loro cavalieri, e tutto ci stando alle regole del gioco, senza aiuti. Di questa gara l'Anonimo offre una specie di albo d'onore celebrando, tra gli altri, il castellano Arnolfo che si  lanciato, ha travolto la truppa volgare dei sergenti, ha raggiunto i cavalieri e, presone uno come bersaglio, lo ha gettato a terra, nello slancio della carica lo ha oltrepassato ed  ritornato indietro sano e salvo tra i suoi, per la qual cosa fu molto apprezzato. Coloro che fecero un resoconto della battaglia hanno, pi che i coraggiosi, ammirato i temerari, gli spericolati dei bei tornei. Gualtiero, conte di Saint-Pol, sapeva che alle sue spalle si mormorava, accusandolo di fare il doppio gioco. Egli volle difendere il proprio onore, dimostrare la sua lealt, far risaltare nel modo pi lampante agli occhi di tutti il suo estremo coraggio. L'intera armata lo vide dunque lanciarsi per primo, sprezzare apertamente ogni tornaconto, trascurare ogni preda, avventurarsi sconsideratamente, agitarsi sino a perdere il fiato e poi ricominciare tutto ansante e, per salvare un amico, affrontare, se non la morte, per lo meno la cattura e la rovina. Eppure non era pi un giovane, come non lo era il conte di Bar, che fu anche lui trascinato dagli eccessi e rischi la pelle sin nel mezzo dei soldati di ventura, gente che uccide. Perch si canti il suo valore il cavaliere, cui fu abbattuto il cavallo, continua a lottare a piedi, nonostante il peso della corazza e, quando tutte le armi gli si sono rotte, ricorre al braccio, come ha fatto il conte di Ponthieu, e martella con i pugni gli usberghi. Accadeva quel che accade nei duelli giudiziari, ma qui era per conquistare la gloria. Per gli appassionati i cronisti di Bouvines non raccontano altro che di singolari tenzoni. Schiumante di rabbia, il duca di Borgogna, novello Aiace, strappa la cotta d'arme del giostratore pi celebre: Guglielmo di Barres; poi si scaglia su un altro campione dei tornei, il sire di Audenarde. Questi si inorgoglisce: l'eroe delle grandi competizioni lo ha scelto come avversario! S'ingaggia una lotta intorno alla quale, se dobbiamo credere ai resoconti, gli altri combattenti, dimenticando le loro dispute, si sarebbero riuniti in cerchio. Le relazioni della battaglia hanno tutte un tono da Iliade. Vi scorgiamo i grandi di quel mondo misurarsi, solitari, per l'onore.
Tuttavia il rutilante mantello che l'ideologia dei tornei getta sul combattimento non riesce a mascherare del tutto certi aspetti di una realt meno splendida. In primo luogo il venir meno di quella fedelt che avrebbe dovuto armare tutti i cuori. La battaglia, quale solennit, quale liturgia, avrebbe dovuto esigere in ogni campo una coerenza, un'adesione unanime e senza incrinature, qui assai pi necessarie che in guerra. Ci si aspettava che ogni corpo di guerrieri, benedetto, assolto, fosse mondo di qualsiasi ipocrisia, che vibrasse all'unisono, come nel canto fermo delle salmodie benedettine. Nulla di tutto ci. Malgrado nuovi e pi forti giuramenti che i coalizzati si erano fatti reciprocamente, che cosa vediamo nei due campi, e persino in quello del bene? Lealt che vacillano. Ciascun partito si trova in effetti disgregato all'interno a causa dei contrastanti doveri che si impongono ai pi. In realt quasi tutti i guerrieri riconoscono nel gruppo che hanno di fronte i colori di un padre, di un suocero, di un fratello, di un cugino, o anche di un uomo che un giorno aveva riconosciuto come il signore del suo feudo, tutte persone che essi dovrebbero servire e, per legge naturale, amare; per lo meno astenersi dal colpire. Cos, ad ogni spostamento del tumulto, si scorgono brusche ritirate, braccia che all'improvviso ricadono, discorsi che s'intrecciano. E vediamo diffidenza fin nel mezzo dei gruppi ristretti dei gentiluomini del re. Vediamo il dubbio che il conte di Saint-Pol intuisce nei suoi e vuole a tutti i costi dissipare, urlando davanti a frate Guerrino che dar la prova della sua buona fede: per darla, metter a repentaglio la propria persona. Ma non sono tutti come lui. Alcuni cedono. Per esempio il duca di Lovanio, che se la svigna in piena battaglia, con grave danno per la coalizione. E non c' neppure perfetta rettitudine nell'uso delle armi. Piovono colpi proibiti, e perfino l'ottimo cavaliere Arnolfo di Audenarde si serve del coltello, strumento perfido usato dai villani, mirando alle fessure dell'elmo, quando lo attacca Eudes di Borgogna, che egli ha scambiato per Guglielmo di Barres. Aggiungiamo che tutti i cavalieri sono ben lungi dall'essere cos coraggiosi come si afferma. La maggior parte di essi, nella battaglia, dimostra prudenza quanto in guerra, e per prima cosa si preoccupa di tirarsene fuori nel modo migliore. Si scorgono dei pavidi nascondersi dietro gli altri. Frate Guerrino ben li conosce e, prudentemente, nella scelta da lui effettuata prima che s'inizi la partita, dispone i codardi in seconda fila. E qui bisogna stare attenti a non lasciarsi ingannare dalle apparenze: Giovanni di Nesle  grande, forte:  bello come un san Giorgio, nondimeno ha paura: nello scontro si  ben guardato dall'affrontare qualcuno, quando tutto  finito lo vediamo riapparire e farsi avanti per raccogliere briciole di gloria, per contendere, da furfante, fresco fresco, il conte di Boulogne a quelli che lo hanno catturato. Avr il sopravvento perch  il signore pi altolocato e ben riposato. Dobbiamo inoltre riconoscere che in quello stesso momento, intorno alla grossa preda abbattuta (sono stati d'altronde fanti e sergenti, cani della guerra, a travolgerla e infine a sottometterla), parecchi cavalieri stanno azzuffandosi: gareggiano a chi con la forza riuscr ad arraffare per s solo tutto quanto.
Nella conquista della gloria a dire il vero il piacere di vincere non si smorza, come vorrebbero darla a intendere i cronisti. Ogni squadra svolge la propria caccia, segue le tracce della selvaggina che ha scovato e si preoccupa soprattutto di impadronirsene. La cupidigia di cui  animata trova certo un freno nella disciplina collettiva, molto meno fiacca di quanto gli storici abbiano spesso creduto, e nella netta coscienza che quanto sta accadendo quel giorno  cosa grave. Ma si sente che la rapacit  pronta a manifestarsi non appena la briglia un po' si allenti. Da una parte e dall'altra tutti i cavalieri sono venuti, come nel torneo, con l'intenzione di tornarsene via pi ricchi. E di impossessarsi di tutto quanto potranno. Nel corso della mischia si allacciano trattative, si mercanteggia tra vincitori e vinti a proposito di riscatti; e chiunque dia buone garanzie pu ottenere dal suo padrone (come accade in pieno scontro nei tornei) di poter rimontare in sella e continuare a battersi liberamente, per aver dato la sua parola. Per tentare, finch dura la zuffa, di catturare a sua volta qualcuno, di rimediare cos a quanto ha perduto o di ottenere, in cambio di denaro, il soccorso di un amico. Fu cos che pot scamparla Roberto di Bthune secondo l'Anonimo, su questo punto informatissimo: era stato catturato; tanto fece con un cavaliere chiamato Flamand di Crpelaine che questi lo rilasci e lo mise in salvo. Una specie di fiera, un po' vergognosa, dissimulata sotto il cangiante riflesso delle prodezze. E infatti la battaglia si conclude con una lotta accanita per arraffare il pi possibile. Volendo frenarla, Filippo Augusto fece suonare l'adunata e proib di inseguire i fuggiaschi oltre un miglio, ma l'Anonimo di Bthune ha visto la caccia continuare per oltre due leghe. Il re temeva invero che, calata la notte, i ricchi prigionieri da lui catturati potessero evadere o fossero liberati da un gruppo di loro compagni. Poich egli stesso aveva fatto grossi guadagni e, essendo ormai manifesto il giudizio di Dio, non pensava che a mettere le sue prede al sicuro. Infine - bisogna ammetterlo - il posto occupato dai combattimenti singoli  in realt assai minore. J. F. Verbruggen, che ha esaminato tutte le tracce, dimostra che furono soltanto sprazzi accidentali, irruzioni dovute a imprevidenza e a giovent, tosto soffocate da un ritorno alla prudenza, virt preminente. Nel racconto di Guglielmo il Bretone non ne ha trovate che cinque, in rapporto alle quindici azioni di rilievo in cui, pi cauti, i banderesi, i capi-squadra, avevano avuto gran cura di non avventurarsi fuori del compatto gruppo che li spalleggiava e li proteggeva dal pericolo grave. I duelli furono rari a Bouvines. Quel giorno non ve ne fu che uno veramente tale. Fra i due re.
 
Ottone, con il conte di Fiandra e il conte di Boulogne, aveva solennemente giurato di perseguire un unico scopo: avvicinare Filippo, non lasciarselo sfuggire, raggiungerlo, costringerlo a lottare a corpo a corpo, e infine ucciderlo. Sulla scacchiera i due pezzi forti stan dunque faccia a faccia, difesi, l'uno e l'altro, da numerose ma spregevoli pedine, i fanti, e, dietro a questa fragile linea avanzata, da una copertura di cavalieri molto pi solida. Dall'inizio del gioco i due dispositivi, con l'avvicinarsi del campo dei neri, si accostarono. Fedele al giuramento, Ottone attaccava. Trascinata dal furore teutonico, indubbiamente meglio armata delle bande comunali della Piccardia e di quelle di Soissons che aveva di fronte, la sua fanteria arriv sino al re di Francia, lo circond, lo tir gi da cavallo. Caduto, Filippo Augusto rischi per un momento di essere colpito a sangue dai coltelli, da quei manovali del combattimento, di perire sotto i colpi di quella gente non nobile di cui si serviva l'imperatore. Ma lo proteggeva la mano di Dio, come lo proteggeva l'armatura, la migliore di tutte, perch lui era il pi ricco. Egli si trasse d'impiccio, rimont in sella e l'azione si capovolse. Il Capetingio, lui, nobilmente non si serviva di appiedati. Lui faceva lavorare i cavalieri, i seguaci della sua casa. Il suo gruppo era un'unit, era come la sua stessa persona. Il duello s'inizi allora secondo le regole, non fra due individui, ma fra due stendardi, due gruppi, corpi saldamente uniti da un compito collettivo. I collaboratori del re di Francia si gettarono su quelli di Ottone. Il pi temerario, Pietro Mauvoisin, raggiunse l'imperatore, riusc ad afferrare il suo cavallo per la briglia. Gerardo La Truie che lo seguiva vide che non si sarebbe potuto accaparrare viva quella preda: la pi bella di tutte. Bisognava abbatterla. Con la propria mano - che era di fatto quella di Filippo Augusto - punt il pugnale contro la corazza. Questa resistette, perch era forte come quella del Capetingio, invece il cavallo fu colpito a morte. Ottone si svincol, prese la fuga, tre volte fu gettato a terra, tre volte si rialz. I pi vecchi, tra i gentiluomini del seguito del re, i pi saggi, Guglielmo di Garlande e Bartolomeo di Roye, decisero di non proseguire. Sarebbe stato eccessivo. Dio non aveva voluto che all'imperatore fosse tolta la vita: si irriterebbe se si vedesse forzare la mano e potrebbe vendicarsi decidendo un nuovo capovolgimento della situazione. Si sa come punisca gli orgogliosi. A briglia sciolta, Ottone ha abbandonato il campo. Ci  sufficiente: la sentenza  pronunciata. La battaglia  finita. La Relatio Marchianensis riferisce che  durata soltanto un'ora. Guglielmo il Bretone dice, pi esattamente, tre ore.
Ha fatto tutto Iddio: lui che sconvolge i disegni dei principi. Egli ha tollerato per un momento che il male si scatenasse, che i cattivi minacciassero i buoni. Ha accordato questa dilazione ai maledetti perch avessero un po' di tempo e si pentissero. Essi non ne hanno approfittato e, poich si ostinano, Dio li schiaccia e li corregge, armando della propria forza il braccio dei pi deboli. Questi sono scelti - qual meraviglia! - per essere gli artefici della sua vendetta. Ma chi si  vendicato? Lui solo. Di coloro che lo hanno sfidato, infrangendo indegnamente la pace. Degli empi, dei sacrileghi che avevano osato, lupi travestiti da agnelli, cucire il segno della croce sui propri abiti. Insensati, avevano violato gli interdetti di cui egli esige il rispetto. Avevano macchiato la loro guerra, manipolando denaro, pagando mercenari, questa feccia della terra, questo flagello, indemoniati che la Chiesa ha colpito di anatema. Essi hanno osato violare la tregua domenicale, tenace residuo di tutte quelle oasi di pace che i concili dell'undicesimo secolo avevano generosamente disseminato, come altrettante isole sacre, lungo il corso delle stagioni. Accecati dall'orgoglio. Tutto, in verit,  stato deciso nel consiglio riunito da Ottone la vigilia della battaglia. Sui saggi che ricordarono allora quali rischi si corrano quando si comincia a sprezzare i tab, hanno avuto il sopravvento gli stolti. Sono dei giovani, degli Orlandi che hanno in bocca solo la prodezza e il cui coraggio si perverte in eccesso. Hanno gridato che non si doveva attendere sino all'indomani, ma attaccare immediatamente l'armata dei vecchi. L'Historia regum Francorum, che termina nel 1214 e fu redatta a Saint-Germain-des-Prs, precisa quale fu, nel campo avversario, il primo incitamento a rischiare la battaglia: Il principe Luigi aveva con s tutta la giovent della Gallia, e il re Filippo non aveva che cavalieri inerti e d'et avanzata. Si andr a scompigliare questi uomini posati, non pi freschi, questi Gano che, come il conte di Saint-Pol, hanno presto il fiato corto. Ma non bisogna fidarsene: la loro anima  difesa dalla prudenza e dal timor di Dio. Traditori, questa volta, sono stati gli Orlandi. Con i loro eccessi hanno infranto la pace del Signore, e fu questa la causa prima della loro disfatta. Tutti la pensano cos e, soprattutto, quelli che, come l'autore della Chanson di Guglielmo il Maresciallo, non amano i Francesi e sono furibondi di vederli trionfare. La maggior parte dei cronisti insiste: il 27 luglio 1214 cadeva di domenica.
Ma i coalizzati furono vinti lo stesso perch erano eretici, ragion per cui Michelet li ama assai. Contro le sanzioni inflitte dal papa in gran fretta, contro gli anatemi, le scomuniche, gli interdetti, Giovanni Senzaterra e Ottone hanno reagito attaccando la Chiesa romana. L'attaccarono nel suo punto debole - il che valse loro di essere immediatamente sostenuti da tutta una corrente contestataria, potente e largamente diffusa in tutta la cristianit latina. I veri catari - ve ne furono davvero molti? - non erano dei cristiani: il dogma al quale aderivano rinnegava le posizioni dottrinali che sono la base fondamentale del cristianesimo. Ma se tanti uomini e donne prestaron loro ascolto  perch a loro pi non piaceva il volto della Chiesa. Era una ripugnanza suscitata dai prelati troppo bene adagiati nel benessere mondano, dai grassi canonici che andavan predicando come bisognasse esser magri per entrare nel regno dei cieli, che gli sfruttati dal potere dovevano baciare la mano del loro signore, pagare tutti i canoni e, lodando Iddio, lavare con il quotidiano sudore il peccato di Adamo. E contribuiva a tale ripugnanza l'impostura di quelli che pregavano santa Maria Maddalena sognandone le attrattive e che, ossessionati da quelle delle vergini folli, pure proclamavano a occhi bassi che la festa cavalleresca  peccaminosa, il mondo cattivo, che i giovani non debbono fare n l'amore n la guerra, che i ricchi sono obbligati ad offrire tutto il loro denaro a coloro che pregano, che cantano, che si rimpinzano, bevono, sono dissoluti e non adoperano per nulla le mani. E c'eran poi le derisioni verso i Templari, ritenuti sodomiti e dei quali era nota la grande abilit nel gestire i capitali loro affidati; e persino l'irritazione contro i pi puri della Chiesa, i monaci cistercensi, le cui penitenze restavano nascoste in mezzo alle foreste e che comparivano soltanto nelle fiere, dove negoziavano con pi vantaggio di chiunque altro, o nelle vendite all'incanto dove, pieni di soldi, concludevano gli affari in barba agli altri. Erano movimenti di rivolta amara o ironica, che sorgevano ovunque, e non soltanto nella Francia albigese. Trovavano appoggio, bisogna ben dirlo, in una migliore lettura del Vangelo, e questa esigenza nei confronti degli ecclesiastici testimonia infatti della maturit del popolo laico: esso emergeva allora dalla barbarie, si rialzava dopo tante prosternazioni, e cominciava a credere che la salvezza si acquista col dono del cuore e non gi con la sottomissione a dei riti. Cos quanti partivano all'attacco delle strutture ecclesiastiche, affermando che c'erano troppi chierici e che ci si poteva salvare l'anima senza dar loro tanti soldi, erano sicuri di essere intesi. Ora proprio questo andava dicendo Ottone, e aveva detto prima di lui Giovanni Senzaterra, quando ancora non era stata tolta la scomunica che pesava su di lui. Sia l'uno che l'altro sollevavano l'opinione pubblica contro Innocenzo terzo, loro comune avversario. Il canonico di Liegi che compose la Vita Odiliae attribuisce all'imperatore, alla vigilia di Bouvines, questo discorso: Perch tanta gente che prega? La maggior parte non serve Iddio: rimandiamola a lavorare. Lasciamo solo due persone nelle chiese piccole e quattro nelle grandi. Saranno pi che sufficienti. E, quei pochi che restano, vivano, come loro si addice, in vera povert. Cos potremo spartirci le ricchezze della Chiesa. Guglielmo il Bretone, nella sua Philippide, riprende l'argomento e lo sviluppa, credendo cos di render pi odioso l'imperatore. Quanto ai chierici e ai monaci, che Filippo tanto esalta, predilige, protegge e difende con tutto l'ardore del suo cuore, bisogna condannarli a morte, oppure deportarli, onde rimangano solo in piccolo numero, e ridotte siano cos anche le loro risorse, in modo che quel poco che proviene dalle oblazioni sia sufficiente al loro mantenimento. I cavalieri invece, che hanno cura della cosa pubblica, e che, sia combattendo sia in pace, procurano la tranquillit al popolo e al clero, sian loro a possederne le terre e a percepirne le grosse decime (e questo poteva significare essere d'accordo con l'avanguardia evoluta del cristianesimo, riprendere l'argomento di tutti coloro che, come avevano recentemente fatto Domenico e Francesco d'Assisi, ritenevano che la Chiesa non avrebbe trionfato sulla contestazione eretica e non avrebbe richiamato a s le folle urbane se non rinunciando ai beni delle signorie, rifacendosi pura e mendicante, cio seguendo veramente il Cristo nell'umilt; ma il discorso dell'imperatore intende tuttavia conservare l'ordine sociale, e le ricchezze della Chiesa egli non le vede distribuite ai poveri e ai proletari, ma alla nobilt). Il giorno in cui il Padre dei padri mi insigni del diadema imperiale, io promulgai una legge, la feci redigere per iscritto e volli che venisse rigorosamente applicata nel mondo intero. Essa prescriveva che le chiese possedessero soltanto le decime minute e il provento delle offerte, che lasciassero a noi le propriet rurali perch garantissimo il sostentamento del popolo e la paga dei cavalieri. (Rendiamo a Cesare quel che  di Cesare e a Dio quel che  di Dio). Visto che gli ecclesiastici non vogliono obbedirmi e rispettare questo decreto, non debbo gravare la mano su di loro? Non ho il diritto di ritirare loro le grosse decime e le signorie? Non posso aggiungere un'altra legge a quella di Carlo Martello che non volle privare i chierici delle loro terre? Se egli tolse loro le decime, non posso io toglier loro le terre, io che posso fare le leggi, mutare il diritto, io che, da solo, possiedo l'impero di tutto il mondo? (Smisurato orgoglio cotesto, agli occhi di Guglielmo il Bretone, orgoglio di colui che contende al Capetingio l'eredit di Carlomagno e pretende una sovranit superiore a quella del re di Francia). Non mi sar permesso di vincolare il clero con una legge che lo costringer ad accontentarsi di quello che gli sar dato e delle primizie dei raccolti, insegnandogli a diventare finalmente pi umile e meno superbo? Come sar pi utile ed efficiente la Chiesa, quando avr in tal modo restaurato la giustizia! Sia il cavaliere, che anela a servire, a possedere i campi ben coltivati, le terre colme di delizie e di ricchezze, e non questa gente pigra, nata soltanto per consumare i frutti, che si trascina nell'ozio, che s'inaridisce nell'ombra; non questi uomini inutili la cui unica occupazione  di seguire Bacco e Venere, la cui ingordigia e i vizi fanno sempre pi gonfiare le membra e appesantiscono il ventre di un enorme adipe.
Sta di fatto che sul campo di Bouvines si affrontano due diverse concezioni della vita ecclesiastica.  lecito pensare che le intenzioni di Ottone e dei suoi fossero dettate dalle circostanze, dall'interesse. E nondimeno l'arringa appariva veramente infiammata dallo spirito riformatore. Era convincente. Dall'altra parte, era pure l'interesse a indurre Filippo Augusto a opporsi all'imperatore, a sostenere il papa. Ma il re di Francia, non meno sinceramente, si atteggiava a difensore dell'ordine costituito. La sua armata raccoglieva dei vecchi, dei saggi, degli uomini prudenti; solo con la perfezione del suo ordinamento recava una testimonianza di regolarit, di conservatorismo. Voleva essere il baluardo della tradizione; intendeva mantenere ad ogni costo un sistema del mondo, un concatenamento di rapporti sociali di cui il re, eletto da Dio, e dipendente soltanto da lui, si considerava come l'immutabile perno. Effettivamente, intorno alla sua persona si trovavano disposti al loro giusto luogo, con reciproco scambio di servizi, i tre ordini gerarchici. Sul campo di battaglia, come nella vita: alla base i lavoratori delle milizie comunali, al vertice i cappellani, dispensatori della liturgia, che  giusto si consacrino interamente al loro mestiere e che, di conseguenza, per ben cantare i salmi vivano con molta larghezza dei profitti di una signoria; e poi i guerrieri che del re sostengono il braccio vendicatore. L'armonico edificio sembrava cos levarsi contro quell'impresa sovversiva, la quale non poteva condurre che al caos perch andava contro le leggi del creatore. Questi non ama i contestatori. Si pu contare sulla sua volont per difendere l'ordine sociale. Grazie a lui, Simone di Montfort ha potuto calpestare gli Albigesi, aprire la strada agli inquisitori, preparare il rogo di Montsgur. Grazie a lui, Filippo avr il sopravvento su Ottone, la cui pretesa riforma getterebbe i curati sul lastrico. I sortilegi della Spagnola, la vecchia contessa di Fiandra, non prevarranno contro di lui. Pu, s, cadere da cavallo; ma Dio lo rialzer, vittorioso.
Dunque, molto in fretta, nell'afa del pomeriggio, l'intreccio si  svolto. A lode e gloria della maest e in onore della santa Chiesa. La maest del re dei tre ordini. L'onore di una Chiesa ricca, totalitaria e repressiva. E, cominciato lo scompiglio, Filippo porta a termine la vendetta di Dio. Egli purifica. Sul campo che la disfatta ha lasciato deserto, resta, tenace, un flagello. La truppa dei settecento Brabantini che proteggevano Rinaldo di Dammartin quando, fra due cariche, aveva bisogno di riprender fiato. Il mondo dev'esser liberato al pi presto da tale marciume. Il re di Francia li fa liquidare da Tommaso di Saint-Valry, con i suoi cinquanta cavalieri e duemila fanti. Senza danno alcuno: solo uno dei giustizieri manca all'appello: lo credono morto, e invece guarisce.  un miracolo. Le falangi compatte dei soldati di ventura non si lasciavano davvero domare con tanta facilit. Dio, ancora una volta, era presente.  lui, sempre, ad ispirare clemenza a Filippo, a renderlo generoso verso i prigionieri che ha catturato. Aveva il diritto di farli morire: la concezione monarchica era gi allora abbastanza rafforzata perch si potesse invocare, nel 1214 - in verit senza crederci troppo - il delitto di lesa maest. Egli lascia loro la vita e persino a Rinaldo di Dammartin, malvagio traditore. Il Signore  misericordioso. Il suo luogotenente, a sua immagine, se deve mostrarsi terribile con i superbi, tratta con magnanimit coloro che umilmente si sottomettono.
Da quando parve sterminata la parte satanica dell'armata vinta, da quando i guerrieri traviati dal denaro hanno chinato la testa, vediamo aprirsi un'era di serenit. Cos come in Fiandra, nel 1127, dopo l'esecuzione degli assassini, le calamit di quel tempo sono ormai finite, la grazia divina riporta, con gli incanti del mese di maggio, i beni della pace e l'antica condizione della terra.  possibile scorgere immediatamente l'effetto della battaglia. Il mondo si riassesta nell'armonia. Il re Filippo pu invecchiare tranquillamente. Mai ci fu dopo chi osasse muovergli guerra, ma visse da allora in gran pace, e in gran pace fu tutta la terra, per un buon periodo. L'Anonimo di Bthune dice giusto. Dopo il racconto di Bouvines, durante gli ultimi otto anni del regno, le Chroniques de Saint-Denis non hanno trovato nulla da riferire, salvo delle eclissi. L'avvenimento fu come un'esplosione per cui d'un tratto il fracasso sordo e indistinto cess e si ristabil il silenzio. Ormai felice, il regno non ha pi storia sino alla morte di Filippo il Conquistatore, sino al corteo funebre che ne condusse la spoglia accanto alle tombe merovinge. Alla relazione sulla battaglia, quasi senza intervallo, fa seguito l'apologia del defunto: Nell'anno dell'incarnazione 1223, nel castello di Mantes, mor Filippo, il re buono, il re molto saggio, nobile per le virt, grande per le azioni, chiaro per fama, glorioso nel governo, vittorioso in battaglia: accrebbe il prestigio e ingrand il territorio del reame di Francia in modo meraviglioso, sostenne e difese valorosamente la signoria, e il diritto e la nobilt della corona di Francia. Vinse e super molti principi nobili e potenti che erano contrari a lui e al suo regno. Sempre fu scudo alla santa Chiesa contro ogni avversit; pi di ogni altra difese e custod - come fosse la propria camera prediletta per speciale amore - la chiesa di Saint-Denis in Francia, e molte volte mostr con le opere la sua grande venerazione per i martiri e per la loro chiesa. Sin dalla prima giovinezza fu geloso amante della fede cristiana, prese il segno di quella santa croce a cui fu appeso il nostro sire e se lo cuc sulle spalle per liberare il sepolcro e per soffrire pene e fatiche per amore di Nostro Signore; con grande esercito and oltremare contro i nemici della croce, e si adoper interamente, lealmente, sinch fu presa la citt di Acri. E quando in vecchiaia gli vennero meno le forze, non risparmi il proprio figlio, ma per ben due volte lo mand con grande oste nell'Albigese per distruggere la follia della gente di quel paese. Don in vita e alla sua morte grandi somme per sostenere i fedeli figli della santa Chiesa contro le stravaganze dell'Albigese. In vari luoghi fu largo dispensatore di elemosine ai poveri. Giace sepolto in Francia, nella chiesa di Saint-Denis, che  sepolcro dei re e corona d'imperatori, nobilmente e onorevolmente, come si addice a un tal principe.
Di fatto, nel momento stesso in cui Dio, confermando la legittimit di Filippo Augusto, aveva ovunque messo in fuga i suoi nemici, abbandonando Ottone alla vergogna della disfatta, condannandolo a errare ormai disorientato di rifugio in rifugio, prima di morire oscuramente, mentre le potenze celesti autorizzavano che d'ora in poi la parola tedesco fosse oggetto di disprezzo tra i Gallesi, l'Eterno aveva anche punito Giovanni Senzaterra, costringendolo a svignarsela davanti all'oste condotto dal principe Luigi, a levare l'assedio dalla Roche-aux-Moines, e a ritirarsi in fretta sino all'Oceano. Avvertiti della vittoria in Fiandra, i baroni del Poitou fecero recare al Capetingio messaggi che lo assicuravano della loro fedelt. Ma Filippo non si fidava dei rinnegati del Mezzogiorno. Egli avanz contro di loro con la stessa armata di Bouvines, che non sentiva la fatica, mostr la sua forza, convinse quelli dell'Aquitania che non si appagava di sole parole. La cavalcata si svolse senza inciampi. Come gi una volta in quel di Macon: una passeggiata inframmezzata di chiacchiere. Anche in quei paraggi la guerra era finita, e per lungo tempo. Il seguito del sovrano assomigliava pi a una corte ambulante che a un'armata: teneva riunioni a ogni tappa, al suo passare riparava torti, riceveva omaggi e promesse, prendeva ostaggi, dava su tutto nuovi ordinamenti secondo giustizia. Fin col ricevere emissari di Giovanni Senzaterra, tra i quali l'inevitabile legato del papa. Il re di Francia avrebbe veramente potuto, dice Guglielmo il Bretone, rischiare una seconda volta il tutto per tutto, costringere al duello quest'altro re che contestava il suo diritto, dargli ancora battaglia. Aveva seco duemila cavalieri. Ma Filippo era pio, non sfid il Signore, suo Dio: accett di dialogare. Fu conclusa per cinque anni una tregua - non la pace, ma solamente rinuncia alla guerra. Per la durata di cinque anni i conti sarebbero regolati in assise e i cavalieri si alzerebbero dagli scranni della giustizia solo per andarsi un po' a sgranchire nei tornei.
Per l'innanzi, Filippo Augusto aveva celebrato il suo trionfo. A Parigi, com'era doveroso poich Parigi era la sua citt, la gemma della sua corona, ed egli, con grande spesa, l'aveva fatta recingere da mura protettrici. In tutti i libri di testo pubblicati dopo la Grande Guerra,  inserito il racconto della gloriosa processione che part da Bouvines trascinando, incatenati, su carrette, i conti prigionieri. Guglielmo il Bretone ne fa un idillio fra il potere e i poveri. La sera, dopo una giornata di mietitura, egli incorona di fiori i villani sfiniti, anneriti dal sole, rinsecchiti dal caldo, e li fa ballare felici lungo la strada. Nella Parigi illuminata si svolge uno spettacolo edificante: l'unanime giubilo che finalmente concilia i tre ordini ha estinto le lotte di classe per quella concordia che piace al buon Dio. I cavalieri hanno magnificamente compiuto la loro funzione di giustizieri; riuniti, il clero e il popolo, gli intellettuali dell'Universit e gli artigiani - vale a dire la Chiesa e i poveri - accolgono i guerrieri che con la loro bravura e lealt li hanno liberati dal male; gli uomini di chiesa, i canonici, i maestri, gli scolari, elevano cantici, com' loro abitudine; anche i borghesi cantano, a modo loro. Sette giorni di vacanza. Una liturgia che, dalla domenica, si estende all'intera settimana. Un incantesimo collettivo, un coro, una danza rituale della pace ritrovata. Ciascuno ha la sua parte in questa cerimonia, la parte che gli compete. Soprattutto non ne esca: Dio e il re vegliano attentamente.
Questa festa  quella dell'ordine regale, giustificato dalla vittoria. Bouvines ha legittimato ogni cosa: l'opulenza e la pigrizia di una chiesa grassa, l'oppressione delle signorie per il profitto di baldanzosi spadaccini. Ma soprattutto l'azione politica di Filippo, che ne aveva ancor pi bisogno, le sue conquiste, le sue furberie, i suoi intrighi contro Riccardo Cuor di Leone, il crociato prigioniero, la privazione dell'eredit toccata al re Giovanni, l'espulsione degli ebrei. Bouvines  un fascio di segni evidenti. Ottone  scappato, scomparso. Dal carro da cui si levavano al cielo, gli emblemi di Cesare, sconquassati, sono caduti a terra. Nulla pi resta del drago, simbolo malefico. L'aquila, Filippo l'ha fatta portare a colui che il papa considera come il buon imperatore: Federico secondo; e ci dimostra che il re di Francia dispone, come arbitro, della dignit imperiale. Chi potrebbe ora contraddire le sue pretese alla piena sovranit? L'erede di Carlomagno  lui, lui  la guida di tutti i cristiani. E pi nessuno, nel reame, oserebbe ribellarglisi. Tutti i felloni sono in gabbia. Anche il valore del bottino fa di Bouvines un evento quale non si era mai visto. Mai nessuna guerra aveva in un sol colpo arraffato un cos gran numero di prigionieri, e di tale qualit. A Courcelles, il 28 settembre 1198, Riccardo Cuor di Leone aveva potuto impadronirsi di novanta cavalieri francesi, di duecento cavalli, quaranta dei quali ferrati, cio muniti di armatura. Lo si vede inebriato da un cos grande successo: esultante, fa sapere a tutto il mondo la prodigiosa impresa. Quella di Bouvines  incomparabilmente pi bella. L'iscrizione sulla porta di Arras, e anche parecchi cronisti, documentano trecento prigionieri nobili. Il calcolo pi modesto che si possa trovare nelle diverse relazioni della vittoria  di centotrenta. Se ne conservano tracce molto precise, perch Filippo fa minuziosamente inventariare il tesoro da lui conquistato e che egli ha disseminato in diversi luoghi sicuri. Ci teneva. Non aveva pi pensato ad altro appena aveva visto Ottone e i suoi darsi alla fuga. Non smise pi di aver cura di quelle ricchezze, impacchettandole, per evitare fughe, in una fitta rete di scrupolose cautele. Il catalogo dei prigionieri, redatto nei primi giorni di agosto, enumera centodieci cavalieri che le carrette comunali dei condannati avevano trasportato a Parigi, altri sedici affidati a baroni di Francia, e infine tre a ufficiali del re. Ma la lista  molto incompleta. Strada facendo, una buona parte del carico era stata lasciata ad ogni tappa. Questa grande massa di prigionieri valeva una enorme quantit di denaro. Non tutto,  vero, era negoziabile, e il re era ben lungi dall'aspettarsene l'intero guadagno. Egli non era che l'impresario di un'azione collettiva. Doveva per prima cosa retribuire i suoi collaboratori, pagare quelli che avevano riportato le varie prede della caccia. Alcune persone furono scambiate con amici che l'avversario teneva nelle proprie prigioni. Il re distribu generosamente una parte della selvaggina a parenti stretti e lontani. Ma non vendette tutto il resto. Era suo interesse mettere i ribelli pi pericolosi in condizione di non pi nuocere. I traditori inveterati, i recidivi furono condannati al carcere a vita. Cos fu per Rinaldo di Dammartin del quale, a Bapaume, il re apprese, o si fece dire, che complottava ancora contro di lui. Comunque i detenuti erano numerosissimi, e parecchi di gran valore. Undici conti, decine di banderesi. Dal pi modesto tra questi si poteva sperare di ricavare almeno mille libbre, duecentoquarantamila monete d'argento. Dallo splendido torneo che era stato anche Bouvines, il re stesso usciva ricco, pi ricco di qualunque re di Francia prima di lui. E in grado di discutere, di negoziare, come fece con la contessa di Fiandra. Di tenere a lungo imbrigliati i principati pi riottosi. Dio sia benedetto: egli colloca nell'agiatezza coloro che lo servono bene. Con la vittoria da lui concessa, la monarchia capetingia viene a essere veramente - attribuiamo alla parola il suo pieno significato - consacrata. Al piccolo Luigi, il nipotino, bimbo di tre mesi,  gi promessa la santit.
 


Leggenda
 
Nascita del mito
 
Incontestabilmente il fatto che accadde la domenica 27 luglio 1214 fu di particolare importanza. Fu la prima battaglia campale che un re di Francia, non senza esitazione e, si pu ben dirlo, suo malgrado, abbia osato impegnare dopo un secolo. La prima vittoria riportata da un re capetingio. A memoria d'uomo mai una decisione era stata cos franca, un bottino cos magnifico, una cos splendida affermazione della legittimit di un diritto. Dopo Bouvines non si pu pi mettere in discussione la prodigiosa espansione del potere regale. Nulla pu impedire ai balivi di sfruttare a fondo le province sottomesse, per esempio di asservire tutta la terra di Fiandra rimasta dalla parte di Luigi, tanto che coloro che ne sentivano parlare si stupivano che si potesse sopportarlo e tollerarlo. In tutto il reame nessun principato era ormai in grado di recalcitrare. Da Bouvines derivano direttamente, con la disfatta di Ottone, il trionfo di Federico secondo e i busti cinti di alloro delle porte di Capua, con lo scacco di Giovanni Senzaterra, le armi brandite dai baroni d'Inghilterra nella prateria di Runnymead. Dopo Las Navas de Tolosa, dopo Muret, Bouvines ha fissato per secoli il destino di tutti gli stati d'Europa.
Che l'importanza dell'avvenimento sia stata subito intuita alla corte del re di Francia e nelle regioni prossime al campo di battaglia l'attestano i cinque racconti da me utilizzati. Lo attesta l'immediato inserimento del rapporto procurato da Guglielmo il Bretone nell'opera storiografica ufficiale di cui l'abbazia di Saint-Denis era allora per cos dire il laboratorio. Lo dimostrano del pari la nota che la regina Ingeborg scrisse sul suo libro di preghiere e la chiesa parigina di Sainte-Catherine du Val-des-Ecoliers, edificata da Luigi nono in memoria di suo padre e di suo nonno per la gioia e la vittoria da essi avuta sul nemico del regno al ponte di Bouvines. Infine come, soprattutto, l'abbazia della congregazione di Saint-Victor che il re Filippo fond presso Senlis, offrendo in sacrificio una parte delle spoglie. Egli la dedic a Notre-Dame des Victoires e volle che in perpetuo vi si celebrassero rese di grazia a Dio. Della battaglia fu questo il vero monumento commemorativo, quello che ne conserv il ricordo. Le rovine della chiesa, che Luigi undicesimo fece ricostruire, sono ancora visibili nel paesaggio del Valois. Nondimeno le ripercussioni dell'avvenimento si propagarono in ondate successive pi lontano. Queste risonanze tenteremo di valutarle attraverso le tracce scritte da loro lasciate.
Le tracce sono numerose, perch grande era l'importanza della storia nella cultura europea del tredicesimo secolo. Certo la maggior parte del ricordo del passato si conservava solo nella memoria, e da una generazione all'altra parte di tale riserva andava perduta. Un'altra parte, sempre pi alterata, veniva trasmessa oralmente, con il racconto degli anziani. Ma un frammento ne era fissato anche per iscritto. Scrivere la storia era in effetti tradizione delle comunit religiose, dei monasteri e dei capitoli delle cattedrali, e l'attivit dello Scriptorium, naturale dipendenza di tali istituzioni, consisteva in buona parte nel salvare gli avvenimenti dall'oblio. Tra la funzione della preghiera, la celebrazione della gloria di Dio con l'ufficio liturgico, e la composizione di un'opera storica esistevano strettissime affinit: se  vero che Dio, attraverso le azioni straordinarie degli uomini, manifesta la propria volont, fa risplendere la propria onnipotenza, lancia avvertimenti,  compito dei suoi servitori raccogliere attentamente tali segni, allinearli lungo il filo del tempo, ordinarli in discorso, onde questo discorso frammentario, discontinuo, enigmatico, alla luce del suo stesso prolungarsi possa essere in avvenire commentato, chiosato, tolto dalla sua oscurit e offerto alla meditazione dei saggi. Questi vi troveranno esortazioni, esempi, utili indicazioni per orientare nella retta via il cammino del popolo cristiano e per condurlo alla salvezza. Da Adamo in poi l'umanit arranca, incespica, si smarrisce. La storia mostra il tracciato delle sue deviazioni, delle sue esitazioni, dei suoi ravvedimenti. Un movimento continuo. La venuta di Ges in questo mondo non ne ha deviato il corso, lo ha semplicemente segnato con una profonda cesura, cambiando il colore del tempo, dandogli la tinta della speranza. Da allora il progresso continua attraverso le insidie:  come una lunga traversata del mar Rosso sotto la minaccia di Satana Faraone. Tende diritto all'eterno, verso il punto finale: il ritorno trionfale del Cristo, la Parusia, la risurrezione dei morti, il giorno in cui tutti gli attori della storia umana compariranno, compiutosi il tempo, per il giudizio di verit. Sin quando i cieli non si saranno aperti, sinch la luce non creata non irromper sull'universo visibile ormai perfetto - sinch la storia non sar terminata - gli uomini non saranno capaci di giudicare rettamente il passato. Ma il riflettere sulle gesta dei predecessori  un mezzo dato loro per prepararsi alla fine del mondo, per progredire verso la perfezione. E tale  lo scrutare il meglio possibile la parte della storia gi svoltasi, il meditare in special modo sulle battaglie, in cui Dio parla pi forte e pi chiaro che altrove. Queste considerazioni spiegano la continuit degli annali nei quali successivi redattori andavano man mano registrando gli avvenimenti che parevano loro notevoli, spiegano la ripresa di tale materia nelle cronache o, pi ambiziosamente, nelle storie, molte delle quali intendevano partir dal diluvio. Tra i monaci e i chierici nel tredicesimo secolo era estremamente vivo l'entusiasmo per tali imprese.
Ma nelle corti, dei grandi signori come dei piccoli, questi focolai dappertutto in aumento, e incessantemente rafforzati, di una cultura che a poco a poco si andava laicizzando, ci si interessava anche l, e sempre di pi, alla storia. Anche l ci si metteva a scrivere, con intenti notevolmente diversi: si trattava qui di glorificare un lignaggio, una dinastia, di insegnare ai principi, di educare i cavalieri, di sostenere un potere, una morale, una struttura sociale. Si trattava pure di rispondere alla curiosit dei nobili, tra i quali cresceva il numero di coloro che sapevano leggere, che amavano informarsi sugli avvenimenti da loro stessi vissuti, come anche su quelli di cui si parlava e che li lasciavano dubbiosi. Innumerevoli storie, cronache e annali furono redatte in tutte le province della cristianit durante gli anni che seguirono Bouvines: la maggior parte in latino, ma alcune anche nella lingua degli svaghi mondani. Quasi tutti quei manoscritti sono oggi perduti. Di quelli che ci rimangono molti sono stati pubblicati dagli eruditi moderni. Di queste fonti stampate ne sono state qui esaminate duecentosettantacinque, scritte nella generazione contemporanea alla battaglia e durante le due generazioni successive, fino agli ultimi anni del tredicesimo secolo. Le pi numerose provengono dai paesi dell'Impero, non soltanto perch la letteratura storica vi era a quel tempo pi viva, ma anche perch gli eruditi tedeschi furono pi diligenti nel pubblicare tali documenti. In tutte queste relazioni di un passato ancora recente quale fu dunque l'eco di Bouvines?
Prima importante osservazione: la traccia dell'avventura compare in novantadue di questi racconti storici, non di pi, vale a dire che in due terzi di essi non si fa alcun cenno di questa giornata che fece la Francia. Si sarebbe subito tentati di individuare i luoghi in cui i professionisti della cronaca, della storia, del rapporto annuale furono o non furono attenti alla vittoria di Filippo Augusto: ma delimitare in tal modo le zone sensibili e quelle pi o meno indifferenti non  in realt progredire verso una geografia profonda, veritiera, e ancora completamente sconosciuta, di ci che fu allora in Europa la coscienza, per cos dire politica? Non sorprende vedere trentatr (cio un terzo) degli scritti che celebrano Bouvines avere origine nell'antica Francia, nella parte del reame situato a est della Bretagna e a nord della Loira. Evidentemente tutte le fonti che provengono dal vecchio territorio capetingio mettono in evidenza la battaglia. Gli echi pi numerosi provengono per dalla contea di Fiandra e dai suoi dintorni, dalle regioni in cui la produzione storica era pi abbondante e che, vicine al luogo dove si era svolto il combattimento, ne avevano subito pi direttamente gli effetti; ma gi qui l'attenzione appare minore: un quarto dei cronisti omette di riferire l'avvenimento. La percentuale di coloro che non ne parlano  ancora pi alta in Normandia: un terzo; raggiunge la met nella Champagne, nella Borgogna, nella Turenna, regioni che nondimeno avevano fornito contingenti all'armata vittoriosa. Nel regno d'Inghilterra la risonanza di Bouvines sembra esser stata pi profonda che a Digione o a Troyes (meno per di quella di un altro avvenimento, la revoca dell'interdetto che l'anno prima aveva liberato il paese da un lungo disagio): il sessanta per cento degli annali o delle cronache analizzate parlano della battaglia. Matteo di Parigi, verso la met del secolo, compil a Saint-Alban, una storia degli Inglesi; alla fine del libro, riassumendo in un elenco i fatti da lui giudicati pi importanti, non trascur di collocare Bouvines tra i pochi prodigi, le rare cose mirabili ch'egli sapeva essere avvenute nei cinquanta anni precedenti. D'altronde Oltre Manica le allusioni alla vittoria del re di Francia sono, in buona parte, laudative; cos pure tutte le testimonianze offerte, sino ai confini della Scozia, dai monaci cistercensi: Giovanni Senzaterra, che pensava non senza ragione che il traffico delle lane aveva reso le abbazie troppo ricche, aveva loro sottratto denaro. Infine circa un terzo di tutte le citazioni proviene dai paesi dell'Impero. A dir vero, dato che le narrazioni storiche abbondano in tali regioni, il numero dei cronisti che decisero di inserire l'avvenimento  in proporzione relativamente modesto. Lo ritennero necessario soprattutto scrittori della Lotaringia, quella regione, fino a Colonia e ai Vosgi, in cui aveva forti ripercussioni quanto d'importante avveniva in Fiandra. Tuttavia molti documenti provenienti da quelle province restano muti: la cronaca dei duchi di Brabante, che non tace la disfatta di Steppes, sorvola sullo sbandamento di Bouvines; in fin dei conti coloro che mantengono il silenzio non sono qui meno che in Normandia: un terzo del numero complessivo. Gli altri echi che su questo versante della cristianit alcuni scrittori raccolsero si ebbero quasi tutti (a parte una localit isolata in Austria, Klosterneubourg) in Sassonia, il paese di Ottone, in Svevia e in Alsazia, il paese degli Staufen. L'Italia resta molto indifferente. Se ne nota tuttavia una traccia immediata a Genova, un'altra nell'abbazia di Montecassino, dove si era attentissimi a tutto quanto poteva ledere la potenza del re di Sicilia cio, a quell'epoca, di Federico secondo, e un'ultima traccia in una storia degli imperatori e dei papi, scritta senza dubbio in Toscana nel 1278.
In ogni altro luogo nessuno di coloro che mettevano per iscritto le grandi notizie o che compilavano racconti del passato sembra essersi interessato di Bouvines. Nulla nelle fonti scandinave, tre delle quali tuttavia avevano accennato al matrimonio di Filippo Augusto con Ingeborg. Nella stessa Francia, appena varcata la Loira, si instaura il silenzio. Nessun indizio meglio di questa decisa disattenzione dimostra lo spessore del muro che in questo momento separa il regno in due parti. Nessuna eco nei paesi del Giura, nelle Alpi, in Provenza. Una menzione, tardiva, nella storia albigese di Guglielmo di Puylaurens, un'altra a Poitiers, una terza a Bordeaux, l'ultima nel grande monastero catalano di Ripoll: L'Aquitania, in complesso, ne  immune. I suoi occhi sono rivolti verso Muret, verso la questione di pace e di fede che Simone di Montfort e i crociati si accaniscono a regolare in maniera brutale, in nome del papa, bruciando allegramente i catari. Prendiamo il caso di Bernardo Itier, monaco incaricato della biblioteca a Saint-Martial di Limoges, grande luogo d'incontro di pellegrini, quindi d'informazioni, eccellente osservatorio: Bernardo stesso non era sciocco; sui margini di un manoscritto notava i fatti che durante l'anno lo avevano colpito. Molti avvenimenti nel 1214 gli parvero degni di essere registrati: la morte di un importante benefattore del monastero, la morte del vescovo di Poitiers, l'accettazione di un nuovo confratello perch aveva offerto dei libri alla comunit, il risultato della vendemmia, le discordie che allora dilaniavano la congregazione rivale di Grandmont, la caccia che si fece quell'anno agli eretici e a coloro che prestavano su pegno, le trattative tra i signori del Limosino e Giovanni Senzaterra, la predicazione di una crociata, l'introduzione di una nuova funzione in onore della santa Vergine, il decesso dell'abate, la costruzione di un pilastro nel chiostro, infine quel terribile ventaccio che, la vigilia di Sant'Andrea, fece cadere alcune pietre dal campanile. Ma neanche una parola su Bouvines. In un'Europa percorsa da mercanti, da squadre di giostratori, di pellegrini, dove i concili riunivano prelati giunti da ogni parte del mondo, un'Europa che bande di poveri percorrevano di continuo cercando la via per Gerusalemme e dove dai mulini alle taverne le notizie si propagavano verso i fronti che erano i primi a sgrossarle, il trauma provocato da quella battaglia in cui si erano affrontate le quattro grandi potenze della cristianit, in cui Dio, quel giorno, aveva deciso del loro destino, pot facilmente ripercuotersi fino nella Campania, fino ai confini dell'Ungheria, fino alle rive del mare gallese. Sin l lo percepirono orecchie rese attente da un certo comportamento politico, mentre alle porte di Orlans, di Chalon-sur-Sane, fu subito smorzato da muri d'indifferenza verso tutto ci che poteva accadere nel campo dei Francesi: gente straniera, gente da poco. Persino a qualche lega dalle terre coltivate del Cysoing alcuni rimasero sordi: della guerra di quell'anno la cronaca di un monastero vicino a Dunkerque ha ricordato un solo episodio: la devastazione che Ferrando, conte di Fiandra, rec alla terra di Arnolfo di Guines.
Delle novantadue testimonianze, settantacinque sono contenute in poche righe: nove si contentano di situare l'avvenimento nello spazio e nel tempo; una decima aggiunge, senza dir altro, che quel giorno era una domenica. Anche quando il rapporto diviene un po' meno laconico  per insistere su quel punto: la battaglia aveva avuto luogo in una giornata in cui era proibito battersi. L'hanno notato diciannove testimoni. Tuttavia pi di tre quarti mettono l'accento prima di tutto sulla cattura da parte del re di Francia di un certo numero di conti. Due hanno sentito dire che i conti erano cinque, otto che erano quattro. Sette invece non parlano che di uno solo, il conte di Fiandra, sedici aggiungono il conte di Boulogne, ventitr ne citano ancora un terzo: il conte di Salisbury. Insomma  la cattura del conte di Fiandra che costituisce il centro dell'avvenimento, il suo punto essenziale, la parte viva della notizia che colp i contemporanei. La fuga di Ottone pass pi inosservata: la riferiscono solo met dei cronisti. Tuttavia otto (e cinque scrivevano nelle terre dell'Impero) non parlano d'altro. Sei credono di dover precisare che l'imperatore era scomunicato; cinque inoltre si azzardano a valutare sommariamente gli effettivi. Otto hanno ricordato che i prigionieri furono straordinariamente numerosi. Qua e l, qualche annotazione supplementare: a Liegi si fa allusione a Federico secondo, a Digione al duca di Borgogna; altrove ancora all'esiguo numero di morti, alla gioia del popolo dopo la vittoria. Due di queste brevi relazioni commettono l'errore di far comparire sulla scena il principe Luigi.
Nei diciassette racconti pi sviluppati il punto di vista non  sensibilmente diverso. Nessuno certo omette il conto dei prigionieri: Bouvines evidentemente fu in primo luogo questo. La maggior parte non ne indica che tre: Fiandra, Boulogne, Salisbury; alcuni, pi prolissi, aggiungono, senza dubbio a causa del suo bizzarro soprannome, il conte valoroso d'Olanda. Per contro, quando Vincenzo di Beauvais, domenicano, familiare del re san Luigi, descrive la battaglia nel suo Speculum historiale basandosi, dice, su quello che gli hanno raccontato i prigionieri, non nomina che Ferrando del Portogallo e Rinaldo di Dammartin poich, in realt, egli riassume onestamente Guglielmo il Bretone. Nessuno di questi rapporti un po' particolareggiati passa sotto silenzio la sconfitta dell'imperatore; questo episodio appare in verit per importanza al secondo posto tra i fatti di rilievo cui  rimasto legato il ricordo. Per il resto, undici di tali racconti riassumono il discorso del re di Francia; dieci sottolineano l'infrazione alla pace della domenica, accennano al perfetto ordinamento delle truppe, mettono in evidenza la prodigiosa retata a cui questo diede luogo; nove ricordano anche che Filippo Augusto fu disarcionato. Incidentalmente si parla di tre cavalli cos prodi che, sacrificando l'uno dopo l'altro la propria vita, permisero a Ottone di sfuggire alla cattura.
Quest'analisi d il profilo dell'avvenimento: il re di Francia ha catturato il conte di Fiandra e qualche altro conte, e inoltre un gran numero di cavalieri. Caduto a terra, si  rialzato per mettere in fuga un falso imperatore, scomunicato; questo  accaduto una domenica. Quando la memoria si riduce alla sua espressione pi semplice ricorda solo un'annata (1214) e il nome di un ponte su di un fiumicello fiammingo.
 
In qualche punto per l'avvenimento ha lasciato tracce molto meno superficiali; furono scritte relazioni in cui i ricordi si ampliarono e anche si deformarono. Gli ampliamenti furono in primo luogo opera di quanti servivano il re di Francia; le deformazioni, di coloro che non l'amavano. In Germania, dove la maggior parte degli scrittori non ha detto nulla di una sconfitta che, secondo la cronaca di Lautersberg nel Meissen, rese derisorio nella Gallia il nome tedesco, alcuni si ritennero tuttavia obbligati a riferirla, cercando per di mettere il fatto in una luce meno umiliante. Nell'abbazia di Ursperg, in Svevia, colui che a quell'epoca si incaricava di scrivere la storia volle prima di tutto persuadere i suoi lettori che il re di Francia aveva avuto paura. E non senza ragione: sapeva, e dai suoi stessi baroni, che il nemico era straordinariamente valoroso. Sono messi in bocca a costoro propositi che di solito vengono attribuiti a Rinaldo di Dammartin, ma che il cronista capovolge per salvare l'onore teutonico: gli eroi, i temibili guerrieri che non hanno mai paura di nulla non sono pi i Francesi, ma le genti della Germania; la loro ferocitas  tale che preferiscono morire in combattimento piuttosto che vergognosamente fuggire. Spaventato, poco sicuro di s, il re avrebbe dato ai suoi cavalieri piena facolt di organizzare la battaglia. Essi avrebbero risolto la questione guastando dapprima il ponte e tagliando ogni via di scampo a coloro che si apprestavano a fuggire, per costringerli cos a combattere. Anzi essi non avrebbero certo vinto, terrorizzati com'erano, se non ingannando l'avversario, che era invincibile, attirandolo cio in una specie di trabocchetto, vilmente servendosi, a tale scopo, degli appiedati e della plebaglia. Essi avrebbero disposto i combattenti del volgo e le loro picche in due schieramenti obliqui, e teso cos una specie di nassa poi, simulando la fuga, avrebbero attirato nell'agguato i valorosi e leali guerrieri germanici. Senza tale stratagemma non ne sarebbero mai venuti a capo, e mai sarebbe fuggito l'imperatore, al quale il racconto d per compagno nella disfatta il re d'Inghilterra in persona. Nel frammento di una cronaca dei principi di Brunswick si pu anche leggere che Ottone detestava la guerra, che gli incendi, l'infelicit dei poveri gli erano intollerabili, che durante tre anni egli regn gloriosamente e in perfetta pace, che era quindi giusto chiamarlo re pacifico e principe della pace, poich fu veramente suo malgrado che, provocato da malvagi, impegn battaglia.
Una buona parte dei racconti inglesi si adopera, con lo stesso spirito, a sminuire la gloria del Capetingio. Guglielmo il Maresciallo a Bouvines non c'era, la canzone rimata in suo onore parla per della battaglia affermando anch'essa che i Francesi erano malsicuri, che non avevano voglia di battersi e attendevano la notte per scappare; Rinaldo di Dammartin si dimostrava veramente ben accorto quando consigliava di non attaccare prima che iniziasse la ritirata di quei codardi: in tal maniera si sarebbe potuto senza fatica occupare il paese e restituirlo al re d'Inghilterra e all'imperatore. Questi non aveva dalla sua neppure la quarta parte dei suoi uomini. I Francesi hanno avuto il sopravvento perch erano quattro volte pi forti. Grande onore avrebbe riscosso Ottone se soltanto avesse atteso il giorno seguente. Il vero eroe della giornata fu un inglese, il conte di Salisbury, che consigli all'imperatore di ritirarsi e che, lealmente, si lasci catturare al posto suo. Ruggero di Wendower che, nel suo Flores Historiarum, raccont fra il 1219 e il 1225 gli avvenimenti pi notevoli degli anni 1193-1216, fornisce del combattimento di Bouvines un resoconto meno parziale, bene informato e che, nel tredicesimo secolo, fu parecchie volte utilizzato da altri storici inglesi, Egli ha capito bene come il re Filippo si appoggiasse sui tre ordini, sui conti, sui baroni, sui cavalieri da cui era circondato, ma anche sui sergenti a cavallo e a piedi, sulle milizie arruolate nei villaggi e nelle citt che gli recavano il sostegno del popolo, mentre da tutte le parti vescovi, chierici e monaci stavano in preghiera cantando incessantemente, aumentando il numero delle funzioni religiose per la conservazione del regno. Ma egli mostra l'avversario di Giovanni Senzaterra, nonostante tutti quei rinforzi, inquieto, timoroso di non poter provvedere alla difesa, poich il principe Luigi si trovava allora nel Poitou con una grossa armata. Il re, preso dal panico, avrebbe quindi ordinato di rompere il ponte dietro di s, per togliere a se stesso e ai suoi ogni speranza di ritirata, e si sarebbe nascosto dietro un bastione di carrette innalzato tutt'intorno al suo posto di combattimento. Ruggero ha pure capito molto chiaramente che gli alleati avevano agito alla leggera decidendo di ingaggiare una battaglia campale di domenica. Ma secondo lui non fu soltanto Rinaldo di Dammartin a sconsigliare di iniziare slealmente un combattimento in una tale solennit, di macchiarla con l'omicidio e lo spargimento di sangue umano. Egli ha simpatia per Ottone, che  un po' Plantageneto; cos fa dire all'imperatore, in consiglio, che se si impegnava una battaglia in quel giorno non c'era da sperare in un esito felice. Ottone si sarebbe lasciato trascinare dal blasfemo Ugo di Boves. E mentre Filippo Augusto - che un cavaliere salv da morte certa sacrificandosi per lui e che i suoi amici faticosamente riuscirono a issare sul cavallo - rimase in seguito prudentemente sulle difensive, l'imperatore, secondo Ruggero di Wendower, avrebbe sopportato solo, gloriosamente, dopo la vergognosa fuga di Ugo di Boves, tutto il peso del combattimento, difendendosi valorosamente con quella spada che teneva come una roncola, usandone l'aguzzo fendente a mani giunte e menando qua e l colpi senza scampo. Chi veniva raggiunto rimaneva sbalordito, e lui stendeva a terra tutti i cavalieri con i loro cavalli. Tre cavalli gli furono uccisi sotto, ma da lontano, con la lancia, dai Francesi che non osavano avvicinarsi. Nondimeno rimont sempre in sella e molto allegramente, e si lanci ogni volta nuovamente contro i nemici con tremendo coraggio. N fuga disperata n emblemi abbandonati. Infine, invitto, dopo avere fatto sempre indietreggiare l'avversario, Ottone avrebbe lasciato il campo con tutti i suoi, senza danni n per loro n per s. Quanto al re Giovanni, avrebbe soprattutto rimpianto i quarantamila marchi d'argento inutilmente spesi e osservato con amarezza che non gli capitava pi niente di buono da quando si era riconciliato con Dio e aveva sottoposto il suo regno alla Chiesa romana.
 
 proprio sicuro che la versione di Ruggero di Wendower sia stata inventata di sana pianta? In ogni caso essa induce a domandarsi se Guglielmo il Bretone, proprio lui, non si sia permesso di abbellire per la gloria del suo signore i particolari dell'avvenimento. Forse la leggenda non si sarebbe gi infiltrata nella cronaca in prosa, in quel racconto che ho scelto perch d la traccia migliore, la pi diretta e meno confusa? Sta di fatto che, appena scritta questa prima relazione, Guglielmo a giusto titolo ormai considerato il panegirista ufficiale della vittoria capetingia, si affrett a riprendere l'argomento perch ansioso di celebrare in maniera pi solenne il trionfo del re di Francia, di edificare un monumento letterario pi splendido, di cantare Filippo come Virgilio aveva cantato Enea, sullo stesso ritmo. Fin dal 1214 egli comincia dunque a comporre un vasto poema, la Philippide - che alla fine risulter di quasi diecimila versi - e prosegue l'opera lentamente, laboriosamente, con calma. Nello spazio di tre anni dieci canti son compiuti, nel 1224 ha termine una seconda versione in dodici canti, che sar tradotta in prosa francese prima della fine del secolo. Nel corso di tale panegirico, la cui lettura  per noi fastidiosa, vediamo comparire, come una sovrimpressione, i primi accenni del mito.
In realt il vero soggetto della Philippide  Bouvines. La descrizione della battaglia occupa i tre ultimi canti del poema, con cui termina il racconto. Il termine del regno  per l'appunto proprio quell'avvenimento, con cui si conclude ogni peripezia degna di nota; esso pone fine alla storia che  la vita del gloriosissimo re Filippo. E si sente chiaramente che i settemila versi che precedono non hanno altra funzione che di presentare i preliminari della vittoria, di spiegare i lenti procedimenti che, a poco a poco, in trentacinque anni, hanno preparato e reso possibile il trionfo. Prima di tutto l'iniziale, necessaria, elezione divina, la giornata della consacrazione, radice di tutto; poi l'opera di preliminare purificazione, che doveva lavare il regno da ogni macchia, scacciando gli Ebrei, bruciandoli se non se ne andavano abbastanza in fretta, punendo quelli - ed eran numerosi - che giuravano invano sul nome del Signore, accendendo ovunque roghi, purgando con il fuoco il mondo dell'infezione eretica; la lotta intrapresa, in seguito, dal luogotenente del buon Dio contro gli oppressori della Chiesa, il conte di Sancerre, il duca di Borgogna; la carneficina di settemila cottereaux nel Berry, anch'essa attribuita a torto all'armata regia. Magnifico  l'ingresso del sovrano nella politica, circondato dal bagliore delle fiamme, dagli schizzi di sangue delle vendette dell'Eterno. In sette canti  poi descritta la difficile lotta contro i Plantageneti, razza corrotta, demoniaca, che fa capo al re Giovanni. Costui, a cominciare dal canto ottavo,  condannato:  l'amico degli eretici, di tutti i catari la cui presenza avvelena il Sud del regno; il re di Francia aiuta i crociati a dar loro la caccia, mentre lui si affligge di non poterli meglio aiutare. Vinto, egli rivolge la sua perfidia contro la Chiesa, la Chiesa buona, romana, cattolica, e il pio re Filippo attinge a piene mani dai propri tesori per soccorrere i pii canonici che, banditi dall'empio sovrano, fuggono dall'Inghilterra. Entra allora in scena l'altro malvagio, Ottone di Brunswick, che infierisce nella stessa Roma, perseguita i pellegrini, ruba loro il denaro, giunge persino a proibire i santi viaggi alla tomba degli Apostoli e in Terra Santa. Dolore di Filippo, che nel canto decimo piange, vuol vendicare la santa Chiesa e decide di attaccare gli scismatici. Un ultimo insulto, che gli viene dal conte di Boulogne, lo conforta nel suo disegno. A Soissons il capo dei figli di Francia informa i prelati e i guerrieri che partir per punire i due scomunicati, Giovanni Senzaterra e l'imperatore, e che affronter i pericoli del mare, dimenticando ogni cosa purch si ripristini in Inghilterra il culto di Dio da sette anni sospeso. Infine, ecco Bouvines.
Guglielmo il Bretone segue qui molto da vicino il resoconto del combattimento da lui dato in precedenza. Si vale di informazioni nel frattempo raccolte per precisare alcune peripezie della battaglia. Ma soprattutto cambia il tono da lui scelto, tono che lo trascina. La lotta raggiunge le dimensioni dell'epopea. Diventa colossale (sono migliaia le compagnie vomitate dalla citt di Gand quand'essa apre le porte). Lotta crudele: impegnata su un terreno la cui toponomia testimonia ch'era predestinato (a occidente, Sanghin vuol dire sangue, e Cysoing, a oriente, carneficina), il combattimento assume aspetti di strage.  appena cominciato e gi dei cavalieri muoiono sotto i colpi dei valorosi sergenti di Soissons: Bellona, le mani, i vestiti, il petto e le armi intrise di sangue, lancia da ogni parte migliaia di colpi mortali. Alla celebrazione poetica si addice l'enfasi, ed ecco venir smisuratamente esagerata la superiorit del nemico: i soli compagni del conte di Fiandra superano di parecchie migliaia quelli del re; gloria dei Francesi  di aver trionfato combattendo uno contro tre. Tuttavia le cose pi importanti sono gli svolazzi e la fioritura dei motti pungenti: barocco ornamento sul sobrio verbale dell'inizio. Con le sue ricercatezze, le sue graziosit, le sue allusioni, leggere ma innumerevoli, l'immagine originaria gi poco fedele alla realt se ne  maggiormente scostata e si presta ad accogliere il meraviglioso. Prudentemente, in maniera appena sensibile, poich troppi testimoni sono ancora vivi quando Guglielmo compie la sua opera, e non hanno la memoria corta, l'angolo visuale  andato spostandosi. E lo slittamento si manifesta insensibilmente, mediante trasposizioni discrete, soprattutto su tre piani, sotto la pressione dell'ideologia allora dominante alla corte di Francia.
All'inizio per un lieve cambiamento nel lumeggiare la scena questa diventa un po' pi caravaggesca, allo scopo di accentuare i contrasti tra il chiaro e lo scuro. La battaglia mantiene la sua disposizione alla Paolo Uccello (cimiero di balena del conte di Boulogne e giravolte di destrieri), ma assume pure un aspetto tragico. I malvagi sono pi neri che mai. Se prima erano odiosi, ora sembrano esserlo ancora di pi. Tra i lussuriosi, gli avidi, gli stregoni, i pi malvagi sono quelli che non sono nati nel regno e di cui l'Impero ha lasciato uscire le mute: la crudelt  scaturita dal Brabante, la frode dallo Hainaut, la rabbia dalla Sassonia. Tutti i capi avversari sono gonfi d'orgoglio, persuasi della propria vittoria. Hanno previsto tutto. I loro saccomanni hanno portato rotoli di corda con i quali vedono gi legati i loro prigionieri. Ai loro ordini, gli appiedati formicolano: Ottone forma con essi tre palizzate successive per meglio proteggere la propria persona. Sono per giunta degli ipocriti: Guglielmo il Bretone accoglie a sua volta le dicerie a proposito di quelle croci di cui si sarebbero ornati per camuffarsi da combattenti di Dio. Assetati di sangue hanno la malignit di voler uccidere il re. Sono predoni, e non pensano che a rubare; si ritengono gi padroni delle terre capetinge che si sono spartite, di tutte le ricche citt dove, ironicamente e perch si compia la vendetta divina, il vincitore decider di tenerli prigionieri, Chteau-Landon e Mantes, per ciascuno dei due conti tedeschi, Dreux per Guglielmo detto Lunga Spada, Pronne per Rinaldo, e addirittura Parigi per Ferrando, la preda pi bella. Nel lungo discorso attribuitogli nel poema, Ottone rivela il suo vero volto: quello di un anticristo. Non pretende egli forse di capovolgere il mondo di cui si dichiara l'unico dominatore, di infrangere l'ordine degli Stati e delle potenze, e di fare degli ecclesiastici dei veri poveri? Con stupefacente ingenuit Guglielmo sviluppa per disteso tale progetto di riforma religiosa: futuro canonico e gi ben pasciuto, lo giudica in effetti abominevole. Il problema per lui non esiste: la Chiesa ha il diritto di essere grassa e vestita di morbidi panni. Filippo, primogenito della Chiesa, ne difender gli agi, i privilegi, tutte le estorsioni che essa compie sui lavoratori per vivere pi comodamente.  questa la prima tra le missioni di cui la consacrazione lo investe. E poich la compie perfettamente, Dio e i suoi preti benedicono Filippo il buono, Filippo il santo, la cui semplicissima insegna, l'orifamma,  simile in tutto e per tutto alle bandiere di cui ci si serve abitualmente nelle processioni della Chiesa.
Questa prima modificazione ne determina un'altra, che porta, questa, a rimaneggiare pi liberamente la messa in scena. Nella Philippide tutta l'azione viene a concentrarsi in un solo nodo drammatico: la singolar tenzone alla quale si impegnano i due campioni, quello di Dio e quello di Satana. Questo duello il re di Francia non cessava di invocarlo nelle sue preghiere, di prepararvisi. Filippo  irriconoscibile. Non  pi, come nella storia vera, il vecchio capo scaltro, prudente, alquanto arrugginito, che cercava di non impegnarsi per timore che gli venisse l'affanno e per evitare perdite eccessive, il vecchio capo che temeva di arrischiare tutta la posta in un sol colpo e che il 27 luglio desiderava soltanto rifugiarsi nelle paludi, per ricominciare la guerra non appena i rischi fossero ragionevolmente diminuiti. L'eroe della Philippide  senza macchia e senza paura. Non si  mai tirato indietro; se ha finto di farlo,  perch voleva ingaggiar battaglia in una pianura aperta, su di un campo da lui scelto da lunga data, come il pi adatto allo svolgimento della grande ordalia. Nel consiglio in cui i baroni, meno Baiardi di lui, lo sollecitavano a continuare la ritirata, che cosa ha detto? Il Signore mi concede quello che desidero, ecco che, ben oltre i nostri meriti e le nostre speranze, il favore divino ci accorda ci che supera tutti i nostri auspici. Coloro che dianzi ci sforzavamo di raggiungere attraverso ampi giri e numerosi cambiamenti di strade, ecco, la misericordia del Signore li conduce verso di noi, affinch egli stesso, a mezzo nostro, distrugga in una sola volta i suoi nemici. Con le nostre spade egli ne troncher le membra, egli far di noi strumenti affilati, lui colpir, e noi saremo il martello; egli sar il capo di tutta la battaglia, e noi saremo i suoi ministri. Il fatto che gli siano attribuite tante forze distruttrici rende esultante il Capetingio. Non attendeva altro. Vuole mostrarsene degno. Lo scontro si  appena ingaggiato, e gi lo si vede scagliarsi avanti, agitarsi per giungere fino all'altro duellante e per misurarsi finalmente con lui. Poich Ottone continuava a tardare e non voleva attaccare per primo il re, questi, impaziente, non potendo sopportare indugio, infiammato dal desiderio di battersi, osa avanzare in mezzo ai fanti teutoni. Piomba in mezzo ai barbari tedeschi, sfida i pugnali, sprezza ogni pericolo; splendido, cade, atterrato da perfide armi. Si rialza, di nuovo abbatte gli ostacoli, senza tuttavia riuscre a liberarsi dai grovigli della mischia. N l'uno n l'altro pot trovare un passaggio libero davanti a s, tanto la calca era fitta, tanto erano mescolati i combattenti delle due parti. Crudele disinganno: Dio non ha voluto esaudire la pi fervida preghiera del monarca: Poter incontrare l'imperatore da solo a solo, e combattere come Enea contro quel novello Turno.
Ho detto che il passaggio verso il mito risultava da tre modificazioni combinate insieme. La prima  tragico-manichea; con essa Bouvines si colloca nel cuore di una crociata permanente, quella del bene contro il male. La seconda, nello stesso senso, pone in risalto l'ordalia, e riempie tutta la battaglia con la sola liturgia di un duello giudiziario. L'ultima, decisiva, fa della vittoria del campione di Dio un trionfo nazionale. Se, nella Philippide, il re di Francia  vestito dei panni di Enea, in effetti non  soltanto perch l'autore del poema  pedante e segue pedissequamente Virgilio. Si crede, da moltissimo tempo - la cronaca di Fredegario lo diceva sin dal settimo secolo - che i Franchi siano discendenti dei Troiani. Ora, Filippo non combatte per se stesso, ma per una causa: che  quella di tutti i figli di Francia. La posta del combattimento singolare non  pi l'eredit di un sovrano, non  soltanto la punizione dei superbi e degli eretici, ma  il destino di una nazione, eletta a guidare il mondo.
Nella celebrazione poetica di Bouvines lo spirito di corpo, di un corpo, osiamo dire, nazionale, fa quindi una irruzione trionfale. Gli unici veri eroi, i guerrieri dall'ardente valore, che non esitano mai a sfidare ogni specie di pericoli sono i figli di Francia. Quale Francia? Di certo il vecchio paese franco, quello di Parigi, di Etampes e di Senlis. La Francia di Saint-Denis. I migliori artefici della vittoria, quei cavalieri la cui fama collettiva risplendeva in tutti i tornei, erano proprio nati nei territori dei Capetingi, nella provincia che Clodoveo e Dagoberto avevano amato. Nessuno di loro era venuto dalla Bretagna o dall'Aquitania. Tuttavia la Francia della Philippide  in verit meno angusta, perch Bouvines sopraggiungeva proprio in un momento di profonda trasformazione. Da dieci anni, nei diplomi rilasciati dalla sua cancelleria, Filippo Augusto si attribuiva il titolo non gi di re dei Franchi, ma di re di Francia. L'intero regno tendeva a identificarsi con la Douce France, ch'era la culla dei suoi sovrani. In un tempo in cui i cavalieri del Parisis cominciavano a metter le mani sulla Linguadoca, in cui i Plantageneti ripiegavano sulla Saintonge, l'insensibile cambiamento nel senso di una parola traduceva l'ampliarsi di un'immagine dentro una ideologia che si adattava docilmente, al consolidamento dello Stato per sostenerlo e giustificarlo. Servitore zelante, Guglielmo il Bretone intendeva veramente cooperare con le fanfare della sua epopea a tutti i maneggi che potevano essere utili alla politica regale. La battaglia sta per cominciare. Frate Guerrino, tra le file, incoraggia i cavalieri. Di che cosa parla? Parla della loro razza: Vittoriosa in tutti i combattimenti, essa ha sempre distrutto i nemici.  la rievocazione di una comunit di sangue, l'affermazione di una superiorit etnica, un ammiccare a latenti xenofobie: il tutto buttato in faccia alle genti di Fiandra che, di certo, appartengono al reame, ma il cui conte proviene dal Portogallo, paese di streghe, e in cui per la pi gran parte parlano tedesco, il che  sufficiente a renderli odiosi. Buttalo in faccia a quei figli d'Inghilterra che i piaceri del libertinaggio e i doni di Bacco avvincono con maggior fascino che non i regali del terribile Marte e dei quali si sa che ben presto scapperanno a gambe levate. Ma soprattutto in faccia ai Teutoni. I due campioni del duello, i due re della scacchiera erano quelli di Francia e di Germania. Occorreva dunque che l'affermazione di una coscienza nazionale scaturisse dallo scontro di queste due monarchie. In guerra i Germanici, questi barbari, hanno per s il furore. Virt pagana in verit, propria di Wotan e degli antichi dei, virt selvaggia. I Germanici sono temibili, ma come le fiere delle foreste; manca loro il coraggio francese, quello vero, che  nobilt di cuore. Ben lo si vede: vanno a piedi come dei villani. Voi, figli della Gallia, voi combattete sempre a cavallo. Avanti! Se la fanteria dei comuni vi infastidisce, travolgetela, nobilmente. E se quel falso traditore, quel gaudente conte di Boulogne, che si pavoneggia sotto il suo cimiero alto come uno stendardo, combatte con tanto valore, se  cos avveduto, se si dimostra cos prode, abile e saggio,  perch, pur sviato, attirato dal maligno nel campo dei cattivi, non  n fiammingo, n inglese, n teutone:  nato a Dammartin in Francia. Il valore che gli era naturale in guerra proclamava apertamente che era davvero nato da genitori francesi. E sebbene proprio la sua colpa l'abbia reso ai tuoi occhi, o Francia, degenere, guardati dal vergognartene, e che la tua fronte non arrossisca! Buon sangue non mente. In alto i cuori! Date fiato alle trombe, la Philippide lancia all'assalto gli intrepidi.
Per far che? Non certo per regolare, in battaglia, vecchie discordie domestiche e feudali. Non certo per decidere chi, tra l'imperatore e il re, pu pretendere di guidare la cristianit. Si tratta semplicemente di costringere i Teutoni a riconoscere che sono davvero inferiori ai Francesi, e che non  possibile alcun confronto fra loro nelle fatiche di Marte, che la violenza tedesca  sopraffatta dal valore francese. Il singolare combattimento non avviene pi fra due monarchi, ma fra due nazioni. Il conte di Boulogne, i vassalli ribelli dei Plantageneti - che d'altronde sono anch'essi figli della Gallia - i Fiamminghi, gli stessi Inglesi, non rappresentano che ruoli secondari. I bianchi e i neri sono ormai i Francesi e i Germanici. Nuovo Enea, erede di Carlomagno - di Carlomagno del quale si dice che avesse per stendardo l'orifiamma e che, nella sua saggezza, aveva gi punito la Sassonia e l'aveva fatta arrossire con la spada dei Francesi -, il re di Francia, nella Philippide, rivolge le sue arringhe ai discendenti dei Troiani, li tratta come l'imperatore delle leggende trattava i suoi pari. A questi cavalieri, il cui orgoglio, e tutta la coscienza della storia, traggono alimento dalle genealogie, parla anche lui di antenati, di razza, di innata virt. Ma, per riunirli in un'unica nazione, riprende i temi principali dei racconti e dei poemi che si odono cantare nelle riunioni della giovent, l'antica materia dei romanzi di Enea, l'argomento francese delle canzoni di gesta. Nell'epopea di Guglielmo il Bretone l'iperbole ideologica non tocca propriamente la funzione regale. Questa viene, s, esaltata, ma in maniera indiretta. Non certo ripetendo ci che tutti sanno: che la persona del re  sacra, che nessuno gli pu metter la mano addosso, che il sovrano, quando si cimenta in battaglia, non espone ai rischi la propria persona, bens l'onore del regno e la corona; ma presentando la vittoria di un sovrano come la vittoria dell'intero popolo.
Nel finale del poema il trionfo di Filippo Augusto uguaglia quello di Pompeo, di Cesare, di Vespasiano e di Tito. Egli ha risollevato l'aquila abbattuta sul campo di battaglia; ha preso l'impero nelle proprie mani. Naturalmente la sua marcia solenne lo riconduce a Parigi, la nuova Roma dei maestri e degli scolari. Il suo trionfo supera per quello degli imperatori antichi perch non si limita a una sola citt: per un'intima comunione vi partecipa l'intero corpo del regno, sin nei territori pi lontani.  come una profonda, irresistibile infiltrazione di gloria. Una sola vittoria fa nascere mille trionfi... in ogni citt, in ogni borgata, in ogni castello. Con gioia unanime si vedono perfino confondersi le diverse classi della societ. Tutte le condizioni, tutte le fortune, tutti i mestieri, i sessi, le et cantano i medesimi omaggi di allegria. All'unisono. Per un po' di tempo si attenuano persino le differenze nel vestire, che in quell'epoca denotavano la diversit delle posizioni sociali e che effettivamente classificavano: Cavalieri, borghesi, villici, tutti risplendono sotto lo scarlatto. Uniformemente coperti con mantelli di porpora trionfale, eccoli tutti uguali. Con immenso stupore del villano, che non sa capacitarsi di essere abbigliato come un imperatore: Egli pensa che l'uomo stesso  cambiato. Lo  infatti, per un momento, grazie alla vittoria, che  venuta a modificare il senso dei riti, a trasformare la festa delle messi in una festa della libert, dell'uguaglianza, della fraternit, la prima festa nazionale. Non  certo cosa che turbi l'ordine cosmico, sovversione, frutto di un'intenzione malvagia come quella di Ottone.  invece benedizione del cielo. Per un po' di tempo, breve come la durata di ogni festa, si  realizzata una societ perfetta, quella degli eletti. Il secondo racconto di Bouvines viene cos a collocarsi in vecchie prospettive escatologiche. La vittoria  come un secondo battesimo: ha purificato dal peccato, dalla macchia che giustifica le diseguaglianze e lo sfruttamento dei lavoratori. La benevolenza del Signore, la bravura del sovrano hanno fatto del regno una specie di paradiso ritrovato. Il corteo che parte da Bouvines celebra s la monarchia capetingia, ma celebra anche la nazione, e pi ancora l'alleanza dell'una con l'altra. Di guisa che non si poteva sapere se il re amasse il suo popolo pi di quanto il popolo amasse il suo re. Vi era tra i due a questo riguardo una specie di emulazione amorosa, e ci si domandava chi dei due fosse pi caro all'altro, in quale dei due l'amore sgorgasse con maggiore forza, talmente tenero era l'affetto che li univa l'uno all'altro con vincoli perfettamente puri.
 
Dopo la morte di Filippo Augusto, avvenuta in periodo di pace intorno alla met del tredicesimo secolo, per trenta, quaranta, cinquant'anni il ricordo dell'avvenimento rimase vivissimo. Fu allora che si decise di mettere sulla porta di Arras l'iscrizione che collocava Bouvines nella lunga serie delle vittorie riportate dai re di Francia, veri successori di Carlomagno, sui sovrani germanici. La battaglia continuava a interessare. Ne furono fatti nuovi resoconti, ma l'immagine in essi trasmessa andava sempre pi deformandosi. Tali racconti esageravano molto pi di quanto Guglielmo si fosse permesso nella Philippide. Cos Richer, monaco a Snones nei Vosgi, riferisce nella cronaca da lui redatta fra il 1255 e il 1264 che l'imperatore Ottone aveva condotto venticinquemila cavalieri, ottantamila fanti, una gran quantit di carrette piene di armi e di vettovaglie, e che quel giorno perdette trentamila uomini, morti o prigionieri. Mentre, da parte francese, o miracolo! non si contarono che due uomini uccisi, un cavaliere e un sergente. Per la cronaca di Saint-Martin di Tours, che giunge sino al 1265, per frate Tommaso, francescano, provinciale di Toscana, che aveva a lungo viaggiato in Francia in compagnia di san Bonaventura e che scriveva nel 1278, le genti del re di Francia hanno combattuto non pi uno contro tre, ma uno contro dieci. Di tutte le influenze che contribuirono a rimodellare il corpo assai malleabile dei ricordi la pi incalzante proveniva da Saint-Denis. La sub profondamente l'opera di Filippo Mousket. Nella cronaca da lui rimata in francese verso il 1240 questo dilettante, nato da una ricca famiglia di scabini di Tournai, tien molto conto dei gridi di guerra. Ciascun capo lancia il suo. Intorno a Ottone si grida: Roma!; intorno a Filippo: Montjoie-Saint-Denis!, e basta proferire queste tre sole parole perch, magicamente, le truppe fiamminghe si scompiglino: i forti d'un tratto diventano molto deboli, gli arditi codardi; questa parola li ha stesi morti e svergognati. Ecco eretta l'orifiamma:
 
 sembr loro che san Dionigi
 un drago su di s ponesse
 per divorarli e ucciderli.
 
La bestia che folgora non si trova ormai pi nel campo del male, ma in quello del re Filippo, e questa volta  benedetta. Da Saint-Denis anche Richer di Snones traeva le sue informazioni, seppure indirettamente, per il tramite di una filiale: una prioria vicina al suo monastero. Cos il ricordo  ancor pi confuso: troviamo tra i compagni del re di Francia un conte di Normandia, un conte di Bretagna. Con questa origine si spiega almeno il ruolo delo'orifiamma nel racconto di Richer. Filippo Augusto cerca intorno a s qualcuno cui affidare questo stendardo di cui si dice che, dopo l'imperatore dalla barba fiorita, non era pi stato tratto fuori dal tesoro regale. Chi vuole portare l'onore della Francia? Il duca di Borgogna propone un cavaliere, purissimo, perch poverissimo: per comperare un cavallo e raggiungere l'esercito ha dovuto dare in pegno tutta la sua terra.  Galon di Montigny. Da allora tutta la relazione del combattimento si accentra intorno allo stendardo consacrato e a colui che lo tiene in mano: ma  pi l'insegna a trascinare il cavaliere che non questi a reggerla. Nient'altro merita di essere preso in considerazione, n i baroni, neppure il re. Non pi duello, ma un susseguirsi di prodezze compiute dall'orifiamma da sola che conduce tutta la vicenda, e in modo selvaggio. In effetti le mani di Galon non stringono pi l'emblema di una liturgia, di una processione, ma un'arma vendicativa e crudele. La rossa seta  assetata di sangue fresco e lo stendardo diventa una picca, penetra da parte a parte nel corpo del conte di Fiandra, esce dalla piaga pi rosso, gocciolante, ancora vi si immerge e vi si riimmerge; poi, riprendendo la sua corsa rovinosa, mira ad Ottone, fende la calca, raggiunge l'imperatore prima di tutti: l'orifiamma disperde ora tutto il campo del male, da essa sola viene infine la vittoria.
A dire il vero divagazioni di tal fatta sono solo ricami di immaginarie avventure. Degno di attenzione  il fatto che il mito continui ad arricchirsi, ma di elementi che ormai riguardano esclusivamente il simbolo monarchico. Due innovazioni si inseriscono cos al centro dei racconti di questo periodo. L'una e l'altra aggiungono due gesti rituali alle liturgie preliminari della battaglia, gesti che significano in modo pi chiaro l'alleanza tra il sovrano e la cavalleria che lo serve. Con il primo viene innalzata la funzione sacerdotale del re consacrato: ci che, nel cerimoniale primitivo, non era che purificazione preliminare, appare trasformato in celebrazione eucaristica, e si vede il re Filippo assumere l'atteggiamento di Melchisedech. Tale sviluppo era in germe in uno dei piccoli tocchi pittoreschi che abbellivano la relazione iniziale: quando andarono ad avvertirlo dell'attacco nemico, il re di Francia stava ristorandosi all'ombra di un frassino, inzuppava fette di pane nel vino. Filippo Mousket per primo abbellisce un po', solennizza: la ciotola del re diventa una coppa d'oro fino, quindi una specie di calice. Ma  il Menestrello di Reims che, vent'anni pi tardi, verso il 1260, compie la vera svolta; per divertire il suo uditorio di nobili l'anonimo cantore abbozz, nella citt della consacrazione, un piacevole quadro di Bouvines. All'inizio un'intera messa cui Filippo assiste nella cappella, davanti al ponte, poich  ancora mattina - una messa pontificale che canta per lui il vescovo di Tournai - ed egli l'ascolta, completamente armato, chiuso nella corazza. Alla fine gli portano le due specie, il pane e il vino; egli fa tagliare delle fettine, ne prende una, la inzuppa e la mangia. Poi si rivolge a quelli che ha intorno con queste parole: Prego i miei leali amici qui presenti di mangiare con me in memoria dei dodici apostoli che bevvero e mangiarono con Nostro Signore. E se qualcuno medita cattiverie e inganni, non si avvicini. Prima della passione che si sta preparando, prima della prova, delle tribolazioni, del sacrificio offerto per la salvezza del popolo, il re imita la Cena; vi occupa il posto di Ges. Con i gesti della comunione comincia a sua volta a stringere pi che mai i vincoli del gruppo, a riunire i pari intorno alla propria persona. Teme i Giuda, vuole smascherarli. Enguerrand de Couci riceve la prima fetta di pane dalle mani del celebrante. Si presenta poi il presunto traditore, Gualtiero, conte di Saint-Pol, del quale il re sospettava essere una cattiva lingua. Anche lui non teme di mangiare, dimostrando cos che rinuncia finalmente al male e, gli occhi negli occhi, assicura Filippo che oggi si vedr chi  il traditore. Poi  la volta del conte di Sancerre e, dopo di lui, degli altri baroni. Ci fu una tal ressa che non si riusciva ad avvicinarsi al nappo.
Non altrettanto chiaro  il significato del secondo abbellimento. Certo  molto evidente che la prima intenzione  di esaltare la corona e l'infiorettatura potrebbe veramente, come molte altre, essere originata da Saint-Denis. Gi Filippo Mousket introduce l'immagine della corona nella preghiera che il re rivolge al cielo dopo lo spuntino di mezzogiorno. La pone l proprio al centro. Invocando dapprima Ges Cristo, padre, figlio e spirito santo, Filippo implora di essere liberato dal male, insieme con tutti coloro che, a piedi o a cavallo, lo hanno seguito. Ma prima d'ogni altra cosa attende dal cielo che protegga la sua corona. Cosa, questa, che chiede anche a san Dionigi. Non si sono forse, i re di Francia, da Carlomagno in poi, dati a lui, non si son posti sotto il suo patrocinio?
 
 Voi dovete custodir la corona
 perch ogni re servit le rende
 cos come divis Carlomagno.
 Io sono il vostro uomo nel dominio.
 
[Cio il re  nella signoria del santo, la sua guardia del corpo, il suo servo].

 Custodite il mio onore e il mio diritto.
 Voi lo dovete...
 
[Come il signore lo deve al suo vassallo].
Infine la Vergine Maria  pregata di fare in modo che la corona quel giorno non sia trafugata. In verit tale preoccupazione non ha nulla di sorprendente. La novit sta altrove e in un punto ben preciso: l dove certi racconti, per dare pi forza allo spettacolo, pongono l'insegna della regalit proprio nel campo del combattimento. Come se Filippo Augusto, prevedendo da lunga data che il duello si sarebbe ingaggiato nel corso di quella campagna, avesse deciso, lasciando Parigi, di portare con s il simbolo della propria potenza, di trarlo fuori dal tesoro regale insieme con lo stendardo di Carlomagno. Come se avesse voluto che l'intero cerimoniale della battaglia venisse a disporsi intorno a tale oggetto. Come se, lasciando alla corona il ruolo principale, il re avesse scelto di eclissarsi completamente davanti ad essa e di farne la posta, non soltanto della singolar tenzone il cui luogo sarebbe stato la battaglia, ma anche di una competizione preliminare, di una specie di concorso aperto a tutti i cavalieri dell'esercito capetingio. Di fronte a questi, effettivamente, prima del momento della verit, il sovrano riconosce umilmente ch'egli forse non  il pi degno di portare quell'emblema e di difenderne l'onore. Se si presenta un miglior campione, sia data a lui la corona. Quest'ultima, e cos notevole, manipolazione di cui fu oggetto il ricordo di Bouvines s'inquadra nel discorso pronunciato da Filippo Augusto all'inizio della battaglia. Vale la pena esaminare da vicino come, nel passaggio dall'una all'altra delle varie versioni, si profili e a poco a poco si accentui il nuovo orientamento.
Nella relazione di Filippo Mousket il movimento  ancora appena abbozzato. Il re parla, ma solamente per dichiararsi solidale con la sua cavalleria. Un po' come nella Flandria generosa:
 
 Ora, cavalieri, io vi seguir
 e dappertutto con voi andr.
 
Egli vuol dire ai guerrieri che lo accompagnano che essi non sono per lui semplici strumenti della sua azione, ma veri amici; essi se lo troveranno al fianco in ogni pericolo. Ma a loro volta lo proteggano bene, perch  il re di Francia.  un buon sovrano che non mancher di farli partecipare a tutti i profitti della vicenda, e ha quindi diritto al loro indefettibile servizio. I cavalieri, questi ausiliari, son pertanto chiamati a diventare la sua guardia del corpo. Perch  un corpo regale. Per - ed ecco il punto decisivo, collocato al posto giusto, all'inizio dell'omelia: questo corpo  un corpo come gli altri: non vale di pi. Soltanto la dignit di cui  rivestita questa carne caduca impone di vigilare in modo speciale su di lui e di evitare che si avventuri troppo da solo.
 
 Signori, non sono che un uomo solo.
 Chiunque io sia, sono il re di Francia.
 Custodir mi dovete
 
Richer di Snones si muove nella medesima direzione, ma va pi lontano. Ai cavalieri fiori della Francia, onore della corona regale, Filippo comincia col rivolgersi in simili termini: Voi mi vedete portar la corona. Tuttavia, essendo io un uomo come voi, non posso portarla se voi non mi sostenete. Ma ecco un colpo di scena e il tono cambia completamente. Io sono il re, prosegue Filippo. Si toglie la corona - l'aveva dunque sul capo in quest'ora cos grave, e i preparativi della battaglia da tale momento assumono tutt'altro aspetto, l'aspetto delle pi eccezionali solennit della liturgia regale, delle pi spettacolari manifestazioni della regalit - la presenta a quelli che l'attorniano. Voglio, - dice loro, - che voi tutti siate re [ un ricordo, nello spirito del monarca-sacerdote, o piuttosto in quello di Richer di Snones, della prima epistola di san Pietro che chiama tutti i fedeli a partecipare alla regalit e al sacerdozio del Cristo?] Senza di voi, non posso pi governare il reame. Mediante questo magistrale offertorio, anch'esso gesto di comunione, ma questa volta con responsabilit di una carica condivisa, il sovrano, nel momento di uno sforzo estremo, chiama l'ordine della cavalleria a concludere con lui una specie di contratto. La patria  in pericolo, il nemico invade le nostre campagne, se noi siamo tutti insieme possiamo vincerlo, poi ritornare, avendo in comune e gloria e vittoria, alle nostre case, alle nostre spose, ai nostri figli e alle nostre figlie, che gli altri volevano sgozzare. Scoppiano applausi, e unanime prorompe il voto di obbedienza. E il re pu allora trarre la conclusione e dichiarare: Signori, voi siete tutti uomini miei, e io, chiunque io sia, sono il vostro sire. Il che  come un decreto, come la sentenza pronunciata in un'assise di corte.
Per il Menestrello di Reims il discorso esordisce diversamente:  un richiamo, non gi alla fedelt un po' fredda che un monarca pu attendersi dai suoi sudditi, ma alla devozione del vassallo, e questo imprime alla parola un accento ben diverso. Filippo  il migliore dei signori, il pi liberale, si fa amare con i suoi doni. Vi ho molto amati, vi ho molto onorati, e vi ho dato generosamente del mio. Non vi feci mai torti n cose irragionevoli, ma sempre vi ho guidati col diritto. In nome di Dio, prego voi tutti che custodiate oggi il mio corpo e il mio onore, e anche il vostro - rendendo al signore che non  mai venuto meno ai suoi doveri questo tributo di aiuto militare che tutti hanno promesso con l'omaggio e la fede. Dopo di che il tema, gi abbozzato nel racconto di Filippo Mousket, viene ripreso, ampliato, mentre entra in scena la corona. Se vedete che la corona trovi miglior uso in uno di voi che non in me, io vi consento con tutto il cuore e tutta la buona volont. A questo punto il passo  fatto: quella che era solo confessione di umilt si prolunga in una mimica dell'abdicazione. Il rischio del momento esige effettivamente una ridistribuzione di tutti i ruoli. La battaglia sta per avere inizio, e con le sue incognite mette in pericolo la dignit regale. Il pericolo  cos grave, che si deve scegliere il pi valoroso per difendere i colori della Francia. Ha inizio quindi una specie di procedura per l'elezione. Ma quel che segue  ancora pi straordinario. Nessun fremito nell'uditorio, non la minima traccia di perplessit vi traspare. Per tutti gli astanti  cosa pi che evidente: il pi valoroso non pu essere che il discendente di Carlomagno. Tutti i baroni piansero di compassione e dissero: "Sire, per grazia di Dio, noi non vogliamo altro re che voi. Cavalcate arditamente contro i vostri nemici: noi siamo pronti a morire con voi". Altra modifica: nelle versioni anteriori era il re stesso che diceva Noi moriremo insieme. La promessa, questa volta, viene dai cavalieri, e con tali parole il patto  veramente suggellato.
Al dialogo tra il sovrano e l'ordo dei guerrieri, frate Tommaso aggiunge un ultimo elemento. Non pi ai grandi vassalli, non pi ai baroni si rivolge il re, ma direttamente alla parva militia, alla massa dei cavalieri poveri, e come a suoi commilitones, a compagni d'arme. Egli certo li domina tutti, e dall'alto, ma solo grazie al titolo regale. Molti sono invero fisicamente pi forti e pi prodi di lui. A questo punto il re prende in mano quella corona che egli porta per l'onore di tutti. Lo vediamo togliersela, deporla a terra. Rientra nel rango, e infine domanda: Volete voi difenderla? Morir solo, se voi mi abbandonate. La risposta dei guerrieri riuniti  una sola: Riprendi la corona. Noi daremo la nostra vita per difendere il regno.
Tutti questi ritocchi alla messa in scena intendono dimostrare che la persona del re non si confonde con la funzione da lui assunta, funzione che prende un'apparenza concreta nel diadema di metallo nobile: oggetto che non perisce, che sfugge a ogni corruzione. L'evoluzione che in Francia, a met del secolo tredicesimo, portava alla lenta trasformazione del concetto di regalit, invitava naturalmente a sottolineare con maggior vigore, per mezzo di tali parole e tali gesti (come in molti altri luoghi e particolarmente nella decorazione delle cattedrali) il valore eterno ed eccelso della dignit monarchica. Ma come giudicare quelle maniere umili, una tale finta messa all'incanto di questo nuovo Enea che simula di rinunciare a tutte le sue prerogative, di volersi perdere tra la folla dei semplici signorotti di campagna? Che senso dare all'illusorio eclissarsi di un uomo che si sa cos impegnato dell'onnipotenza grazie all'unzione che lo ha consacrato, ultima gemma, per di pi, di quell'albero di Jesse le cui radici genealogiche si perdono nelle ombre della selvatichezza merovingia? Che cosa pensare di questo rampollo di decine di re, che finge di chinare il capo di fronte ai cavalieri meno asmatici, pi agili, pi prodi? Che dire di un atteggiamento cos contrario alla maest riaffermata con tanta insistenza, in un periodo in cui lo spirito dinastico non cessa di rafforzarsi nella casa di Francia, dove il solo titolo di figlio di re comincia proprio in quegli anni, a rendere intoccabile, basta da solo a ornare tutti quelli che lo portano con mazzi di virt, con quel valore magico che predestina a regnare? Gli autori di questi racconti, i responsabili di queste aggiunte avevano forse il riposto pensiero di contestare le pretese dei nipotini di Filippo Augusto? Dobbiamo forse vedere negli ultimi germogli della leggenda abbellimenti di cortesia, dei quali si sarebbero serviti gli scrittori professionisti, come era il Menestrello di Reims, per sedurre un pubblico di aristocratici frondisti? Per farsi portavoce, allo scopo di guadagnarsi meglio la vita, di quella che si potrebbe chiamare un'ideologia feudale? Si trattava forse di lusingare ricchi mecenati, i duchi, i conti, i pari di Francia? Allora perch far scendere l'offerta all'incanto, svilire la competizione fino ai pi bassi strati della cavalleria, sino alla parva mlitia dei giovani in cerca di avventure? E per qual mecenate scriveva il monaco di Snones? Penso si debba cercare altrove il significato del simbolo. La sua funzione non  forse quella di ribadire con maggior vigore che Bouvines ha salvato la regalit francese? Che cosa, infatti, mima Filippo Augusto, se non la propria morte, quando depone la corona a terra? Basta un momento, e il trono  vacante. Prima di affrontare la prova decisiva, il re non deve forse morire? Per subito rinascere. Cos Filippo, subito nuovamente incoronato e designato ora per la vittoria. La corona ha toccato il suolo, forza fecondatrice, per attingervi nuova energia. Si poteva dubitare della sorte del re, dopo tutto non  che un uomo, e non certo il pi giovane, n il pi bello, n il pi esperto nelle armi. Bisogna che si tuffi nella sua cavalleria, come in un bagno di giovinezza, che per un attimo vi scompaia, vi si anneghi, ma per risuscitare, purificato da tale abluzione fra i generosi flutti dell'ardente valore e della foga giovanile. In ogni caso rinnovato, fortificato, rinvigorito da quest'altro gesto simbolico: il clamore dei guerrieri, il grido ch'essi gettano tutti insieme per rifiutare unanimemente di sottrargli il titolo, per affermare che uno solo ha il diritto di portarlo: lui. Non perch sia pi forte degli altri, ma perch nelle sue vene scorre il sangue degli antichi re. Il racconto del Menestrello di Reims, cos come il Couronnement de Louis, non vuole accarezzare la nostalgia dell'indipendenza baronale: vuol essere, invece, la proclamazione della legittimit capetingia.
Dio, in quest'ora, pronuncer la sentenza. Chi pu dire se i poteri che, un tempo, trentacinque anni prima, ha conferito a Filippo il giorno della consacrazione, sono ancora validi? Se considera ancora il re come il suo vero luogotenente? La battaglia in fondo non  che l'attesa di una risposta a questa interrogazione fondamentale. Essa mostrer se Dio fa ancora la stessa scelta. Ora, la domanda viene rivolta in un momento decisivo della storia dinastica: essa concerne il diritto di un sovrano che, primo della sua razza, ben sicuro della tradizione ereditaria, non ha ritenuto necessario dividere, da vivo, il magistero regale con il figlio primogenito. Battaglia campale, ordalia, Bouvines dev'esser vista come una consacrazione. Anzi, una nuova consacrazione, non con l'olio della santa ampolla, ma con il sangue, il sangue purificatore che alcuni vedranno presto scorrere sull'orifiamma. Ora, come la prima, questa seconda consacrazione dev'essere preceduta da una consultazione della nobilt. Un tempo, quando tutti i grandi vassalli del regno erano riuniti, in piedi nella cattedrale di Reims, la corona era gi stata deposta davanti a loro. Colui che stava per cingerla aveva in precedenza chiesto i loro suffragi. Tutti avevano risposto, come i loro avi allorch innalzavano sul pavese il re chiomato; poich egli era chiomato, cio di puro lignaggio. L'ordine dei guerrieri aveva espresso la propria adesione, acclamando colui che i vescovi si apprestavano a consacrare. Gridando a perdifiato che era lui il vero, il migliore, e che essi lo avrebbero seguito in mezzo ai combattimenti per proteggerne la persona e che, se necessario, avrebbero versato per lui il proprio sangue. Che cosa fanno di diverso i cavalieri, a Bouvines? Ci che, alla met del secolo tredicesimo, viene ad aggiungersi nei testi alla relazione della battaglia non  gi favore verso amarezze feudali, n gratuito ornamento, n parodia.  invece espressione serissima, con il ricorso agli effetti pi drammatici, della fedelt che nell'ora dell'estremo pericolo viene giurata al re-sacerdote, pronto a offrirsi in qualit di vittima, come aveva fatto Ges Cristo, e come questi ha distribuito l'ostia, ma anche al re-cavaliere, da tutta la cavalleria del regno. La leggenda di Bouvines finisce cos con l'elevarsi a mito della nazione e insieme della regalit. Di una regalit sostenuta dai tre ordini della societ riuniti in stretta concordia per il bene della pace e per la gloria di Dio. Da lunga data il Capetingio poteva contare sull'appoggio degli ecclesiastici e del popolo lavoratore: egli li proteggeva. Occorreva altres che i guerrieri venissero a loro volta ad assicurarlo nel modo pi solenne della propria cooperazione. Sotto il regno del re santo, che si mostra mentre rende giustizia sotto le querce e mentre visita i lebbrosari, Richer, l'anonimo narratore di Reims, e tosto anche frate Tommaso, collocano la grande scena dell'unit proprio nel campo di una battaglia.
Conclusione tardiva. Essa precede di poco il momento in cui il ricordo della vittoria sta indubbiamente disperdendosi nelle immagini dei cantori di storia, prima di essere trasportato, con la penna di un Giovanni des Prs d'Outremeuse, nel turbinio di una grande opera folle. Un carosello dei quattro figli Ajmone. Il cerchio magico del delirio.
 
 
 
Rinascite
 
All'inizio del quattordicesimo secolo il nome di Bouvines andava rapidamente cancellandosi dalla memoria. I sommari della storia di Francia che allora si componevano celebravano sempre il re Filippo, ma lo chiamavano il Conquistatore, non pi Augusto, e lo chiamavano cos perch si era impadronito della Normandia e dell'Angi, vere ricchezze: ecco quel che contava. Si diceva anche che aveva vinto Ottone, ma senza pi citare Buovines, dato che non si parlava volentieri di battaglie nella cerchia di Filippo quarto, di Giovanni il Buono. Le battaglie ora erano altri a vincerle: i re d'Inghilterra, i veri nemici del regno. L'imperatore invece era il buon cugino del re di Francia, e i Teutoni non erano pi tanto detestati. Tuttavia l'attenuarsi del ricordo dipende soprattutto dal fatto che la figura di Filippo Augusto si trovava ormai eclissata da quella di san Luigi, suo nipote, divenuto il grand'uomo della stirpe. E per sempre. Non gi per il successo delle armi, ma per la santit, per tutte le cose edificanti che di lui si raccontavano: amava i poveri come Francesco d'Assisi e come il Cristo, dava da mangiare con le proprie mani ai lebbrosi, aiutava a edificare Royaumont, e sotto la camicia portava il cilicio. Si imponeva per il martirio, per la morte davanti a Tunisi, per la salvezza di tutto il popolo. Come i re vinti, la nuova cristianit attendeva segni d'elezione diversi dalle vittorie. Le tracce di Bouvines si offuscavano e sarebbero rimaste a lungo quasi invisibili.
Le vediamo riapparire nel diciassettesimo secolo, quando la storia si scrive in altro modo, rileggendo attentamente le vecchie cronache, quando comincia la lunga ricerca erudita di tutte le tracce del passato. Guillaume Marcel, nella sua Histoire des origines et des progrs de la monarchie franoise suivant l'ordre des temps, i cui quattro volumi uscirono a Parigi nel 1686, della battaglia d soltanto un rapido schizzo. Come tante vignette che nel diciannovesimo e nel ventesimo secolo orneranno i manuali degli scolari, egli mostra solamente un re pieno di coraggio che, gettato a terra, si rilancia contro l'avversario e lo mette in fuga. Ma Mzeray consacra all'avvenimento nove grandi pagine nei tre tomi della Histoire de France depuis Faramond jusqu' maintenant, pubblicata nel 1643. Egli segue molto da vicino le Grandes Chroniques de France, cio Guglielmo il Bretone, stranamente aggiunge che Giovanni Senzaterra propose al miramolino d'Africa di prestargli omaggio, e porta a centocinquantamila uomini gli effettivi delle truppe coalizzate. Non fa alcun cenno alla tregua della domenica; ai suoi tempi il tab era caduto nell'oblio, e nessuno pensava pi di interrompere, nel giorno del Signore, il nobile gioco della guerra. Quella che a lui piace, che pone al centro del racconto,  la scena della corona, ch'egli abbellisce ancora di pi. Il re di Francia fece mettere su di un altare portatile eretto dinanzi alla sua armata lo scettro e la corona d'oro e alzando la voce e la mano destra esclam: "Signori Francesi, e voi tutti generosi soldati, che siete pronti a esporre la vostra vita per la difesa di questa corona, se giudicate che ci sia tra voi qualcuno pi degno di me, io gliela cedo, gliela trasmetto volentieri, a condizione che siate disposti a conservarla intera e a non lasciarla smembrare da quegli scomunicati". Tutta l'armata, vivamente commossa da tali generose parole, acclamando cos grid: "Viva e regni eternamente Filippo, viva il Re Augusto, e sempre la corona rimanga a lui: noi gliela conserveremo contro tutti a costo della vita". Allora l'Augusto, il pi valoroso e il pi ardente cavaliere del mondo, si batte come un leone. I signori, contro il suo volere, l'avevano chiuso dentro il baluardo da essi formato, ma lui non sopportando di essere fermato dai gentiluomini che avevano cura di lui, si precipita come un torrente dianzi trattenuto e carica e rompe tutto quanto gli si oppone. La cultura della Controriforma ha quindi visto il re Filippo come un Orlando furioso: lo veste alla romana, presta ancora attenzione ai gesti inventati di un'alleanza tra il monarca e i gentiluomini. Secondo questa cultura, i Francesi della casa del re combattono ora uno contro cento: il numero dei morti fu spaventevole, ma non una parola dell'esultanza popolare. Salvate, ritoccate, fissate, le tracce furono riprese tali e quali da Velly nel 1770, e da Anquetil nel 1839.
 
La vera reviviscenza del ricordo data dalla monarchia di Luglio; il gusto romantico per tutto ci che era medievale lo esigeva. Inoltre i racconti della battaglia offrivano gran messe di argomenti ai sostenitori dell'ideologia della monarchia borghese. Primo di tutti a Guizot. Nel suo Cours d'histoire moderne, ristampato nel 1840, egli mostra in Filippo Augusto il primo re francese che abbia conferito alla monarchia il carattere di una intelligente ed attiva benevolenza rivolta al miglioramento dello stato sociale. Ecco perch la regalit diventava nazionale, suscitando nel pensiero dei popoli l'entusiasmo per i progressi ch'essa faceva compiere alla societ. Viene citato naturalmente il corteo trionfale dei vincitori di Bouvines: vedete come un monarca paterno, che difende gli interessi della borghesia, pu essere popolare fra onesti lavoratori intenti ad arricchirsi. Lo stesso Guizot narrando, trentacinque anni dopo, la storia di Francia ai suoi nipotini spiega loro l'importanza delle milizie dei comuni, che quasi prefigurano le guardie nazionali; la vittoria  opera del re e del popolo, grazie a quella benefica unione delle classi che insieme, quel giorno, al di fuori e al di sopra dell'oste feudale, fecero innalzare, in un medesimo moto, la nazione e la monarchia francese.
Non c' da stupire che Michelet abbia considerato le stesse fonti con ben altri occhi. Per lui la relazione di Guglielmo il Bretone  alterata dall'adulazione. A conti fatti la battaglia di Bouvines, cos famosa e cos nazionale, non sembra esser stata un'azione molto considerevole. Non gli piace. Che altro risultato ebbe, infatti, se non di riaffermare l'odiosa alleanza tra il trono e l'altare? Filippo non era che un fantoccio manovrato dai preti, uno strumento dell'oscurantismo, troppo sottomesso a un papa ipocrita dalle mani lorde di sangue, che ordinava di sterminare un popolo il cui catarismo esprimeva tutte le speranze di libert. Ottone appariva molto meno fiacco: si faceva beffe delle scomuniche, e il re Giovanni sapeva tenere a freno il suo clero e impedirgli di nuocere. I veri protagonisti della storia, quella autentica, profonda, coloro che erano all'avanguardia della grande corrente apportatrice di luce, non stavano allora dalla parte dei cavalieri francesi, considerati dei bruti. Bouvines fu una vittoria del bigottismo e dell'oppressione dei signori. La corona degli eroi viene da Michelet conferita ai veterani, ai soldati dell'ultimo quadrato della vecchia guardia, ai mercenari, lavoratori venuti dal popolo e che facevano bene il loro lavoro: la gloria del coraggio, ma non la vittoria, rest alle bande brabantine, a quei vecchi soldati che, in numero di cinquecento, non vollero arrendersi ai Francesi e piuttosto si fecero uccidere; i cavalieri, in quel tempo, si lasciavano prendere. Il racconto del combattimento sta in una pagina.
Cos quando l'evento risuscita, il pi lucido sembra veramente Augustin Thierry. Indubbiamente anche lui esalta il vincolo indissolubile che sino alla Rivoluzione unisce la monarchia al terzo stato. Attendendo dalla storia che essa ricerchi la radice degli interessi, delle passioni, delle opinioni che ci agitano, ch'essa segua nel passato la traccia di quelle irresistibili emozioni che trascinano ciascuno di noi nei nostri diversi partiti politici, elevano il nostro spirito o lo sviano, Thierry intende dimostrare che la classe media e le classi popolari non sono nate ieri. Si scelga un'epoca, non gi di guerra intestina, ma di invasione straniera, e si vedr che in fatto di devozione e di entusiasmo l'ultimo ceto della nazione non  mai rimasto indietro. Cos Bouvines: I centocinquanta sergenti a cavallo della vallata di Soissons, tutti plebei, impegnarono battaglia, e i borghesi dei comuni andarono ad appostarsi in prima fila. Pi di ogni altra cosa Augustin Thierry mette in evidenza, nei ricordi su Bouvines, quella caratteristica che susciter l'improvvisa e ultima rinascita di tutta una zona della memoria dimenticata, nella febbrile agitazione del nazionalismo, nelle fanfare degli arruolamenti, negli sventolii delle bandiere spiegate, per il conforto di tutti i poveri diavoli che si vorrebbe veramente fossero un giorno degli eroi. Inoltre per primo egli invita a esaminare criticamente le testimonianze, a disperdere gli elementi leggendari, perch non siano menzogneri i ricordi con cui si alimenter il patriottismo delle giovani reclute. Bisogna che la riforma penetri... in quella specie di catechismi che servono alla istruzione primaria. Quanto a opere di questo genere, quelle attualmente in circolazione di solito uniscono alla massima esattezza cronologica la massima falsit storica immaginabile. Vi si trovano enunciati, in maniera breve e perentoria, tutti gli errori contenuti nei libri grossi e, perch il falso possa, in qualche modo, penetrare attraverso tutti i sensi, spesso numerose illustrazioni presentano travisate nel modo pi strano le principali scene della storia. Cos avviene per Filippo Augusto mentre, nella sua armatura d'acciaio secondo la moda del sedicesimo secolo, posa la corona su un altare il giorno della battaglia di Bouvines. Non posso non insistere su quest'ultimo elemento, la cui popolarit tra noi  una specie di scandalo storico.  senza dubbio molto edificante il gesto di un re che offre pubblicamente la sua corona e il suo scettro al pi degno, ma  ridicolo credere che simili scene siano mai state recitate se non in teatro. E il momento per tale esibizione dei paramenti regali, all'aperto, com' ben scelto! proprio quando l'esercito francese viene attaccato all'improvviso, e tutto questo come s'accorda col carattere del re Filippo, cos abile, cos pratico e pronto all'azione!  vero che la prima menzione di questo bizzarro aneddoto si trova in una cronaca contemporanea, ma scritta da un monaco che viveva fuori del regno di Francia, all'estremit dei Vosgi, senza diretta o indiretta comunicazione con i grandi personaggi del suo tempo, da un uomo di fantasiosa immaginazione, amante del meraviglioso, che ascoltava volentieri i racconti straordinari e li trascriveva senza esaminarli. Gi nel 1848 la Petite Histoire de France  l'usage des coles primaires, opera di F. Ansart, professore al reale Collegio San Luigi, criticava Mzeray e metteva in dubbio la storia della corona esposta sull'altare. Tuttavia quando Augustin Thierry, nelle sue Lettres sur l'histoire de France, invitava a combattere l'anacronismo e a rettificare le deviazioni dei ricordi, l'episodio gi da qualche tempo veniva da ogni parte ravvivato e sfruttato. Si doveva celebrare Bouvines, si doveva trarne un insegnamento.
Nel 1833 la Societ d'Emulazione di Cambrai aveva assegnato al signor Lebon, cavaliere di San Luigi, ufficiale della Legion d'onore, la medaglia d'oro da duecento franchi per il miglior frammento di storia concernente il Dipartimento del Nord. Lebon aveva dapprima cercato di mettere in evidenza nei racconti della battaglia gli insegnamenti sull'arte di combattere, e nel contempo rivendicava l'onore degli abitanti di Lilla, che non avevano tradito i loro compatrioti accogliendo Fiamminghi; essi erano sudditi di Ferrando, e Filippo Augusto era accecato dal risentimento quando aveva saccheggiato la loro citt. Ma il principale interesse di questo studio  far vedere quali tracce dell'avvenimento sopravvivessero ancora a quell'epoca nella coscienza degli abitanti del luogo. Poca cosa, in verit, confusi ricordi di massacri, di eroi uccisi, legati a zolle di terra parallele e convesse a guisa di tombe, qualche rottame, qualche vecchia ferraglia riportata alla luce dal vomere durante le grandi arature. Vaghi brandelli di memoria, quali persistono ovunque sul luogo di tutte le antiche battaglie.
Nel 1845, durante la sessione del congresso archeologico presieduto da Caumont, si ebbe l'idea di innalzare in quel luogo un monumento. Ma sull'obelisco si incise allora solo una data: 1214; anche se il cuore delle nostre popolazioni fiamminghe era diventato francese, bisognava cercare di non offendere l'amor proprio dei Fiamminghi sempre suscettibili. Questi passavano ancora come i principali vinti dell'azione militare. Dopo il 1870, tutto cambi: l'imperatore tedesco torn ad essere il solo nemico del re di Francia. Soprattutto la disfatta ravviv di colpo tutti i ricordi di Bouvines. Nel 1879 fu deciso che l'obelisco non bastava: una serie di vetrate avrebbero commemorato, nella chiesa, i difensori della patria. H.-M.-L. Delpech, erudito noto per le sue opere di storia militare, ebbe l'incarico di dirigere i pittori. La singolare avvertenza da lui redatta stigmatizza il nemico ereditario: il Germanico. Ottone aveva un carattere ipocrita, brutale, egoista; si dovranno rappresentare, sotto la figura del re di Francia che ha appena deciso l'offensiva, i cavalieri tedeschi che frenano il proprio slancio, serrano i ranghi e sfilano davanti al re con una marcia di fianco, in atteggiamento di odio dominato dalla paura; nelle scene centrali si vedr la corona di Francia posta sotto la diretta protezione degli altari, tutta la nazione riunita sotto la mano benedicente del sovrano; se ripugnava ai pittori raffigurare un vescovo che ammazza un uomo si poteva evitare la difficolt fissando il momento in cui Beauvais, abbattuto Salisbury, lo consegna a Giovanni di Nivelle; infine senza danno della verosimiglianza storica non si sarebbe dovuto rappresentare, alla fine del combattimento, una specie di rivista d'onore, una sfilata della vittoria? Nove anni dopo un comitato presieduto dal generale De Galliffet si mette a esaltare la battaglia in maniera ancor pi brillante, invitando gli artisti a farla conoscere nei suoi episodi pi belli e il pubblico a contribuire alle spese del culto di questo ricordo nazionale. E. Lavisse vi partecip, se non con denari, almeno con la penna; egli si glori di fare la questua per l'opera di commemorazione di quella giornata; lieto della occasione offertagli di mettere tale azione grandiosa nella sua atmosfera incerta, lontano dalla cruda chiarezza dei fatti moderni, nella poesia della sua luce aurorale, scrive il suo grande articolo per il Journal des Dbats nel dicembre 1888. E vi si vede comparire l'oro (sic) della perfida Albione. Nessun dubbio, per: i malvagi sono quelli d'oltre Reno. Ventinove anni fa ho provato, dice Lavisse, una grande gioia nazionale, la gioia di un popolo felice di essere vincitore e di liberare con la sua vittoria un altro popolo; poi, diciotto anni fa, ho provato un grande dolore nazionale. E qui c' qualcosa che lo colpisce, lo obbliga a confessare che c'era del buono nella politica dei nostri re che ci ha riuniti nella obbedienza e nel culto della grandezza francese; ma frettoloso si corregge,  vero - i suoi lettori stanno su due sponde - con un omaggio alla Rivoluzione che ha fatto di ciascuno di noi un comproprietario della patria.
A tutti questi comproprietari, quand'erano piccoli, da poco tempo la Repubblica insegnava, obbligatoriamente e gratuitamente, la storia della Francia, affinch conoscessero il valore di questa eredit indivisa e imparassero a essere coraggiosi. La nostra patria ha oggi gran bisogno della leale collaborazione di tutti i suoi figli. L'insegnamento della storia nazionale contribuir pi di ogni altro a darle una coscienza chiara e precisa dei suoi passati errori e dei suoi futuri doveri. Possa questo libriccino provare ai nostri infelici fratelli dell'Alsazia e della Lorena che noi non cessiamo di pensare a loro, e nello stesso tempo ricordiamo a tutti che l'ora  solenne, che la rigenerazione di un popolo deve cominciare con l'educazione dei suoi figli e che la salvezza della Francia ha questo prezzo (P. FONCIN, Textes et rcits d'histoire de Vrance, premire anne, 1880). In questi manuali scolastici Bouvines viene insistentemente presentata come una vittoria del popolo sul feudalesimo, su quel regime funesto che fece perdere la coscienza nazionale: La moltitudine delle signorie aveva in certo qual modo distrutto l'idea di Patria. Ma quest'idea non era del tutto morta, il sangue dei Francesi si accese quando si seppe dell'approssimarsi di un esercito in cui dominavano i Tedeschi (G. DUCOUDRAY, Histoire elementare de la Frane e, 18 8 4). Chi dunque scoraggi il nemico, chi decise della vittoria? Le milizie comunali. Se ne convincano i contadinelli: anch'essi saranno vittoriosi. Se si dimostreranno non solo obbedienti, educati, rispettosi, probi verso i loro padroni, ma anche coraggiosi quanto i loro avi: libereranno l'Alsazia e la Lorena. I Fratelli delle scuole cristiane seguon tali orme, ma precisano che la monarchia aveva fatto i comuni, e che i comuni l'amavano. In ogni caso Bouvines, dopo Alsia,  la seconda manifestazione del patriottismo francese. Prima vittoria nazionale, dice il Cours diretto da E. Lavisse (1894) tutti i ceti della nazione, cavalieri, clero, milizie dei comuni, avevano preso parte al combattimento, e per la prima volta l'intera Francia ebbe la gioia di un trionfo. E si tratta infatti proprio di unit nazionale: unit intorno al popolo, divenuto sovrano. La vittoria di Bouvines la si deve al coraggio dei bravi borghesi dei comuni afferma senza ambagi nel 1901 il Cours d'histoire  l'usage de l'enseignement primaire di D. Blanchet e J. Priard.
 
Varcata la soglia del secolo ventesimo il tono diventa pi aggressivo:  la nostra prima vittoria sui Tedeschi afferma freddamente il Cours di C. Calvet nel 1903, l'anno in cui Leone tredicesimo autorizza benevolo il trasferimento nella chiesa di Bouvines delle reliquie di san Fulgenzio e di santa Saturnina, generoso dono del vescovo di Anagni. Da quel momento la chiesa pu diventare, come quattro anni pi tardi si augura il canonico Salembier, meta di uno di quei pellegrinaggi patriottici, che sono nello stesso tempo luoghi di venerazione, di preghiera, di riconoscenza verso il Dio delle battaglie. Tale pellegrinaggio, in pantaloni militari di pelle, comp nel 1905 il capitano H. de Malleray. Di ritorno da un giro di piacere e pio tra i luoghi degli antichi massacri, di cui  andato a fiutare il suolo, passa per Bouvines e s'infiamma: Somma delizia per un soldato il veder nascere l'idea nazionale, vederla crescere e ingrandirsi sul campo di battaglia... gi tutto impregnato, saturo, di odio per la dominazione straniera, di quell'energica volont di salvare da essa la terra natia... Cara Francia, caro paese, tu vivrai senza dubbio ancora ore gravi. Sei troppo bella per non ispirare desiderio, troppo ricca per non destare cupidigia. Ma anche troppo tirchia perch la chiesa di Bouvines abbia finalmente tutte le sue vetrate: Per mancanza di denaro i lavori sono rimasti fermi da vari anni. Bisogna che riprendano. Perch non consacrare questo monumento nazionale alla glorificazione degli anonimi e intrepidi combattenti per i quali Michelet, gi da tempo, chiedeva una parola, una lacrima, un ricordo? Questo capitano, che legge Michelet, ama i suoi uomini: Non potremmo erigere in Francia una specie di monumento espiatorio, come un Pantheon militare dedicato agli eroi oscuri e dimenticati?
A quell'epoca ci si mette di mezzo la poesia - e quale poesia! Nel 1879 il reverendo padre Longchamp della Compagnia di Ges aveva composto una trilogia con coro, bonaria e gustosa, in onore di Bouvines, della Francia, della Santa Chiesa e della Santa Patria; del campo dell'onore in cui tutto diviene nobile, in cui non vi sono plebei. A. Fraisse che, nel 1911, riprende lo stesso tema, mostra Filippo Augusto che con una sciabolata spacca in due il feudalesimo e sparge ai quattro venti le carte di franchigia. Certo la popolarit di Bouvines  allora ben lontana dal raggiungere quella di Giovanna d'Arco. Forse appunto perch, nonostante tutto, gli abitanti dei comuni e la nazione in armi qui fiancheggiano troppo da vicino la Chiesa, la Nobilt, il Re.  cosa ardua glorificare gli uni senza celebrare un po' anche gli altri. Con la pulzella tutto  pi semplice. Figlia del popolo, e per giunta lorenese, ha tutte le doti per infiammare a un tempo i Pguy e i Droulde. Ma c' un guaio: quelli che caccia fuori di Francia sono inglesi. Ed eccoci ora alla Cordiale Intesa. Bouvines qui  favorita. Nessuna ambiguit: si tratta proprio dei Teutoni, che sono vinti e fuggono come lepri.
Si avvicina per l'appunto la data del settimo centenario. Nel 1913 la Germania ha celebrato il centenario della battaglia di Lipsia e ha eretto un monumento commemorativo. E l'Inghilterra non celebrer a sua volta Waterloo? Che cosa aspetta la Francia? Ecco formarsi un nuovo comitato che, nel 1914, ai primi di giugno, organizza una cerimonia a Saint-Denis: presso le tombe dei re di Francia ecco comparire un figurante a elevare l'orifiamma. Si progetta di innalzare sul campo del combattimento un ricordo meno meschino dell'obelisco, che parli pi chiaro: rappresenter una fortezza del Medioevo dominata da una statua colossale di Filippo Augusto, ritto su di un cavallo da battaglia, incarnazione vivente della patria. La statua di uno di quei re che fecero la Francia - e immediatamente il comitato chiede una festa, proprio a Bouvines, che non  molto lontana da Sedan. Il governo della Repubblica  esitante, ma finisce per dare il consenso, a una condizione, per: che non vi si vedano curati. Il 27 giugno l'editoriale de L'Echo de Paris fa un parallelo tra Bouvines e Lipsia: Lipsia ha creato tra i Tedeschi un'unit fittizia, in cui i paesi del Sud non van d'accordo con quelli del Nord. Bouvines ha assicurato tra i Francesi un'unit duratura, che continua dal 1214 al 1914. In una di queste lotte di nazioni quella vittoriosa combatteva a tre contro uno, nell'altra uno contro tre. Qual  la pi gloriosa?... Quando innalzeremo un monumento in questa famosa pianura il mondo intero dovrebbe unirsi a noi, perch li, come a Tolbiac e a Poitiers, trionf la causa della civilt. Il giorno seguente, una domenica, treni speciali per comitive partono per Bouvines, presso il ponte viene eretta una tribuna, davanti alla quale sfila la truppa; sulla tribuna stanno seduti alcuni discendenti dei combattenti di Bouvines, tra cui un certo signor di Montigny. Discorsi, canti, banchetto, fiaccolata con in testa lo stendardo con il giglio e fuochi d'artificio. Per L'Action francaise  evidente: dalla mattina alla sera ha regnato l'idea del re di Francia. Si  gridato: Viva Filippo! Viva il re! Concordia unanime in questa kermesse della rivincita? No di certo. C'era anche qualche centinaio di socialisti che il venerd sera a Lilla fischiarono stupidamente la parata militare organizzata in ricordo di Bouvines. L'Echo de Paris del 29 giugno lo deplora, vorrebbe aprire gli occhi a quei guastafeste: Ahim! quei poveretti non capiranno mai che quella battaglia segn il trionfo dei comuni sul feudalesimo. E per rispondere agli avversari (ce ne furono) dei festeggiamenti di Bouvines Le Journal del 30 tira fuori il pretesto della cultura: Dalla liberatrice vittoria nazionale di settecento anni fa ha preso il suo magnifico volo la civilt francese del Medioevo, maestra dell'Europa moderna.
Era questo il tema del discorso pronunciato a Bouvines, dall'alto della tribuna, dal segretario a vita dell'Accademia di Francia, E. Lamy. Egli aveva parlato del diritto dei popoli e dell'avvenire della civilt, di una civilt osteggiata dalla societ feudale. La Francia di allora spalleggiava lo sforzo dei vescovi, mentre in Germania, dove poco scandalo destavano i preti che rinnegavano il celibato, tendeva a instaurarsi l'ordine pagano delle societ in cui la religione costituiva per il potere uno strumento e non un giudice. Ma l'armata di Filippo Augusto si apprestava a distruggere tale resistenza feudale e teutonica. Le stava di fronte, nascosta e muta, la selvatichezza. Questo silenzio di bestia raggomitolata, pronta a balzare, viene rotto soltanto da un voto feroce, il giuramento fatto da Ottone, Ferrando e Rinaldo, di uccidere Filippo Augusto, e dal grido libidinoso lanciato da un Fiammingo: "Pensiamo alle nostre belle! " (Il segretario a vita, in fatto di pudore, gareggia con Guglielmo il Bretone). Solo i Brabantini salvano l'onore germanico.  la vittoria dell'intelligenza sul numero, dell'agile e focosa cavalleria su quell'arma pesante che  la fanteria. Ma pare anche un miracolo. Speriamo dunque, fratelli. Non  questa l'unica volta in cui la nostra razza abbia ottenuto questo misterioso aiuto: nelle ore pi decisive essa  stata risollevata e innalzata con mezzi che di per s sembravano inefficaci. Per la nostra nazione, come per ogni creatura, quale miglior gloria che l'essere temporaneamente al servizio della saggezza immateriale? (Lamy non sa pi quali giri di parole usare per non pronunciare il nome di Dio). Mal sopportarono tali occhiate di connivenza lanciate al clericalismo e alla democrazia i camelotti del re (gli studenti monarchici) che avevano preparato i festeggiamenti. E. Lamy uno di quei trecentosessantatr, la cui vittoria, il giorno dopo il 16 maggio, ci aveva, Bismarcko juvente, definitivamente imposto questo felice regime, fu strigliato dal conte di Lur-Saluces, poi da Charles Maurras nell'Action francaise, l'8 e il 12 di luglio.
Quello stesso giorno, a Bouvines, il clero aveva celebrato la festa per proprio conto. Aveva preso la parola Monsignor Touchet, vescovo d'Orlans. Prudente e scaltro almeno quanto Filippo Augusto, avrebbe anche lui, prete, esaltato una battaglia? No di certo, ma l'austera grandezza dei valori che la guerra impone... e pure qualche cosa ch'essa talvolta ottiene... l'indipendenza del suolo della Patria minacciato o violato dall'insopportabile occupazione dello straniero. Visto in questa luce, s! quello di Bouvines non  solo uno spettacolo da epopea,  pure lo spettacolo di una grandiosa festa civica. Enrico IV, Bonaparte, i Montagnardi del '93 avrebbero applaudito. Anche noi applaudiamo. Vescovi e cittadini, cittadini come vescovi, non  forse vero, signori? Ottone non era che un misero soldato di ventura: molto gli andava a genio razziare un paese ricco. I Germanici, dopo Tolbiac, l'hanno nel sangue l'impulso a invaderci, allo scopo di rifarsi.  vero che noi abbiamo loro reso la pariglia, restando ora vincitori, ora vinti. Voglia Iddio che l'era delle lotte mortali sia chiusa! Per, se l'arena dovesse riaprirsi, che il Signore si degni di ricordare che adesso tocca a noi essere vincitori, e non vinti. Che la Francia viva per l'umanit e, tutto ben considerato, per Dio. Dio  di questo parere: pur di non lasciarci perire ha compiuto dei miracoli. Ma Dio desidera prima di tutto l'unione, certo, l'unione dei ceti, realizzata paternamente, sollevando un po' quelli che stanno nel fango. Sapete ci che manca alla scena per essere completa? Manca che Filippo Augusto chiami uno di quei villani o uno di quei borghesi che avevano appena dimostrato che il loro sangue era rosso quanto quello degli altri, e lo avesse armato cavaliere. Sacra unione. Unione dei cattolici. E il prelato termina ribadendo la sua assoluta speranza in una vittoria definitiva, in qualche Bouvines della Chiesa. Di questa maliziosa omelia L'Action francaise evit di render conto.
 
 noto quel che accadde tre settimane dopo. Le carneficine della Grande Guerra distrussero ci che ancora restava di Bouvines. Dopo la vittoria, nelle Histoires de France scritte per gli scolari, regna il silenzio. Non totale, ma quasi: nel Cours di Faubert e Huleux, secondo i programmi del 1923, soltanto tre righe. E non si parla del combattimento, ma della festa popolare: un 11 novembre feudale. Cos pure nella Hstoire de France pour le Certificai d'Etudes di L. Brossolette (1935) che, difatti, porta come motto: Il Popolo invece dei Principi. La civilt invece delle battaglie. Tuttavia, a quella stessa data, mentre oltre Reno si accumulavano gli orrori, mentre in Francia gli Ex Combattenti sognavano un ordine nuovo, A. Hadengue consacrava alla vittoria creatrice un libro onesto, vibrante di quell'entusiasmo che gi aveva portato al lirismo il capitano De Malleray. Il pericolo mortale fa sbocciare nel profondo del nostro popolo un sentimento nuovo, e per definire tale sentimento esiste una sola parola: patriottismo. Hadengue si  commosso davanti alla serie, ancora incompleta, delle vetrate della chiesa. Lo hanno commosso le parole di un vecchio contadino: Erano gi i Prussiani venuti nelle nostre terre. Allora ci fu la mobilitazione, e signori e poveretti furono d'accordo. Come nelle trincee. La prefazione dell'opera, forte e chiara,  del generale Weygand. Quali insegnamenti trarre da questa storia? Che le cause profonde della salvezza della Francia stanno nella risolutezza e nel carattere del capo. Si pu allora indovinare quale ombra gi si profili. Vecchie di settecento anni queste lezioni di Bouvines quale giovinezza riacquistano oggi, dopo la lotta senza precedenti che la Francia ha or ora sostenuto per la propria esistenza, dopo una vittoria pagata a caro prezzo, i cui risultati, incontestabili, ma non completamente raggiunti, seminano il dubbio nello spirito del vincitore! E nell'ora in cui il Capo attuale della Germania scrive: La Francia  la mortale nemica, la nemica di sempre fin dal tredicesimo secolo. Ci vuole una spiegazione con lei, bisogna regolare i conti. Difatti, Dio si accingeva, esaudendo il desiderio di Monsignor Touchet, a rispettare la legge dell'alternanza. Questa volta era il turno dei Teutoni.
Dopo il 1945 Bouvines  completamente dimenticata. Oggi gli insegnanti non ne parlano pi. Viene loro raccomandato di saltare dalle crociate, dalle signorie e dai castelli, dalle cattedrali a san Luigi, il re buono, l'unico personaggio capetingio offerto al ricordo dei fanciulli. Nel 1961 una Tombola delle Date ne riunisce venti. Due battaglie soltanto: Crcy e Marignan. Niente Bouvines. Nei libri scritti ad uso dei licei la vittoria ha tuttavia diritto a una pagina. Gliela dedica la collezione Portes-Reynaud, che segue i programmi del 1970. Vi si vede una miniatura (del 15esimo secolo); perch il popolo  cos esultante? La citazione di Guglielmo il Bretone aiuter l'allievo a indovinare. Gli si chiede pure di studiare la disposizione delle truppe e gli si mostra un piano di battaglia - in cui il Tedesco non figura pi e invece  Rinaldo di Boulogne ad affrontare il re di Francia. La collezione Bordas  pi generosa: due pagine su 192 e con la stessa descrizione dell'esultanza popolare - che  per attribuita a Rigord; e il vinto, secondo il riassunto, non  l'imperatore tedesco, ma l'Inghilterra. Nella Encyclopaedia Universalis Filippo il Bello ha la sua voce, ma non Filippo Augusto. Allorch infine Jacques Le Goff presenta la storia del Medioevo tra il 1060 e il 1330 in circa duemila righe non ne dedica pi di tre a Bouvines, e ricorda soltanto che Ottone IV vi fu schiacciato dal re di Francia Filippo Augusto, il quale raccolse in seguito il tributo d'omaggio delle folle accalcate lungo la sua strada. Tutto qui.
 
 facile vedere perch vanno dissipandosi sotto i nostri occhi le ultime tracce dell'avvenimento. A che servirebbe il racconto di Bouvines nell'insegnamento impartito ai fanciulli di un'Europa riunita, in nome di una storia che si  a lungo e giustamente battuta per sbarazzarsi delle pastoie della cronaca? Il nostro tempo scaccia le battaglie dalla memoria, con ragione. E come potrebbe ricordare che ci fu un'epoca in cui i capi di Stato si misuravano corpo a corpo, affidando la loro potenza alle mani di Dio? Ai nostri giorni infatti non si vede pi il potere di affidarsi alla sorte delle armi, n cercare la propria legittimit in una vittoria. Avviene piuttosto il contrario: la fama, vera o falsa, di dubbio successo serve di pretesto a capitani, grandi o piccoli, per impossessarsi del potere con la forza. Quando l'hanno in mano, si prendono ben guardia di esporlo a qualche rischio. La guerra che essi fanno  tenebrosa, ignora il campo aperto, usa altri mezzi, pi insidiosi, pi efficaci, che hanno lo scopo di distruggere. Il che per non trattiene i generali e i colonnelli dal cercare contatti con quanto  sacro. Invincibili tropismi continuano, al tempo nostro, a far inchinare le sciabole davanti agli ostensori. Ai capi piace l'odore dell'incenso. Li vediamo sovente nelle cattedrali fissare la volta in cerca di un segno di elezione. Non ripugnerebbe loro neppur di guarire gli scrofolosi. A cose fatte amano evocare le vittorie di un tempo, forse per alleggerire, con le giustificazioni dell'eterno e del magico, la coscienza un po' sporca che comunque talvolta avvertono per la loro tirannia ovattata. Esiste veramente, il Dio delle battaglie. Alle intenzioni e alla volont degli uomini presiede sempre la volont di Dio, che concede le vittorie e d il via alle disfatte. Dio non ha l'abitudine di abbandonare le cause giuste, n coloro che in buona fede lo servono. Se noi cerchiamo di osservare in questo spirito teologico le vittorie militari che costituiscono i punti culminanti della storia del mondo, ritroviamo facilmente il segno delle mire della volont divina. Vi  cos poco spazio tra la vittoria e la disfatta, il caso e le sue circostanze sono cos mutevoli, la battaglia, anche la meglio ingaggiata, pu cos facilmente essere perduta a causa di irrimediabili azioni: nessuno pu esser sicuro che la volont di Dio stia dalla sua parte. Lo ha scritto un generale: Francisco Franco, nel 1964. E il 25 luglio 1971, giorno della festa di san Giacomo di Compostella, patrono della Spagna, circondato dai membri del suo gabinetto e da una ventina di vescovi, inginocchiato davanti alla statua del santo, parla di nuovo. Per dir che cosa? Durante la nostra crociata di liberazione abbiamo constatato a varie riprese che le vittorie pi decisive venivano riportate nei giorni corrispondenti alle grandi feste della Spagna. Cos fu per la battaglia di Brunete in cui, dopo parecchi giorni di stasi, la vittoria ci arrise il giorno della festa del nostro santo patrono. Non pu essere altrimenti quando si combatte per la fede, per la Spagna e per la giustizia. La guerra la si fa pi facilmente quando si ha Dio come alleato.
 
Dio: quello degli olocausti e delle parate militari. Il dio dell'ordine ristabilito. Il grande cavallo livido che aleggiava sul campo dei morti una sera, a Brunete, aveva aleggiato in altri tempi su Bouvines. Esso aleggia anche su Guernica, su Auschwitz, su Hiroshima, su Hanoi e su tutti gli ospedali dopo tutte le sommosse. Neanche quel dio l  prossimo a morire. Riconosce sempre i suoi.
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FINE.
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Cronologia.
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1163 Inizio della costruzione di Notre-Dame di Parigi.
1165 21 agosto. Nascita di Filippo Augusto.
Canonizzazione di Carlomagno.
1167 Nascita di Giovanni Senzaterra.
1178 Missione pontificia nell'Albigese.
1179 1 novembre. Consacrazione di Filippo Augusto. Concilio laterano terzo.
1180 28 aprile. Matrimonio di Filippo con Isabella di Hainaut.
14 settembre. Morte di Luigi Settimo.
Trattato di Gisors. Fondazione a Parigi di un primo collegio per gli scolari.
1181-90 Chrtien de Troyes compone Perceval.
1182 Filippo espelle gli Ebrei.
Inverno. Si forma nel Puy la setta degli Incappucciati.
1185 Filippo ottiene il possesso di Arras e del Vermandois.
1186 II padre di Rinaldo di Dammartin si rifugia presso il re d'Inghilterra.
1187 Saladino prende Gerusalemme. Conquista di Tournai.
5 settembre. Nascita di Luigi Settimo.
1189 6 luglio. Morte di Enrico II Plantageneto. Morte di Isabella di Hainaut.
1190 4 luglio. Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone lasciano Vzelay per la Terra Santa.
Morte di Filippo d'Alsazia, conte di Fiandra.
1191 13 luglio. Presa di San Giovanni d'Acri.
21 luglio. Filippo Augusto decide di ritornare in Francia.
25 dicembre. Filippo Augusto a Fontainebleau.
Filippo Augusto riceve l'omaggio di Rinaldo di Dammartin per la contea di Boulogne.
1193 Febbraio. Giovanni Senzaterra rende omaggio a Filippo Augusto per i feudi dei Plantageneti.
14 aprile. Filippo Augusto sposa Ingeborg.
1194 L'assemblea episcopale di Compigne annulla il matrimonio di Filippo ed Ingeborg.
20 marzo. Riccardo Cuor di Leone ritorna in Inghilterra.
Maggio. Riccardo si riconcilia con Giovanni Senzaterra.
3 luglio. Filippo Augusto  battuto a Frteval.
Inizio dei lavori di ricostruzione della cattedrale di Chartres, incendiata.
Primo privilegio concesso ai maestri delle scuole di Parigi.
1196 Filippo Augusto sposa Agnese di Merano.
Il papa Celestino III annulla la decisione di Compigne.
Il vescovo di Beauvais viene catturato da Riccardo Cuor di Leone.
Costruzione di Chteau-Gaillard.
Dicembre. Elezione di Federico II.
1198 8 gennaio. Elezione del papa Innocenzo III.
20 settembre. Disfatta dell'armata del re di Francia presso Gisors.
Gli Ebrei sono autorizzati a ritornare nel dominio regio.
1199 Aprile. Riccardo Cuor di Leone designa Giovanni Senzaterra a suo successore.
24 giugno. Tregua tra Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone.
27 novembre. Giovanni Senzaterra re d'Inghilterra.
Predicazione della quarta crociata.
1200 Gennaio. Accordo tra Filippo e il re Giovanni. Il principe Luigi sposa la nipote di Giovanni, Bianca di Castiglia, che riceve in dote Evreux.
1 gennaio. Innocenzo Terzo scaglia l'interdetto sul regno di Francia.
22 maggio. Pace del Goulet tra Filippo e Giovanni Senzaterra, che rende omaggio. Il papa si pronunzia in favore di Ottone di Brunswick.
7 settembre. Filippo Augusto riconosce Ingeborg come sua sposa. Privilegio concesso da Filippo agli scolari di Parigi.
1201 Novembre. Innocenzo III legittima Filippo Hurepel, nato all'inizio dell'anno, che viene fidanzato con la figlia di Rinaldo di Dammartin.
1202 Aprile. Giovanni Senzaterra  condannato dalla corte di Francia. Il conte Baldovino di Fiandra si fa crociato.
1203 3 aprile. Assassinio di Arturo di Bretagna.
1204 Morte di Eleonora d'Aquitania.
6 marzo. Presa di Chteau-Gaillard. Conquista della Normandia.
Aprile. Presa di Costantinopoli da parte dei Latini.
Il re d'Aragona vassallo della Santa Sede.
1205 Stefano Langton, arcivescovo di Canterbury.
1206 26 ottobre. Tregua tra Filippo Augusto e Giovanni Senzaterra.
Predicazione di Domenico nell'Albigese. Francesco d'Assisi si ritira dal mondo.
Ha inizio la costruzione dei portali della cattedrale di Chartres.
Fine delle Gesta Philippi Augusti di Rigord.
1207 1 ottobre. Scomunica di Raimondo di Tolosa. Nascita di Enrico III.
Prima menzione dell'associazione dei maestri e degli scolari di Parigi.
1208 24 marzo. Il papa lancia l'interdetto sul regno d'Inghilterra.
Assassinio di Filippo di Svevia. Rielezione di Ottone di Brunswick.
1209 12 gennaio. Assassinio di Pietro di Castelnau, legato pontificio nell'Albigese.
Marzo. Ottone presta giuramento a Spira.
18 giugno. Penitenza di Raimondo di Tolosa.
Luglio. Partenza della crociata contro gli Albigesi.
Scomunica di Giovanni Senzaterra.
27 settembre. Incoronazione imperiale di Ottone.
1210 Novembre. Ottone viene scomunicato e deposto.
Nelle scuole di Parigi viene interdetta la lettura della Metafisica di Aristotele.
1211 Ferrando di Portogallo sposa Giovanna, figlia maggiore del Conte Baldovino di Fiandra.
Ottobre. A Norimberga Federico II viene eletto re di Germania.
Rinaldo di Dammartin fortifica Mortain ed entra in rapporto con Giovanni Senzaterra.
Ha inizio la ricostruzione della cattedrale di Reims.
1212 22 gennaio. Ferrando rende omaggio a Filippo Augusto per la contea di Fiandra.
24 gennaio. Aire e Saint-Omer vengono ceduti da Ferrando.
4 maggio. Rinaldo di Dammartin rende omaggio a Giovanni Senzaterra e promette di non fare n pace n tregua con Filippo e con il principe Luigi.
Crociata dei fanciulli.
1212 16 luglio. Las Navas di Tolosa.
19 novembre. Incontro a Vaucouleurs tra Federico II e il principe Luigi.
Dicembre. Incoronazione a Magonza di Federico II.
Costruzione della cinta di Parigi.
1213 Gennaio. Il papa mette Giovanni Senzaterra al bando della cristianit.
Il principe Luigi si fa crociato.
8 aprile. Assemblea di Soissons. Il conte di Fiandra rifiuta di partecipare alla spedizione in Inghilterra. Filippo Augusto riprende con s la regina Ingeborg.
19 aprile. Convocazione del Concilio laterano IV.
15 maggio. Giovanni Senzaterra si sottomette al papa.
22 maggio. A Gravelines, Filippo Augusto, sul punto di far vela per l'Inghilterra, apprende che re Giovanni si  sottomesso e decide di devastare la Fiandra.
30 maggio. Filippo Augusto lascia la Fiandra dopo avere incendiato Damme.
31 maggio. Ferrando giura di aiutare Giovanni Senzaterra e di non fare pi pace con Filippo senza di lui e senza Rinaldo di Dammartin.
20 luglio. Giovanni Senzaterra  liberato dalla scomunica.
13 settembre. Battaglia di Muret.
13 ottobre. Giovanni Senzaterra riprende l'Inghilterra e l'Irlanda come feudi dal papa.
21 novembre. Accordo tra Filippo Augusto e la contessa di Champagne.
1214 16 febbraio. Giovanni Senzaterra sbarca a La Rochelle. Aprile. Filippo Augusto guida l'esercito nel Poitou.
25 aprile. Nascita di san Luigi.
17 giugno. Giovanni Senzaterra entra in Angers.
19 giugno. Giovanni Senzaterra pone l'assedio davanti a La Roche-aux-Moines.
2 luglio. Giovanni Senzaterra leva l'assedio all'avvicinarsi del principe Luigi. 15 luglio. Giovanni  a La Rochelle.
23 luglio. Filippo Augusto lascia Pronne per Douai.
26 luglio. Filippo Augusto a Tournai.
27 luglio, BOUVINES.
18 settembre. Tregua, a Chinon, tra Filippo Augusto e Giovanni Senzaterra.
24 ottobre. Accordo con Giovanna di Fiandra.
1214 Compimento della facciata della cattedrale di Laon.
Filippo Augusto concede un nuovo porto all'associazione parigina dei venditori dell'acqua.
1215 Il principe Luigi nell'Albigese.
Aprile. Statuto dell'Universit di Parigi di Robert de Courcon.
15 giugno. A Runnymead Giovanni Senzaterra concede la Magna Carta.
25 luglio. Federico II viene incoronato ad Aquisgrana.
Settembre-ottobre. Negoziati tra Filippo Augusto e i baroni d'Inghilterra.
11 novembre. Riunione del Concilio laterano.
1216 21 maggio. Il principe Luigi sbarca in Inghilterra.
17 luglio. Morte d'Innocenzo III.
19 ottobre. Morte di Giovanni Senzaterra. Enrico III re d'Inghilterra.
Filippo Hurepel sposa la figlia di Rinaldo di Dammartin. Costituzione dell'ordine domenicano. Pietro di Courtenay, imperatore di Costantinopoli.
1217 20 maggio. Disfatta a Lincoln dell'armata capetingia. 11 settembre. Pace di Lambeth.
1218 Morte di Simone di Montfort davanti a Tolosa.
1219 Seconda spedizione in Linguadoca del principe Luigi.
Arrivo a Parigi della prima missione francescana.
1222 Filippo Hurepel, armato cavaliere, entra in possesso della contea di Boulogne.
1223 14 luglio. Morte a Mantes di Filippo Augusto. 6 agosto. Consacrazione di Luigi Settimo.
1226 Aprile. Trattato di Melun con la contessa di Fiandra. 8 novembre. Morte di Luigi Settimo.
1227 Giugno. Liberazione di Ferrando di Fiandra.
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FINE.